THE LONG RYDERS – The Best of The Long Ryders (Prima)

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Molto prima che l’“Americana” finisse per ingolfare gli scaffali dei negozi specializzati, una accozzaglia di cowpunks tentò il recupero delle radici della musica statunitense con un pugno di dischi zuppi di country-rock, folk elettrico, swamp blues, hoedown, honky tonk, bluegrass. Erano i cosiddetti “restauratori” votati al culto di Messia dell’elettricità rurale come Neil Young o Gram Parsons. Tra loro i Long Ryders di Sid Griffin rischiarono di fare il grande salto grazie alla forza impattiva di un singolo come Looking for Lewis & Clark col suo pestare forte e fiero come una mandria di buoi texani. È da lì che parte questa bellissima raccolta speculare al live uscito ad inizio anno per stessa label e che ripercorre la loro vicenda (saltando però a piè pari il grezzo 10-5-60) da poco rivitalizzata con un nuovo reunion-tour.

18 tracce che sono una bandiera della oleografia rock americana.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

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ANUSEYE – Anuseye (Interbang)

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Se per assurdo nascessero gli Screaming Trees italiani voi che fareste?

Continuereste a farvi le pippe con le stronzate che passa Virgin Radio o comincereste a far drizzare quel che da un po’ vi serve solo per assicurare lo stipendio all’urologo?

Cominciate a porvi il quesito e andiamo avanti.

C’erano una volta i That’s All Folks!. Italianissimi solo per il censo.

Erano gli anni del riflusso grunge e del tormentoso fiume di lava stoner.

I T.A.F.! erano tra i più credibili gruppi del periodo, con due album incredibili su Beard of Stars, un mini su Toast e altra roba minore. Una storia che sembra(va) finita ma che lo scorso anni ci regala (a me, voi dovrete andare a comprarlo, NdLYS) un 7″ diviso con il pulcino che da quella covata è venuto alla luce: Anuseye.

Tra di loro Claudio e Luca vantano dei trascorsi nella seminale band barese.

Al motore ritmico ci sono Antonello Carrante e Michele Valla.

Il pezzo è Fine Needle, un serpente velenoso che mangia e caca bocconi acidi.

Lo ritroviamo ora in apertura della seconda facciata di un disco maestoso che meriterebbe ben altre vetrine che non quella che gli può garantire un mascalzone come me. E neppure un mascalzone ancora più grande come quello che Massimo Gurnari ha intrappolato in copertina.

Claudio Colaianni ha una voce fortemente espressiva perennemente impostata sui toni medi e caldi che furono del giovane Lanegan, pur sfuggendo ad ogni facile tentazione di emulazione.

Sotto passano le spirali ipnotiche di chitarra e basso, a volte coadiuvate da una distesa soporifera di synth (la All Is in Your Eyes figlia dei Monster Magnet di Tab…) o da un picchiettio stoogesiano di piano (The Betrayal) che sottolineano la volontà della band pugliese di privilegiare il canale ipnotico per entrare nella mente degli ascoltatori pur senza disdegnare la scelta di affidarsi a melodie dolorosamente evocative (The Girl at the Corner of My Heart, Head, Still, Song for the Trees) che in passato furono il regno dominato da Black Moses, Masters of Reality, QOTSA e Screaming Trees e che ora gli Anuseye lambiscono con la sicurezza delle proprie capacità espressive.

E così si torna alla domanda di partenza.

Nel frattempo, cosa avete deciso di fare?  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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