EVERYTHING BUT THE GIRL – Baby, the Stars Shine Bright (Blanco Y Negro)

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Sfarzi orchestrali, leziosità in stile Tin Pan Alley, stucchi griffati Burt Bacharach. Così si presenta al mondo il terzo album di Tracey Thorn e Ben Watt, annunciato da una copertina che ai pastelli del debutto e al grigio urbano dell’album precedente ha sostituito il disimpegno pop di una grafica ispirata ai musical di Broadway e che sfoggia l’immagine retrò dei suoi primi attori: vestito sartoriale in stile anni ’50 per Ben e abitino stile marinaretto per una Tracey Thorn meno sensuale del solito.

Attorno a loro due la formazione è totalmente cambiata: Micky Harris e Rob Peters sono stati assoldati tramite annuncio per coprire il ruolo di bassista e batterista mentre al piano siede la Cara Tivey che sarebbe diventata la pianista di fiducia di Billy Bragg e, per qualche anno, dei Blur.

Dentro gli Abbey Road Studios però ad attenderli c’è un’intera orchestra di quarantotto elementi con il compito di dare fiato agli arrangiamenti sintetici che Ben Watt ha studiato per i nuovi pezzi lavorando sui preset orchestrali impostati da casa Yamaha sul suo nuovo sintetizzatore DX21.

Ampolloso e liricamente schiacciato sul tema abusato della separazione affettiva, del tradimento, dell’abbandono Baby, the Stars Shine Bright sembra messo a puntino per sdoganare la musica degli EBTG presso il grosso pubblico, anche a costo di seppellire la soffice grazia dei primi album sotto una coltre di greve pesantezza pop (Come Hell Or High Water, Careless, Don‘t Let the Teardrops Rust Your Shining Heart, Little Hitler) che ne zavorrano l’ispirazione fino a vederla affondare e scomparire tra gli zuccheri.

Come una raccolta di successi di Cilla Black o una di canzoni d’amore di Glen Campbell e una Tracey Thorn che sembra essersi trasformata in una Caterina Caselli magra ed efebica.

E le stelle che brillano luminose sono solo quelle dell’abete di Natale. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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CRYSTAL THOMAS – “A Chance in Hell” (Off the Hip)

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Un giorno mi piace e il giorno dopo meno, questo nuovo disco di Crystal Thomas e dei suoi Flowers of Evil che nel frattempo hanno assunto a tempo pieno Spencer P. Jones come terzo chitarrista. Crystal è poco nota qui da noi ma da tempo apprezzata in patria, dove ha avuto l’onore di collaborare con Mick Harvey e Conway Savage dei Bad Seeds e che forse per questo è stata etichettata in fretta e furia come la PJ Harvey d’Australia. Per quanto mi riguarda però le analogie finiscono lì, nonostante alcune inflessioni vocali (Whatever We Can Find, Patterson‘s Curse) possano avvicinarla, ad un ascolto svagato, alla cantante del Dorset. Musicalmente invece siamo coi piedi ficcati nel deserto australiano, come spaventapasseri tormentati dai corvi, lungo quella linea gotica tracciata da artisti come These Immortal Souls, Weddings Parties Anything, Crime & The City Solution, Drones, Penny Ikinger. Ma quando Crystal apre le persiane per lasciar passare un po’ di luce (I Could Die Right Now, La Mort, Dragon Song), le sagome che ci avevano messo un po’ di inquietudine appaiono smorte e appassite. Così come quando i ritmi rallentano per prendere i toni di una ballata (la temibile sequenza Silence # 2 The Dry) l’urlo di sgomento si trasforma in una smorfia di sbadiglio.

Il tristo mietitore della copertina ha insomma fatto mezzo viaggio a vuoto.

Oggi si raccoglie maluccio un po’ ovunque, nonostante le colture intensive.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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ED KUEPPER – Jean Lee and the Yellow Dog (Hot)    

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Ed Kuepper e Chris Bailey tornano a collaborare, e questa è già di per se una buona notizia per ogni fan dei Saints. Succede nel nuovo album di Ed, ispirato alla figura di Jean Lee, l’ultima donna a venire impiccata in Australia, nel 1951. Una vicenda tragica che pesa sull’umore del disco che si ispessisce di una grevità solenne che sembra scavare l’anima come certe marce scure dei Willard Grant Conspiracy di Regard the End. La forza del disco sta nella capacità con cui Ed e soci (Warren Ellis dei Dirty Three e John Willsteed dei Go-Betweens tra gli altri) riescono a fondere questo mood plumbeo con un approccio primitivo, sciamanico e, viste le latitudini, direi “aborigeno” all’uso degli strumenti. Ne vengono fuori cose come That Depends, Yellow Dog o Shame dove pare di sentire la viola di John Cale al servizio di in una banda di hobos. Notevole, insperato rientro.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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