HUMAN EYE – They Came from the Sky (Sacred Bones)

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Garage cosmico. Scarti punk infetti lanciati nelle orbite galattiche come scorie atomiche che brillano di luce giallastra nel buio dell’universo.

Human Eye tornano dallo spazio profondo con questo terzo album pieno di nefandezze cosmic-punk.

Come dei Chrome avariati o degli Hawkwind orfani del pentagramma.

Stridori lancinanti come quelli di Junkyard Heart, oscilloscopi devastati dalle tempeste magnetiche come quelli di Astral Creep, sonar marziani come quelli di The Movie Is Real, rivoltanti sagome venusiane come quelle di They Came from the Sky e macilente proiezioni hendrixiane come quelle di Peoploids sono paradossali caricature del rock già mostruoso di Butthole Surfers e Red Crayola.

Occorre essere abituati a vestire d’amianto per non restare bruciati da queste lame rotanti pilotate dall’insano Timmy Vulgar e dai suoi tre mostri alieni.

Puro veleno tossico e nauseabondo. Niente di umano qui dentro.

 

                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE VIRGINMARYS – Cast the First Stone (autoproduzione)

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I Virginmarys sono venuti per tappare qualche buco.

Tranquilli, togliete pure le mani dal vostro sedere, non è a quel buco lì mi riferisco.

Mi riferisco al vuoto lasciato da band come Jet e Datsuns ad esempio, vezzeggiate e coccolate quando erano in fasce e poi abbandonate dietro il portone della scuola d’infanzia, senza che nessuno venisse più a riprenderle.

I Virginmarys hanno il medesimo tiro, suonano duri ma anche confidenziali.

Come dei Wolfmother rimasti imprigionati dentro il primo disco dei Kings of Leon.

Qualcuno, eccedendo come di consueto, ha visto in loro i nuovi Led Zeppelin e Dio non voglia che abbia ragione, che non abbiamo bisogno di un altro In Through the Out Door. Per ora la band inglese non mi pare invece abbia voglia di eccedere: si presentano con un mini di sei pezzi pubblicato in proprio.

Ma state certi che saranno il prossimo investimento di qualche colosso del disco pronto a spillarvi i pochi euro che il governo Berlusconi vi ha lasciato in tasca, facendo sventolare il loro nome sotto la bandiera del rock alternativo.

Insomma, finiranno inghiottiti da Virgin Radio e tutte quelle menate finto-rock però Cast the First Stone ha una dignità artistica di buon livello, alimentata da un pezzo come Portrait of Red che sembra la versione addomesticata del superjudge-rock dei Monster Magnet, dal boogie anni Settanta di Out of Mind, dalla spirale hard rock di Off to Another Land e dagli scatti di Nothin‘ to Lose a far scuotere le casse come due enormi tette. Cresceranno, brilleranno, esploderanno e alla fine lasceranno cadere la loro cenere, come tanti altri. Per adesso, questa è solo la prima pietra.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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