LAURA LALA / SADE MANGIARACINA – Pure Songs (Saint Louis Jazz Collection)

Camilleri in musica.

Non sapendo cos’altro scrivere, qualcuno ha scritto questa idiozia.

E qualcuno l’ha riscritta, prendendola per buona.

L’ho scoperto cercando in rete notizie su Laura Lala.

Avrei voluto scoprire cosa mangia, di cosa sogna, quello che ama, cosa la lega alla Sicilia e cosa la tiene lontana. E invece mi tocca sorbirmi questa stronzata.

Neppure il suo Myspace mi è d’aiuto. E’ pieno di date, di nomi, di eventi.

Sembra un curriculum vitae. Una foto delle proprie medaglie al valore.

Perché si, ha fatto tante cose. Collaborazioni prestigiose, palchi di un certo livello, riconoscimenti, applausi di gente attorno a me. Ma a me piaceva avventarmi su altro. Sulle emozioni. Ma forse quelle sono sempre difficili da raccontare, da mettere su carta. E’ come le foto. Le scatti per immortalare un momento invece fermi solo delle facce idiote: quel momento è già andato.

Ora, io Laura non la conosco (mia moglie stia tranquilla, NdLYS) ma non può essere Camilleri in musica perché altrimenti Camilleri sarebbe Laura Lala su un libro e non mi pare davvero che sia così.

E non è nemmeno quella girandola di nomi, quel menu a la carte esibito per farvi credere che siete seduti proprio in un ristorante esclusivo e che non avreste potuto trovare di meglio nel raggio di due o trecento chilometri. Non lo è. O almeno lo è solo in parte. Perché sarebbe come giudicare un film dai titoli di coda.

Laura Lala è una fimmina siciliana che canta dentro questi grappoli di musica jazz adattando la sua voce e le sue parole alla lingua siciliana così come a quella inglese o italiana, a seconda dell’ umore che questi le ispirano, trovando, quando usa il suo dialetto, un traghetto per le emozioni che altrove pare rimanere incagliato. Non perché lei muti la sua impostazione che rimane comunque poco “carnale” anche quando la crudezza delle parole lo richiederebbe ma perché il lavoro sulle parole, oltre che più naturale, pare più incisivo, più vissuto. E perché c’ è una grande differenza tra cantare “nesci la varca e si rapi lu mari” anziché “I saw you working at the bar, I crossed the road and asked you pardon, what’s your name?”.

Ed è una differenza che magari chi canta avverte solo sottopelle, in una sorta di impercettibilità cui non si da peso ma che viene amplificata dalle orecchie e dal cuore di chi ascolta.  

Vi chiederete se faccia lo stesso effetto a chi il siciliano non lo mastica e vi risponderò che si, sarà uguale. Del resto abbiamo ascoltato per anni Louis Armstrong e Ray Charles farfugliare parole senza capirne il significato ma percependone l’“essenza”. E’ una questione di agio, di mura casalinghe.

E’ la differenza tra l’essere artista in uno studio di registrazione e continuare ad esserlo tra le pareti di casa, tra i tuoi odori, tra le tue calze sporche, tra le pentole dove hai cucinato la sera prima e la vasca da bagno che ti accoglierà come un amante impaziente. Ecco, Laura mi pare spesso più a suo agio quando affida il suo canto alle lusinghe evocative del linguaggio siciliano e un po’ meno quando lo fa in inglese. E’ come se la sua musica si caricasse di un pathos più naturale, più istintivo, meno accademico e questo le dà un fascino in più, facendola diventare un po’ più donna e un po’ meno cantante.

Ed è su questo che mi auspico lei lavori, svestire questa sua incredibile capacità nel domare le note, nell’assoggettarle alle voglie delle sue corde vocali, denudarla un po’ dei vestiti buoni e riportarla ad una sensualità più popolare, più sofferta. Che si dimentichi un po’ le buone maniere e decida di battere i pugni sul tavolo, anche a costo di andare fuori tono.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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