SHADOWS OF KNIGHT – Shadows of Knight (Rev-Ola)

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The Shadows go pop! Questo avrebbe potuto essere lo slogan del passaggio della band di Chicago alle scuderie Buddah, avvenuto nel ’69 dopo essere stati “svenduti” dalla Dunwich per il prezzo di un solo dollaro e dopo che la band si è, di fatto, disintegrata. Col solo Jim Sohns a detenere il nome del gruppo (cosa che avrebbe anche potuto evitare, visto lo sfacelo che ci ha riservato un paio di anni fa con A Knight to Remember, NdLYS), gli SoK ritentano il colpo gobbo riuscito quattro anni prima con la cover di Gloria: sfondare le classifiche. Gli riesce solo in parte, col singolo Shake. L’album che ne segue è una farsa montata alleggerendo l’archivio della Buddah di alcuni provini irrisolti per le sue bands fantasma e per le quali gli Shadows of Knight suonano ora come sessionmen. Prestando il fianco a facili ironie sul loro nome, gli Shadows sono ora l’Ombra di loro stessi, al servizio di agili burattinai come Jerry Kasenetz e Jeff Katz, artefici di un decennio di scempiaggini che vanno dal Ballo di Simone fino alla Black Betty sfigurata dai Ram Jam.  

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BLUR – Modern Life Is Rubbish (Food)  

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Modern Life Is Rubbish è il lavoro che segna lo scarto artistico dei Blur rispetto all’ancora “impreciso” disco di esordio. Un album che, nonostante sia stato concepito in America durante uno dei più disastrosi tour dell’intero decennio, trasuda di orgoglio inglese come pochissimi altri e che in qualche modo, rimettendo in sequenza le vecchie cartoline del Regno (Beatles, Who, Kinks, Tomorrow, Bowie, Jam, Madness, XTC, Julian Cope, Stone Roses) definisce i perimetri del brit-pop che impazzerà da lì a poco.

In copertina la storica Mallard, ennesimo omaggio alla gloria nazionale, sbuffa vapore e addenta le rotaie, attraversando un’Inghilterra che non c’è più, sfuggita anche alle cure della Village Green Preservation Society immaginata da Ray Davies venticinque anni prima e della quale anche i Blur avvertono una sorta di nostalgia che sgorga copiosa su canzoni-meraviglia come Villa Rosie, Sunday Sunday, Coping, Pressure On Julian, For Tomorrow, Chemical World, Colin Zeal, Oily Water, tutte sottilmente inquiete e spavaldamente sornione, con le chitarre che scrosciano o che storpiano l’accordatura per disegnare il ghigno di Barrett su qualche ballata un po’ sghemba come Miss America, Resigned, Blue Jeans.     

Un piccolo miracolo di artigianato pop inglese.

Malgrado gli annunci sensazionalistici di qualche anno prima, la Regina non era affatto morta. E l’Inghilterra si preparava a una nuova conquista del mondo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro