ENZO AVITABILE – Napoletana (Folk Club Ethnosuoni)

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Dopo la full immersion nel ritmo dei due dischi condivisi coi Bottari di Portico, Napoletana ci consegna tra le mani un fragilissimo ed esclusivo Avitabile intimo e profondo. È la celebrazione della napoletanità più intrinseca ed intensa. Non quella della tradizione neomelodica e neppure quella della oleografica canzone tradizionale e popolare.

Qui si penetra dentro il cuore di Napoli, come attraverso un’arteria vesuviana che spacca la pietra fino a sbucare nei quartieri spagnoli della patria di Partenope, un cunicolo scavato con le unghie e con i denti, immersi nel dolore fiero di un canto che ha il potere evocativo di una preghiera, di una devozione. 

L’artificio tecnico del tetracordo, quello armonico delle scale minori, quello linguistico e metrico del dialetto campano e quello umorale della melopea sono funzionali all’evocazione della liturgia melanconica che Enzo vuole portare su disco.

Napoletana è un disco da cui sgorgano lacrime di sangue.

Come la statua di San Gennaro.

Come quelle che ci si rovesciano addosso dagli occhi bagnati del protagonista di Don Salvatò, accorata preghiera che inaugura con forza commovente il viaggio dentro queste canzoni profonde come solchi di vomere.

È la sconsolata implorazione di chi non riesce a farsi una ragione della propria miseria, neppure mangiando le pagine dei libri di storia alla ricerca di qualche spiegazione, neppure rialzandosi con le ginocchia doloranti da queste smisurate invocazioni, neppure dopo aver mietuto un fascio di grano che darà pane amaro e poco companatico.

Un’intensità che vibra di un’amarezza che ammutolisce e che torna a farsi fenditura di dolore su Ricurdànne, Malincunia, Carmela e che raramente trova sollievo se non nell’ipnosi circolare di Amaro nunn’ ‘essa essere màje o nell’arpeggio luccicante di Canto ‘e primavera, per poi richiudersi nel suo lamento, nel suo rosario di preghiere lanciate come sassi a un Dio distratto.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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DAVID BOWIE – Aladdin Sane (RCA)  

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La netta virata di Bowie verso la musica americana della metà degli anni Settanta ha in realtà una sua deviazione progressiva che parte da molto lontano e che viene accentuata dal tour americano dei primi anni del decennio (fruttando, tra l’altro, la produzione di Transformer e il missaggio di Raw Power). Al rientro da quel soggiorno Bowie mette mano ad Aladdin Sane, un disco che, senza tranciare di netto le visioni orgasmiche di Ziggy Stardust e inserendo molte suggestioni pianistiche retaggio della sempre viva fascinazione del musicista inglese per il teatro e l’avanspettacolo decadente europeo, rende omaggio all’America e alle sue città sfolgoranti. Ma, al centro di tutto, resta ancora Bowie e il suo fortissimo ego, scrutatore attento e vigile del presente, custode del passato (al cui ricordo si dedicherà con dedizione sul successivo Pin Ups), precursore di tendenze, mode, pose e attitudini di là da venire. Aladdin Sane è in bilico fra tutto ciò, con un’aria da musical che ha già in se tutto l’odore dell’uscita di scena del mostro Ziggy eppure vivendone ancora tutta la sua provocante, androgina bellezza. Dentro le sue viscere falene di pailettes come The Jean Genie, Time, Panic in Detroit, Cracked Actor, Aladdin Sane si avvicinano al fuoco, proiettando ombre di farfalla sul muro.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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