THE UNCLAIMED – The Unclaimed (Moxie)  

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L’atto di nascita del neogarage degli anni Ottanta.

Il disco che tracciò le coordinate di attitudine, look e suono per tutto quello che venne dopo, fu questo 7” pubblicato da Dave Gibson per la sua Moxie Records, l’etichetta fondata in onore del suo cane e delle oscure band di beat/punk degli anni Sessanta di cui Dave è acerrimo collezionista. Una passione condivisa con pochissimi altri, all’epoca. Uno fra questi è Shelley Ganz, che abita a non troppi isolati da Carondelet Street, il quartier generale di Dave e che ha pensato di sporcarsi le mani con quella musica mettendo su una band devota a Music Machine, Electric Prunes, Chocolate Watch Band, Syndicate of Sound e Count Five. Si chiamano Unclaimed, come un’oscura band californiana di quindici anni prima, e girano per i locali della città con una bellissima selezione di cover surf e garage che in molti cominciano ad invidiare. Dave li vuole a tutti i costi sulla sua etichetta. E Shelley Ganz, Sid Griffin, Barry Shank, Thom Hand e Matt Roberts ci stanno. L’E.P. d’esordio degli Unclaimed esce nel 1980, quando attorno c’è il nulla o poco più. Quattro canzoni che segnano il punto zero della febbre garage che dilagherà da lì a breve non solo in California ma su due interi continenti.

Quattro canzoni rudimentali, scarne, primitive, per lo più scopiazzate (The Sorrow non è altro che Train for Tomorrow degli Electric Prunes e Run From Home una furba versione di Never Alone dei Five Canadians, NdLYS), suonate e cantate con una approssimazione ma allo stesso tempo una eleganza che le rende fragili ed affascinanti e tuttavia necessarie per dare l’imprinting a qualcosa che sta covando fra i teenager americani sin dall’uscita delle Nuggets, che era stata soffocata dal punk e che ora stava riemergendo con le “pepite” pubblicate dalla AIP Records. E Ganz, in quel preciso istante, sembrava il Re Mida dai capelli corvini e le beatle-boots ai piedi destinato a trasformare in oro ogni suono che usciva da quei solchi.

Altri avrebbero fatto di più e meglio. Ma l’immagine degli Unclaimed neri come corvi rimane a svolazzare su tutti, a monito ed esempio perenne.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Punk in London / Punk in England (MVD Visual)

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Wolfgang Buld fu una delle tante anime creative che alimentarono la scena punk inglese. Attratto dal fuoco che bruciava per le strade di Londra e di tutta l’Inghilterra alla fine degli anni Settanta, decise di documentare il “decline of british civilization” con i suoi scatti e le sue riprese.

Questi due titoli fanno parte della trilogia (il terzo DVD apre lo zoom la cocente scena reggae della capitale che avrebbe avuto un’influenza seminale sull’evoluzione del concetto di punk rock, basti pensare ai Clash sandinisti, al Pop Group, alle Slits, ecc. ecc.) che Wolfgang realizzò per la BBC e dentro la quale si respira tutta l’urgenza di una scena che stava ridefinendo i canoni estetici e musicali della giovane Inghilterra.

Dentro il suo primo documentario ci sono stralci di concerti (Jam, Chelsea, Clash, Lurkers, X-Ray Spex…), interviste (Miles Copeland della Illegal, il team della Rough Trade, Jimmy Pursey, Kevin Rowland, ecc.) e aria da fogna metropolitana.

Bianco, nero, rosso e pochi altri colori sbiaditi nonostante la rielaborazione digitale.

Come un vecchio numero di Sniffin’ Glue che prenda forma dentro un tubo catodico. In aggiunta l’ intero set suonato dai Clash a Monaco nel tour del 1977.

Il secondo DVD allarga l’obiettivo su una scena che si sta già ridefinendo, macchiandosi col nero della musica giamaicana e della Motown e col grigio delle intemperie dark-wave. Slits, Siouxsie and The Banshees, Specials, Secret Affair, Ian Dury, Madness, Pretenders diventano le nuove icone del dopo-punk.

Rude boys, regine dark, cravattini di pelle, dreadlocks cominciano ad insinuarsi nella scena punk e ne creano gli sbocchi creativi che le permetteranno di sopravvivere a se stessa. Da quel momento solo gli idioti continueranno a credere che il punk fosse morto senza comprendere che, semplicemente, era altrove.

Ottimo il lavoro di rifinitura audio che rende facilmente ascoltabile anche ciò che, molto spesso per limitazioni imposte dalle tecniche dell’epoca, ascoltabile non era.

                        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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