FOO FIGHTERS – Foo Fighters (Capitol/Roswell)  

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Nel 1994 la storia dei Nirvana si chiude tragicamente con una pistola.

Solo pochi mesi dopo, la storia discografica dei Foo Fighters di Dave Grohl si inaugura con un’altra pistola. Un disintegratore molecolare come quello usato da Buck Rogers e prodotto su scala industriale esattamente sessanta anni prima.

La scelta appare indelicata e offensiva, in un mondo che vuole trovare a tutti i costi il colpevole della morte di Kurt Cobain, crocifiggendo a turno tutti coloro che gli sono stati vicini, senza accettare il fatto che Kurt volesse fuggire in primo luogo da se stesso. Sperando che tutti quanti, Courtney Love, Novoselic e Grohl in primis avessero il buongusto di starsene zitti, a scorrere il proprio rosario di sensi di colpa.

E invece, eccolo lì, l’irrispettoso Dave Grohl pronto a pubblicare, tutto da solo, il disco che dissotterra la salma di Nevermind, la disinfesta dai parassiti Cobainiani e rimette in esposizione in una posa più rassicurante. Come se niente fosse accaduto. Come se il rock avesse davvero deciso di andare avanti nonostante tutto. Come se tutto potesse essere bello, e non solo disperato.  E così sarà, nei fatti. Dave avrà salva la vita, grazie ai Foo Fighters. E si continuerà a cantare le canzoni di sempre senza avere davanti agli occhi l’immagine ingombrante di quel biondino che non riusciva proprio ad essere felice.

Foo Fighters è il disco necessario per sopravvivere. Anche a se stessi.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – U.S. Blues Tour ’63 (Ozit Morpheus)

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Dura poco, troppo poco questo splendido documentario della Ozit.

Sono i primi anni Sessanta e il blues “sbarca” in Europa. È il promoter tedesco Horst Lippman ad aprire le porte del vecchio continente all’invasione del blues di Chicago. Che dalla strada passa in tivù, nonostante la bocca sdentata di Sonny Boy Williamson sia mille miglia distante dalle attrattive rassicuranti di un Donnie Lonegan o dei fratellini Everly. È un fiume in piena che stravolge la giovane Europa e la cui forza impattiva è qua ben documentata dalla chitarra a nove corde di Big Joe Williams all’harp blues infilata nella caverna labiale di Sonny Boy che i giovanissimi Yardbirds avrebbero catturato per il live uscito nel ‘66, dal piano boogie di Otis Spann alle sincopi smooth di Lady Victoria Spivey, dall’ esilarante balbuzie di Muddy Waters alla grinta acustica di un Lonnie Johson ormai sessantaquattrenne. Tutto reso con un’eleganza che non tradisce la natura ruspante del blues americano e senza soluzione di continuità.

Davanti a loro un pubblico ancora compito e incredulo che di lì a poco sarebbe stato travolto dalle riletture selvagge di Stones, Yardbirds, Animals e Them.

Non cercate menu e sottomenu, la portata qui è servita per intero, con un’ottima resa audio e bellissime riprese in B/N. Un viaggio brevissimo ma intenso, come un morso ai coglioni.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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