THE MOFFS – The Collection (Feel Presents)

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Quando ho sventrato il plico credevo si trattasse di una band omonima. Poi vedo il logo della Feel Presents e capisco che, oltre a me, solo loro potevano ricordarsi dei Moffs, da Sydney: un pugno di dischi che spandevano vapori psichedelici come pipe acide ficcate nel culo della terra degli opossum. Richiami al freakbeat inglese e al folk stellare californiano ma anche più di un aggancio verso le derive acide dei contemporanei Church, Plasticland, Breathless e Leanan Sidhe: psichedelia surreale e ottenebrata dalle ombrosità ereditate dalla wave di quegli anni e che le dilatazioni dell’ultimo periodo avvicinano alle sponde di psichedelia prog di labels come Delerium o Woronzow. Una storia ai margini cominciata nel 1980 e chiusa nell’89 ripercorsa quasi day-by-day da Tim Pittman nelle note del libretto a corredo di questa doppia raccolta. Totalmente fuori dal tempo allora, totalmente fuori moda oggi, i Moffs.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THEE WYLDE OSCARS – Right, Yeah (Off the Hip)

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Ricordate gli Hoods? Fu la band messa su da Mike Stax dopo la deflagrazione dei Tell-Tale Hearts. Jay Wiseman ne era il cantante e i Wylde Oscars sono la band con cui torna alle sue radici dopo la bella esperienza punk dei Devil Dolls assieme alla moglie Mirella.

Un combo che tradisce il vecchio amore di Jay per i timbri rozzi delle garage bands dei sixties e un disco che si riannoda al suono e alla storia degli Hoods recuperando in primis una sporca gemma d’epoca come It‘s Itside scritta a quattro mani con Mike Stax durante quegli anni ed ereditandone quindi il vigore e il tiro contagioso su pezzi come Right, Yeah, New Direction, Meet in the Dark o nella cover di Big Bad Wolf. Come se la storia, anche quella di serie B, fosse stata ibernata per questi anni di disgelo.

Un paio di episodi sottotono (What About Me e la cover di White Light/White Heat) non inficiano il giudizio sull’ennesimo piccolo capolavoro proveniente dal downunder.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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DETONAZIONE – Ultimi pezzi dentro me 1986/1989 (FonoArte)  

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Il nome poteva trarre in inganno con grande facilità. Quando vengono fuori dalle cantine di Udine, del resto, sono gli anni delle esplosioni hardcore e tutta Italia è disseminata di mine antiuomo come Negazione, Contrazione, Maledizione, Disper-Azione, Sottopressione.

Invece, nonostante a storia artistica spenta qualcuno abbia provato davvero ad infilarli nella stessa gabbia con quelle bestie (la raccolta Rovina Hardcore del 1995, su cui la loro Untitled qui recuperata sfrutta con largo anticipo quella frenesia ritmica che poi sarebbe stata spacciata come drum ‘n bass, NdLYS), i Detonazione navigavano dentro una burrasca diversa. Una burrasca durata sette anni e di cui quelli raccontati qui dentro ad un lustro dalla prima raccolta rappresentano l’approdo ultimo, prima del naufragio dovuto alle pressioni artistiche della I.R.A. che dilanieranno il quartetto. Sono gli anni del pasoliniano Dentro me e del semi-live Ultimi pezzi, quello con gli intermezzi che ospitano le smorfie di Piero Pelù.  Poi, nonostante le allettanti offerte per una reunion conseguenti al successo dei La Crus e della loro versione di Dentro me, i Detonazione esplodono veramente, dedicandosi chi al jazz, chi a produzioni dance, chi ancora prestando i muscoli a qualche disco di successo senza perdere la propria follia.  

I Detonazione erano dunque un affare diverso rispetto alla furia del punk, erano più uno specchio per guardare se stessi che una finestra da cui guardare il mondo. Magari provando il medesimo disagio, lo stesso senso di inadeguatezza. Musicalmente, una versione “esistenziale” dei Bisca o dei dimenticati Viridanse, spiritualmente una affinità elettiva con i mai troppo celebrati Matia Bazar.  

Una musica bastarda e irrequieta, priva di schemi definiti, con il sax visionario di Bruno Romani che si innesta su musiche mutanti e mutevoli, avide e spugnose. In grado di assorbire e rimiscelare scorie e fluidi colati giù dai recipienti della musica teutonica, del free-jazz, del post-punk inglese, di certa musica “progressiva” (direi King Crimson, Zappa ma anche Napoli Centrale) e della no-wave newyorkese.

Se i quattro brani di Dentro me abdicano parzialmente dal percorso inaugurale, sfoggiando atmosfere più ricercate, le tracce di Ultimi pezzi rispolverano la febbrile e contorta meccanica degli esordi (Swing, Alba rossa, I confini dell’essere, Pioggia fredda, Estasi e Tiro), ripristinando quel senso di inquietudine e di anarchia che la musica dei Detonazione si è sempre portata addosso, sin dai tempi di Sorvegliare e punire.

Un punto di vista differente, quello dei Detonazione. Allora come oggi. Un gioco che conosce la sevizie e l’illusorio conforto della carezza, lo scomposto profilo delle coste mediterranee e il disegno solenne dell’arte teutonica, il magico e ingannevole gioco di luci del prisma e il taglio austero delle sue guglie di vetro.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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