SEID – Among the Monster Flowers Again (Sulatron)

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Non mi aveva colpito allora (2002) e non mi scalfisce ora che viene ristampato in vinile, questo esordio dei norvegesi Seid. A non convincermi è innanzitutto la voce di Bernt Erik Andreassen, totalmente inespressiva e, quando azzarda un po’ di cattiveria in più come succede sulla Fire Song accesa da un bel riff alla Motorpsycho (band con cui all’epoca del disco i Seid dividevano la sala prove, NdLYS) del tutto fuori contesto.

Ma è pure l’arredo sonoro, sgraffignato dalle gallerie psichedeliche dei Pink Floyd, dalla cosmonave degli Hawkwind, dalle turbine Iron Butterfly e dal salone secentesco dei Genesis che non riesce a trasmettere quella giostra di emozioni a cui Among the Monster Flowers Again sembrerebbe ambire.    

Più di una buona idea sembra affiorare in pezzi come Lois Loona, Sleep, The Tale of the King On the Hill ma i campi LYSergici evocati dalla sfruttatissima icona di copertina dispensano una gioia che è artificiosa più che artificiale.

Ricordo una serie di sbalordite recensioni dell’epoca che ne parlavano come di un capolavoro space/prog.

Mi stupii allora e continuo a stupirmi adesso.

E mi chiedo cosa custodiate nelle vostre discoteche.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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RAY DAYTONA AND THE GOOGOOBOMBOS – One Eyed Jack (66Sixties)    

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Vinile blu intenso. Già di per se una figata. Se poi dentro quei solchi scorre la musica di Ray Daytona e dei suoi GooGooBombos, ancora meglio. One Eyed Jack segna il ritorno per una delle poche realtà esportabili della musica italiana (e infatti, una delle poche menzionate anche su blog stranieri “di settore” come Trustar Vibrations o Twilight Zone, NdLYS) e il battesimo per la neonata etichetta toscana 66Sixties, nome trafugato dalla lista di efferatezze dei Throbbing Gristle ma ottimamente riadattato a marcare il territorio in cui la label (e la sua ben più lunga appendice radiofonica) si muove.

Ogni nuovo disco dei Ray Daytona, e anche questo non sfugge alla regola, è perfettamente simile e perfettamente dissimile da quelli che lo hanno preceduto. Analoghe le atmosfere, sia che i Bombos si rotolino nel fango (come succede ad esempio quando tirano fuori il loro lato più crudo nella reprise assolutamente rovinosa di Sick & Tired dei Continentals, A.D. 1966, o sulla sporchissima It‘s Not That I Don‘t Like, efferato e spiritato garage come quello dei primi GreenHornet), nella polvere del deserto (le movenze western della title track o il ruzzolare hoe-down di Buttero Square), che si lancino come sonde nello spazio (Dr. Phibes Clockwork e i suoi sibili elettronici) o come surfisti sull’onda perfetta. Diverse, perché ogni volta ancora più intense, vigorose, suggestive, le emozioni che ci riserva. La band è ancora cresciuta, mostruosamente cresciuta. Proprio come uno di quei mostri da B-movie che fanno parte del loro bagaglio estetico e culturale.

Confermo senza riserve quanto scrissi tre anni fa per Fasten Seat Belt: i Ray Daytona suonano egregiamente. Salvo poi sporcare tutto con la lordura necessari. E migliorano di uscita in uscita, inesorabilmente. Allargando costantemente il gap che li separa dal resto della flotta.

                       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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