LOU REED – Berlin (RCA)  

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Dopo gli appuntamenti mancati con la felicità descritti su Transformer, Lou Reed sposta l’obiettivo su Berlino. Quasi a voler dire che si può essere infelici ovunque, basta volerlo. E Jim e Caroline, i due protagonisti di questo “concept” sul malessere domestico, sono due carogne perfette per bucare l’incontro anche fortuito con la felicità. Due protagonisti perfetti per raccontare il turbamento emotivo che sta divorando Reed in quegli anni. Berlin apre le ferit(oi)e su un disastro familiare e lo offre in anteprima alla sua novella moglie Bettye Kronstad.

La stampa avrebbe poi speculato come di consueto sull’episodio, dichiarando che Bettye avrebbe tentato il suicidio dopo essersi immedesimata nella vicenda dei protagonisti e aver realizzato che chi quella storia l’aveva scritta e musicata, era il compagno scelto per la sua nuova vita di coppia. In realtà a collassare, pochi mesi dopo, fu la loro breve e violenta storia d’amore. Un epilogo diverso rispetto a quello immaginato da Reed. Ma non di molto.

Ma Berlin suscitò inquietudine anche a chi da Lou Reed stava parecchio lontano. Per il disastro commerciale che si portava dentro e che in realtà fu tale solo nella sua patria, disorientata dalle luci stavolta davvero troppo basse che aumentavano il rischio di poter inciampare nei malumori dell’autore. E nei propri.   

C’è molto buio, nella Berlino che Lou e, dopo di lui Iggy Pop, David Bowie, Wim Wenders, Nick Cave scelgono come nido della propria fenice personale e come centro catartico dove far brillare liberamente quel dolore tenuto a bada per troppo tempo da alcol e medicine. La città tedesca e il suo muro ben si adattano ad accogliere i protagonisti di questa annichilente tragedia sulla separazione e sulla disaffezione. Rispetto al suono secco e asciutto dei due album precedenti Berlin è avvolto in una asfissiante coperta di suoni torbidi e smozzicati, sofisticatamente decadenti o goffamente tronfi (la parata di fiati soul e il solo mirabolante di How Do You Think It Feels dentro cui Lou Reed intinge i suoi ricordi legati alle sedute di elettroshock con cui qualcuno cercava di voler “riparare” alle sue tendenze omosessuali, NdLYS) che tingono, senza ravvivarla, la tragedia personale e duale dei protagonisti.  

Crudo e disperato, Berlin ciondola dal soffitto come un meraviglioso lampadario con le gemme tutte appassite. In autunno cadranno come foglie sfinite. E noi ne raccoglieremo le piume.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SECRET AFFAIR – Mod Singles Collection (Captain Mod!)

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Per una volta voglio cominciare dalla fine, ovvero dai due inediti che chiudono questa raccolta documentando la reunion dei Secret Affair e che, li passassero in radio come dei demo degli Spandau Ballet, tutti abboccherebbero come allo show di Mammucari. Il senso della storia dei Secret Affair è invece quello racchiuso negli altri 19 brani che scavano fino a toccare i resti fossili dei New Hearts, la fantastica power-pop band con cui Ian Page e Dave Cairns debuttano in piena tempesta punk.

Ma la messa a fuoco dello stile Secret Affair avviene con l’arrivo del sassofonista  Dave Winthrop, subito dopo il primo bellissimo singolo-manifesto Time for Action. È lui a colorare la musica della band londinese e ad avvicinarla al suono caldo del soul intrecciandosi con la sei corde di Dave e la tromba di Ian, come se i Jam stessero suonando dentro i dischi della Motown.

Ne vengono fuori tre album e sei singoli di cui solo l’ultimo fallisce le chart decretando di fatto la crisi all’interno del gruppo.

I Secret Affair lasciano il tavolo da gioco e passano a scambiare le fiches.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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