COIL – Horse Rotorvator (Force & Form)  

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Peter Christopherson. Detto Sleazy. Un nome e un nomignolo che per molti vorrà dire nulla. Vorrà dire una faccia come tante. E Peter aveva una faccia come tante. Eppure, se avete messo gli occhi e le orecchie nella musica degli anni Settanta, Ottanta, Novanta, la sua faccia anonima era lì a guardarvi. E voi non lo sapevate. Nascosta dietro decine di nomi eccellenti. Pink Floyd, Led Zeppelin, Nine Inch Nails, Rage Against the Machine, Marc Almond, Vasco Rossi, Peter Gabriel, Body Count, Ministry, Filter, Danzig, Diamanda Galas, Gravity Kills, Rollins Band, Paul McCartney, Scorpions, Alan Parsons Project. E ancora decine e decine di altri. Era il Peter che parlava per immagini.

Peter era ossessionato dalle immagini. Ne era quasi perseguitato, braccato.  

Non lo lasciavano in pace mai, neppure la notte, quando si avventavano su di lui con una furia che non gli permetteva di riposare. In una di queste notti furono i quattro cavalieri dell’Apocalisse a fargli visita. Peter ne conosceva bene i nomi e le fattezze. Li aveva studiati sulla Bibbia Psichica dell’amico Genesis P-Orridge quando, insieme, avevano costruito il Tempio della Gioventù Psichica e la sua filiazione musicale chiamata Psychic TV.

Guerra, Pestilenza, Carestia e Morte erano scesi dai loro cavalli, ne avevano strappato le mandibole mentre loro nitrivano di un nitrito metallico e con le loro ossa avevano costruito un gigantesco aratro per dissodare la Terra. Una terribile macchina equina che Peter aveva battezzato Horse Rotorvator. Era quell’immagine, quel suono che Sleazy aveva in mente quando nel 1986 aveva messo su il secondo disco dei suoi Coil destinato a diventare uno dei capolavori gotici del decennio. Un disco dove la morte aleggia con ali plumbee e maestose, nascosta dietro una apparentemente rassicurante foto del padiglione del Regent’s Park (che invece era stato cinque anni prima teatro di un attacco terroristico dell’Ira che aveva visto saltare in Italia l’intero reparto musicale dei Royal Green Jackets, NdLYS). La musica di Coil è una musica piena di lividi e Horse Rotorvator ne è la sua rappresentazione più solenne. Una mini-opera in cui si intrecciano rumori concreti, folk apocalittico, musica industriale, campionamenti, avanguardia, elettronica, marce da corteo, archi, fiati, frattaglie di musica classica (lo Stravinsky mutilato della introduttiva The Anal Staircase) creando una funerea giostra in cui esoterismo, sesso e mistero cavalcano su sagome di animali deformi. Siamo ben oltre la fascinazione romantica ed estetica per l’occulto e il vampirismo manifestata dall’ala più scura della new-wave quanto piuttosto dentro una liturgia dove si celebra il fascino per la perversione e l’abbattimento definitivo dei tabù sessuali, religiosi, morali che preparano la strada ai Cavalieri che fanno visita al sonno di Peter.         

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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