THE SONICS – 8 (Sonics Record Co.)

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Fino ad un paio di anni fa, se avessi ricevuto una busta proveniente da Tacoma con la scritta The Sonics come mittente e il mio nome come destinatario, avrei pensato ad uno scherzo di cattivo gusto. Poi la reunion “temporanea” dei Sonics è diventata faccenda più o meno seria, il loro nome è tornato a campeggiare in cima alle manifestazioni straniere prima (SXSW, NXNE) ed italiane dopo (Festival Beat). 

Quindi io che credo nei miracoli ma non nelle reunion, ho cominciato a sospettare che potesse accadere.

E infatti è successo: i Sonics entrano in studio e registrano un nuovo disco.

Ora, a credere che i Sonics possano ancora suonare come i Sonics sono rimasti giusto qualche giornalista che scrive da anni la stessa  recensione limitandosi ad aggiornare solo i nomi e i titoli e qualche nostalgico sprovveduto come quelli che qui da noi hanno continuato per millenni ad andare ai concerti dei Ribelli credendo che da un momento all’altro potesse saltare fuori lo spiritello di Demetrio Stratos e palpeggiando di tanto in tanto l’accendino in tasca in modo da poterlo tirare fuori al turno di Pugni chiusi, non certo io.

E difatti 8, prodotto da Jack Endino (anche lui colto di sorpresa quanto me, immagino, NdLYS) suona di un tamarro che a confronto il Maniglia che esegue il riff di Apache sembra Cheetah Chrome quando sparava il giro di Sonic Reducer.

I brani nuovi sono quattro, con Gerry Roslie e Freddie Dennis (il bassista che ha sostituito Andy Parypa) ad alternarsi alla voce e un suono che pare quello di una cover band degli ACϟDC messa su dentro le mura di una casa di riposo, con effetto lassativo quando Fred pare voler attaccare il refrain di Whole Lotta Rosie tra una strofa e l’altra di Bad Attitude. Il resto del disco è costituito da sei brani dal vivo, ma prossimi alla morte. Cinderella, Strychnine, Don‘t Be Afraid of the Dark, Psycho, Boss Hoss, The Hustler erano finite per diventare il nostro tormento quando venticinque anni fa ogni merdosa garage band ce ne proponeva la sua versione, ritenendo fosse divertente farci sapere che stavano imparando a suonare sui pezzi giusti piuttosto che sul riff di Smoke on the Water.

E io lo sapevo già allora che sarebbe arrivato il momento che avremmo rimpianto quei giorni.

Ecco, quel momento è ORA.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THEATRE OF HATE – The Complete Singles Collection (Anagram)

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Una raccolta che farà godere i molti fans della band di Kirk Brandon, oggetto di un culto sotterraneo piccolo ma tenace nel periodo in cui il dark spopolava tra gli “alternativi” italiani ma suppongo quasi del tutto anonima per le giovani generazioni. Questa antologia raccoglie tutti i loro 7″ e 12″ e li aggiunge ai pezzi dei Pack, la prima band di Kirk. Il suono del gruppo è il classico post-punk di quegli anni ovvero una sorta di danse macabre un po’ marziale e un po’ tribale che sarebbe stata poi elaborata dalle bands nate dal loro split, ovvero i Death Cult (poi divenuti The Cult) e gli Spear of Destiny e che pare oggi invecchiata peggio di tante altre non reggendo il peso degli anni, appesantita dagli arrangiamenti tronfi e dai toni (ovvio, a pensarci…) “teatrali” del loro leader.

Per i neofiti, essenziale.

                                                                                        Franco “Lys” Dimauro

 

 

HALF JAPANESE – Volume One: 1981-1985 / Volume Two: 1987-1989 / Volume Three: 1990-1995 (Fire)  

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L’imperativo era suonare senza saperlo fare. Senza doverlo neppure dissimulare. Queste erano le regole dettate da Jad Fair all’inizio dell’avventura degli Half Japanese. Poi, avrebbero imparato a farlo, seppure in maniera del tutto atipica, adattando la “tecnica” a quello che le loro canzoni richiedevano e non viceversa.

Ma all’inizio, la strategia era una esaltazione dell’ignoranza musicale elevata all’ennesima potenza. Neppure le prime lezioni su come accordare gli strumenti o sulle corrette diteggiature erano state seguite, neppure distrattamente. Neppure malvolentieri. Nulla. 

Volevano entrare nella storia della musica in questo modo, gli Half Japanese. Invece ci entrarono in maniera ancora più trasversale di quanto potessero mai immaginare.

Perché quando Kurt Cobain fu trovato finalmente felice e in compagnia di Boddah quell’8 Aprile del 1994, aveva indosso una T-shirt degli Half Japanese.

Proprio così.

Non degli ACϟDC o dei Ramones.

Non dei Sex Pistols e neppure dei Kiss.

Una banale, fottutissima magliettina a maniche corte degli Half Japanese.

Venti anni più tardi, quando affiorerà dagli archivi la lista compilata a mano dallo stesso Kurt con i 50 album preferiti della sua band, appena sotto il secondo disco dei Beatles ma un bel po’ prima rispetto a Bowie e alla trilogia storica dei Wipers, c’è We Are They Who Ache With Amorous Love del Mezzo Giapponese.

I dischi degli Half Japanese continueranno a vendere pochissimo. Ma lo sharing dei loro dischi, all’epoca di Napster, diventa virale. Alimentando un pubblico invisibile, proprio come loro. Un pubblico di adolescenti che non vogliono crescere. Come Peter Pan. Come Jad Fair. Come Kurt Cobain.

Ristampato in edizione deluxe il primo disco, la Fire c’ha preso gusto a rimestare nel catalogo della band americana e ha così pensato bene di assemblare, con cadenza variabile, dei cofanetti che racchiudono tutta la produzione successiva, a triplette “temporali” progressive. Canzonette da ludoteca dove i figli di Don Van Vliet, Mark E. Smith, Ari Up e Poly Styrene sono costretti ad un gioco pedagogico perverso che li vede impegnati a mettere in musica le loro smorfie, avendo però la libertà di espletare ogni bisogno fisiologico che si presenti durante le ore necessarie a svolgere la consegna.   

Musicalmente Jad e il fratello David non hanno però le radici ficcate nel punk. Non solo, perlomeno. 

Hanno cominciato coi Beach Boys. Poi era iniziata la febbre per Chuck Berry e Buddy Holly. Quindi per le band di Detroit, Bob Marley, i Cramps e Tav Falco, Cohen, Cash, James Brown, Patti Smith, i Talking Heads, Van Morrison e, soprattutto, per la musica caraibica di Lord Invader. Mangiano e cacano di tutto, tirando fuori canzoni disarticolate, pazzoidi, epilettiche, disgustose e moleste e adoprandosi in rivisitazioni di classici come La BambaLouie LouieYou’re Gonna Miss Me o European Son di cui si sarebbero vergognati persino Tiny Tim e le Shaggs. Un grumo di nodi e flatulenze in cui convergono le convulsioni dei Wire, i cefali deformi di Trout Mask Replica, le movenze sghembe della no-wave, le commedie pop di Jonathan Richman.

Il circo Barnum della musica americana insomma. Dove ogni mostro ha un suo carisma da presentare al pubblico distratto che ha pagato per sentirsi bello fra quello spettacolo immondo e ora ride soddisfatto. Le donne ogni tanto si guardano allo specchio. Gli uomini, si specchiano nei loro occhi. Poi applaudono. E vanno via, ebbri di futilità e di raccapriccio.     

  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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