COLDPLAY – Parachutes (Parlophone)  

Poi avrei imparato ad odiarli. Ma all’epoca, l’epica malinconia di Parachutes conquistò anche me. Questa piccola teca su cui si poteva versare qualche lacrima e mostrarla agli amici o alle ombre che ne rimanevano. Miniature di canzoni fragili, pronte a spezzarsi sotto il peso dell’autunno carico di umidità e vapore. È il mare dopo le vacanze, dopotutto. Come quello del video di Yellow. Quella roba che sta tra il sole e la pioggia e che non sai mai bene come chiamarla. Ma che la musica dei Coldplay riesce a descrivere alla perfezione. Quel languore che è come puntini di sospensione tra parole che faticano a restare unite o a stare troppo disgiunte.  

Sono rumori di passi di gente che va via, mai di quella che arriva.

Stoviglie da lavare per cene consumate senza appetito.  

Bicchieri che traboccano di assenze.

Un’Inghilterra che, dopo i musi superbi di Oasis e Blur, si riscopre fragile, filigranata, permeabile.

Un’Inghilterra con i parka inzuppati di pioggia e le tasche colme di aghi di pino, venuta a riportarci il nodo da mettere in gola.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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