THE VACANTS – This Is Punk Rock (Vanguard)

Una band che è poco più che uno scherzo.

Un disco che è poco più che una ragazzata. Ma che viene pubblicato in Inghilterra, Francia, Germania, Spagna, Olanda, Australia e Italia. Su vinile, cassetta e Stereo 8.

Ogni uscita, una diversa copertina.

Per poi scomparire e raggiungere cifre da capogiro nel mercato del disco usato e delle rarità da collezione. Non lo comprate, non ci vale.

Però trovandolo a 1000 Lire in un negozio di provincia come capitò a me nel 1987, (in pratica sottocosto rispetto alle 3.000 Lire “IVA compresa” imposte sulla copertina) valeva la pena vederci chiaro. Non che servisse a molto.

Malgrado il titolo abbastanza esplicito (e che quindi odorava di magagna, NdLYS) e la presenza in scaletta di minor-hits come Beat on the Brat (Ramones), Pushin’ Too Hard (Seeds), Louie Louie (Richard Berry), Sometimes Good Guys Don‘t Wear White (Standells), il disco rimaneva ancora un’incognita.

Chi cazzo erano i Vacants? Boh.

E cosa suonavano? Legnose canzoni che riuscivano ad essere più piatte di quelle dei loro maestri ma non riuscivano ad eguagliare nemmeno un decimo del loro impatto.

Una mezz’oretta dentro una sala prove di una scalcagnata band di quartiere.

Tutto basico ed essenziale ma senza cuore.

Non che ad una punk band sia necessario averne uno.

Ma questo non può permettere loro di venirci a suonare una Louie Louie da asilo nido e vendercela come punk rock. A meno che non si tratti di uno scherzo. Di una speculazione furba su un fenomeno che tutti vogliono vendere e comprare, come si trattasse della nuova bibita gasata dell’anno. 

Una barzelletta incolore sulla grande truffa del rock ‘n roll. Una di quelle che per ridere devi fartela spiegare. E alla fine fai una smorfia, non è che ridi.

Un disco su cui non varrebbe nemmeno la pena porsi delle domande non fosse per quella che ti tormenta da quando lo hai comprato: e se il disco più pregiato della mia collezione fosse una burla? Una enorme bufala? Non puoi dormire sonni tranquilli, neanche se hai speso solo 1000 Lire rinunciando al tuo Cucciolone del giorno. E poi questi qui qualcosa l’hanno pure aver studiato se hanno capito che i Seeds e gli Standells erano già delle punk band. Non sono i Decibel, insomma.

Non possono pretendere di avere ragione.

Ma non hanno nemmeno completamente torto.

Però se tu entri in casa mia e non ti presenti, se permetti, indago io…

Ricerche lunghe ed infruttuose per una band di cui nessun libro e rivista parlava neppure di striscio e di cui nessuno, tra gli altri maniaci di vinile con cui intrattenevo all’ epoca rapporti epistolari e di tape-sharing, sapeva nulla.

Tutto quello che mi era dato conoscere era lì, su quel disco. E, come per la musica che vi era stata incisa, non era granchè.

Gli autori delle canzoni si chiamavano Greenhough, Ryan, Jansen.

Solo molti anni dopo scoprì i loro nomi completi: Guy Greenhough, Tim Ryan e Jeff Jansen. Scoprì pure che alla batteria si era seduto Martin Chambers prima di finire nei Pretenders e che Terry Clamson dei Downliners Sect era in qualche modo nell’orbita del gruppo e ancora che Guy lavorava nella sede londinese della RCA e che la frequentazione degli ambienti discografici gli era stata preziosa per ottenere credito artistico e permettere che la Beatt International licenziasse il disco in quasi tutto il mondo malgrado il rifiuto della band di mettere in piedi una sorta di juke-box del punk inglese come stabilito nei patti formali stretti tra Guy ed Eddie Bourne, proprietario dell’etichetta. La storia dei Vacants era tutta lì, dentro quelle sette ore di registrazione che avrebbero generato le dodici tracce di This Is Punk Rock e, per quello che valeva, non era il caso investigare di più. Caso chiuso.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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