MOONEY SUZUKI – Have Mercy (Elixia)    

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E così i Mooney Suzuki dopo aver chiuso le porte della V2 hanno serrato anche quella del garage. Have Mercy marca il passaggio alla Templar e il definitivo spostamento d’ asse verso quel 70‘s rock di maniera già paventato da Alive & Amplified. Che poi il passo dalla maniera alla banalità sia brevissimo lo conferma il dipanarsi della track list che si apre benino con il boogie piatto di 99% con tanto di coretti ariosi alla Hush e la molle retro-ballad (con spolvero di flauto che fa tanto tardo-hippie) di Adam & Eve e poi sprofonda in una voragine di melensaggine a tratti terrificante: First Comes Love è l’amore irrisolto (e come potrebbe essere diversamente?, NdLYS) tra i Gene e i Ramones mentre le ballate Rock ‘n Roller Girl, The Prime of Life e Leap of Faith sono di un torpore che manco i Vines quando sbadigliano. Chiudi gli occhi e se riesci a non appisolarti ti pare di stare dentro un incubo con Kim & The Cadillacs. Dopo i Mainliners un altro tuffo nella noia di un rock tronfio e per nulla ribelle.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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I WALK THE LINE – Desolation Street (Gearhead)

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Non vi tragga in inganno il moniker adottato dal gruppo finlandese e nemmeno il titolo del loro secondo album: non c’è ombra di country music qui dentro e neppure puzza di sterco liofilizzata per cowboy solitari. I Walk the Line è piuttosto una delle più insolite punk bands del nord Europa, nata dalla fusione estemporanea di due bands del giro punk di Helsinki: Manifesto Jukebox e Wasted. Sono soprattutto le tastiere di Anna a dare l’imprinting alle canzoni di I*W*T*L, coprendole di quel mood scuro, decadente, sottilmente perverso e romantico che in molti passaggi li avvicina a una band grandissima come i New Christs. Se vogliamo, è come una trasposizione temporale del punk androide degli Stranglers. Altri “uomini in nero”, se ben ricordo. Veramente intriganti.

 

                                                                                              Franco” Lys” Dimauro

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STEPPENWOLF – Steppenwolf (ABC Dunhill)  

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Il 14 Febbraio è il giorno di San Valentino.

Ovunque.

Ma non in California. In California il 14 Febbraio è, dal 1972, lo Steppenwolf Day.

Istituito da Sam Yorty allora sindaco di Los Angeles per celebrare un amore durato sei anni.

Arrivati dal Canada con una scorta di canzonette, gli Steppenwolf avevano trovato in California il sole e l’asfalto buoni per indurire il loro suono fino a renderlo uno dei più robusti della stagione. Per molte stagioni.

Steppenwolf, il disco pubblicato nei primi giorni del 1968, è un lavoro dal sound turgido, mascolino. Guidato dalla voce maschia di John Kay e manovrato dalle abili mani di Michael Monrach (chitarra) e Goldy McJohn (organo) lungo i binari di un blues-rock spavaldo o sui tappeti di ballate acide e irrequiete che si portano sempre un bel po’ di sporcizia nera addosso. Che sia stato Chuck Berry, Muddy Waters o Don Covay a schizzarci sopra il proprio seme, poco importa.

Ma le due perle del disco, sebbene non le uniche, sono quelle scelte (in verità un po’ a casaccio pescando dal calderone di quello che le radio programmavano con maggiore insistenza in quei mesi, NdLYS) da Dennis Hopper come temi trainanti del suo Easy Rider. Born to Be Wild, regalata alla sua ex-band da Dennis Edmonton, è il pezzo destinato a diventare l’emblema non solo degli Steppenwolf ma dell’intera cultura biker. L’immagine dell’”uragano di metallo pesante”, musicalmente amplificata da un maestoso e sapiente impiego della distorsione elettrica e dei ficcanti inserti di organo che sembrano davvero voler riprodurre le cromature dei chopper americani, è del resto fin troppo trascinante per non diventare una vera e propria filosofia di vita e battezzare, nel contempo, un intero genere musicale che a quell’energia vulcanica e a quell’immaginario “rovente” deve tutto: l’heavy metal.

The Pusher è invece una cover di Hoyt Axton che però l’avrebbe incisa solo tre anni dopo il successo della versione degli Steppenwolf. Un ritratto meno metropolitano ma non meno intenso del degrado umano già descritto nella Heroin dei Velvet Underground. Le chitarre che disegnano lunghe e infette strisce di bave, del tutto simili all’ombra carnefice dello spacciatore.

Due brani monumentali che influenzeranno non soltanto centinaia, migliaia di gruppi ma che contribuiranno a deviare in parte la storia della musica rock. Due perle ma non le uniche, dicevo. Perché Berry Rides Again ad esempio contiene già dentro i Flamin’ Groovies, la cover di Hoochie Coochie Man tutti i dischi di Rory Gallagher, Your Wall’s Too High e il guscio di The Ostrich, rispettivamente, tutto Morrison Hotel e tutto L.A. Woman, il superbo scambio di sguardi fra organo e chitarra di Desperation il prototipo delle ballate tipiche del southern rock.  

Un lupo che divora la steppa. In solitudine. Aspettando che il branco lo raggiunga.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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