AA. VV. – The Great Stems Hoax (Off the Hip)

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È la piccola Off the Hip a curare  The Great Stems Hoax-tributo agli Stems, icona power-pop degli anni ’80. Erano gli anni di Hoodoo Gurus, Lime Spiders, Johnnys, Wet Taxis, Playmates e tutta l’Australia sembrava un’enorme tovaglia Paisley. 19 bands vengono ora assoldate per rileggerne il breviario. Si tratta perlopiù di bands poco conosciute, ad eccezione di due stelle del garage mondiale come Sick Rose (ottima la loro Don’t Let Me) e Others (alle prese con On & On a suo tempo allegata alla mitica Lost Trails), ma i risultati sono in ogni caso notevoli, a dimostrazione che il songwriting di Dom Mariani ha la caratura dei classici. Il calligrafismo resta il limite, ma forse anche il pregio maggiore, del disco, dimostrando che forse era impossibile far meglio degli Stems con quelle bombe power-pop in mano.  

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE OUTSIDERS – CQ (Jackpot)

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Seek You. Chi è un radioamatore sa di cosa parlavano gli Outsiders e a cosa si riferisse la richiesta implorante di Wally Tax sull’inquieto strumentale che dava il titolo al loro secondo album, prima dell’esplosione finale che rendeva manifeste a tutti gli altri le orbite sperimentali che la band olandese, al pari degli altri argonauti del beat, stava cavalcando in quel periodo dimostrando come gli zazzeroni ostentati con fierezza servissero in realtà ad occultare delle antenne pronte a captare ogni cosa trasportata dall’etere, dalle frequenze marziane qui intercettate su Doctor ai rumori delle officine occidentali (il grugnito pre-punk della bellissima Misfit ad es. o il finale compulsivo di Prison Song, NdLYS), dai suoni rinascimentali (l’arrangiamento rococò di Daddy Died On Saturday) ad improbabili echi di musiche hawaiane (The Bear), imbastendo una sorta di esperimento di psicofonia musicale.

La ristampa Jackpot merita un plauso per l’inserto placcato argento uguale alla prima tiratura, la bella intervista a Ron Splinter e le gustose note di Mike Stax.

QRZ: Lys from deep deep south, here. Who’s calling me?

 

                                                            

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro    

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THE BARON FOUR – Out of the Wild Come…The Baron Four (Soundflat)  

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Quelli tra di voi con le zazzere meno folte dovrebbero ricordarsi di Mole tra le fila dei Mystreated, formidabile band del Kent attiva per tutti gli anni Novanta. Finita quell’avventura, Matthew avrebbe infilato le mani in tantissima altra roba (Higher State, Embrooks, Galileo 7, Groovy Uncle, ecc.) sempre col medesimo obiettivo: correre attraverso il presente guidando una potente macchina del tempo impostata perennemente sul 1966. I Baron Four, messi su assieme a Mike dei Vicars che si occupa di allestire il repertorio del quartetto, sono l’ennesima riappropriazione di un linguaggio che trova il suo glossario di base fra le pagine del vademecum beat dei Kinks. Nessun pezzo è realmente indispensabile, nessuno poco credibile. Out of the Wild Come… è un campionario di abili linguacce che faranno la felicità di chi non ha mai smesso di credere nel sorriso facile che le band della British Invasion esportarono come antidoto ai musi lunghi che aspettavano il rientro di Elvis dal servizio di leva.

Chi quel sorriso non lo ha più ritrovato, probabilmente adesso è impegnato in musiche di altra complessità per poter trovare qui un qualche diletto, una chiave di lettura che sia oggettiva e funzionale ad un progetto che non si compromette con il moderno e che ha poca logica fuori dal circuito di nicchia cui si rivolge.

Che è probabilmente quello delle poche decine di persone che leggeranno questa recensione approssimativa.

E che magari adesso stanno sorridendo.  

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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