REDD KROSS – Third Eye (Atlantic)  

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Quando ero un ragazzino irrequieto, appiccicavo le chewing-gum sotto il banco.

Poi a fine anno le contavo. Un distintivo di gomma per ogni minuto di noia.

Me ne sono ricordato adesso che ascolto Third Eye dei Redd Kross, delle chewing-gum e dei sedici anni che non mi hanno più ridato indietro.

E poi ripenso a quel 1990, a scuole ormai terminate. L’anno in cui in California albeggiò color Rosso e tutti girarono gli occhi verso Nord.

Come era già stato per Neurotica i colori sono vividi, accecanti, selvaggi, e contrastano col pallore della loro carne che il sole di Los Angeles sembra non aver neppure sfiorato. Dalla copertina di Third Eye, i Redd Kross si ripresentavano al mondo come dei moderni hippie asessuati e lungocriniti, vestiti in abiti sgargianti, in pose serafiche da tranquillità zen. Delle bambole di plastica in maglia di poliestere.  

Vicinissimo, se non negli intenti di certo nei risultati, a quel Magnum Cum Louder pubblicato dagli Hoodoo Gurus qualche mese prima e che strizzava il succo dell’hair-metal dentro la coppa del sixties-pop (rasentando il plagio in almeno un paio di episodi, NdLYS), Third Eye rade al suolo le guglie punk dei primissimi Redd Kross e alza un tempio buddista votato alla contemplazione del cielo stellato del power-pop e della musica bubblegum. Quella che si appiccica, per l’appunto. Come le mie chewing-gum che avevano concluso il loro ciclo vitale e lasciavano il campo all’alitosi da canapa indiana.

Le undici canzoni di Third Eye, nella loro calibratura melodica, tonale ed armonica, nel loro citazionismo sibillino o palese, nella loro arrogante miscela di assoli hard-rock e voci caramellate (Elephant Flares e Shonen Knife le punte di diamante di questa attitudine kitsch), brillano di una perfezione quasi irritante per la loro capacità di sterzare sempre ad un passo dall’imbocco del cattivo gusto, per la loro vanagloriosa illusione che ci regalano di un mondo più buono e giusto dove ogni cosa scivola via con la sua giusta dose di insofferenza cremosa, per il loro vello di pecora che ha la soffice arrendevolezza di cedere alle zanne del lupo, per la loro puerile audacia di frenare una valanga di fango con un morbido argine di marshmellows. Poi si viene travolti, tutti. E dopo l’inondazione, ognuno cerca il suo ramo d’ulivo. Questo è il mio.  

     

                                                                       Franco “Lys” Dimauro