GORE GORE GIRLS – Get the Gore (Bloodshot)    

0

La Motorcity continua a dettare legge in ambito garage e roots-punk. Un groviglio di situazioni, bands e sortite più o meno estemporanee e in mezzo delle autentiche istituzioni del sottobosco della musica che guarda ai sixties come riferimento immediato. Tra queste, il gruppo di Amy Gore spicca per l’adesione ai canoni dei tipici gruppi all-female dei ‘60 come Shirelles, Ronettes e Shangri-Las giù giù fino a Belles, Bittersweets, Pussycats o Pleasure Seekers: giovani minorenni ai primi cicli mestruali e scosse dalle prime turbe sessuali dopo aver visto Ringo Starr maneggiare le bacchette su A Hard Day‘s Night. Get the Gore ti risucchia esattamente in un gorgo di libido beat agli estrogeni e riesce a divertire, anche se la ripetitività della formula grava sulla seconda parte del disco e sugli sforzi per superare i propri limiti (Sweet Potato l’esempio più lampante). Comunque molto meglio che l’ultimo, fiacco Detroit Cobras, questo è certo.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

download

EDDIE AND THE HOT RODS – The Singles Collection (Captain Oi!)

0

Il suono è spesso pericolosamente vicino a quello di Chuck Berry (Get Out of Denver) e a quello dei fratelli delle strade newyorkesi, Dictators in primis.

E non c’è da stupirsi, avendo radici e obiettivi comuni: riportare il rock ‘n roll alla sua essenzialità. E’ il messaggio che spianerà la strada al punk rock, da un lato e dall’altro dell’Atlantico.

In Inghilterra lo chiameranno pub-rock. In America proto-punk.

Ma è la stessa cosa: è il rock che torna in mano ai ragazzi, come era stato per le beat-bands degli anni Sessanta e, prima ancora, per i teddy boys degli anni ’50. Gli Hot Rods sono tra i migliori. Hanno un suono scattante, una buona scelta di covers e sanno scrivere pezzi animati da una rabbia misurata, buona per i lavoratori e i disoccupati che affollano i pub dopo le cinque di pomeriggio.

Teenage Depression e Do Anything You Wanna Do  sono gli anthem, sin dai titoli. Qui li trovate accatastati in ordine assieme alle altre facciate A dei 13 singoli della loro carriera.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

index

MAKIN’ TIME – No Lumps of Fat or Gristle Guaranteed plus demos (Big Beat)

0

Martin Blunt credo lo conosciate tutti. È un patito di mod-culture e suona il basso per i Charlatans, sin da quando hanno messo i loro caschetti nella storia a colori  del brit-pop. Fay Hallam la ricordate forse un po’ meno anche se ve ne ho parlato spesso, su queste o su altre colonne: è stata per anni compagna di Graham Day e musicalmente attiva nei Prime Movers e nei Phaze prima di lanciare il suo ennesimo progetto Hammond-groove oriented del Fay Hallam Trinity.

Bene, Martin e Fay condividevano nei mid-80s il medesimo gruppo ovvero i Makin’ Time: un primo LP uscito per la Countdown e questo secondo album allora autofinanziato e oggi per la prima volta ristampato in digitale con l’aggiunta delle bonus di circostanza e che gli fu artisticamente superiore, sicuramente influenzato dall’assidua frequentazione con i Prisoners (Graham Day regalerà al gruppo Two Coins For Ferryman, NdLYS) così come dalle tonnellate di Northern Soul e funky-jazz trangugiate dalla band. Il risultato era un suono scoppiettante, intriso di musica nera ma con un beat martellante e un appeal da dancefloor. I Makin’ Time avevano più di ogni altra band le carte in regole per sdoganare la scena neo-mod e farne un affare da milioni di sterline. Un sogno mai realizzato e naufragato invece nel disinteresse quasi totale. Pagate pegno, ora.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MakinTimeNoLumpsOfFa

TWIN GUNS – The Last Picture Show (Hound Gawd!)  

0

L’inizio fu chitarra e batteria. E una voce che veniva dall’oltretomba.

Ma l’arrivo di Kristin ha reso ancora più erotica la musica del gruppo italo-newyorkese che vede ai tamburi “Jungle” Jim, il batterista che fu dietro le chiappe di Poison Ivy per il tour di Fiends of Dope Island quando voi facevate ancora merenda detonando il cellophane delle brioscine industriali e, ancora oggi che si sono zittite sia le merendine che loro, nei Makers.

Dei Cramps, ma non solo da loro, i Twin Guns hanno assorbito molta della cultura trash-a-billy che si traduce in un suono riverberato e truculento (un esempio fra tutte la bella The First Time che raccorda la giungla crampsiana ai deliri metropolitani dei Suicide) che fa ovvio riferimento a loro così come a quello di altri maestri del genere come Screaming Jay Hawkins, Raymen e Beasts of Bourbon così come è chiara (perdonate l’ossimoro che sta per piovere giù…NdLYS) l’influenza ci certo surf scuro e sinistro (nelle tante tracce in cui il ritmo rallenta come nella bellissima versione zombie dello standard Harlem Nocturne e poi ancora su Maniac, Temperature Rise, The Last Picture Show, Trigger Jack).

Uscire con un disco così necrofilo e bastardo, intestato a una band che di “gemelli” sfoggia i suoi fucili, su vinile rosso (con la solita card per il download che a me non serve a un cazzo ma magari a voi si), a New York, l’11 Settembre può apparire mossa di cattivo gusto. E lo è. Non più di quanto lo sia certa indignazione selettiva o il business mercenario che si nasconde dietro ogni scontro fra civiltà, in ogni caso. O magari il bisogno di riadattare la nostra realtà di serie Z ad un più rassicurante, sebbene spaventevole, mondo fumettistico di serie B. Scacciando via i fantasmi che hanno la consistenza carnale dei nostri simili per lasciarne solo penzolare le loro lenzuola.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

images

ROCKET FROM THE TOMBS – Black Record (Fire)  

0

Il nome è di quelli che da sempre incutono riverenza e timore. Un po’ per la loro storia. Un po’ perché…provate a dirlo voi a uno come David Thomas che non sapete chi erano (sono) i RFTT. Per riassumere in due righe: una band che suonava punk prima che nascesse il punk e che ha inciso il primo disco quando i vecchi punk accompagnavano a scuola i nipoti. 

Perduto per strada anche Cheetah Chrome all’indomani dell’ultimo (e primo) album in studio, sul missile di Cleveland sono rimasti solo David e Craig Bell. Con loro ci sono le chitarre di Gary Siperko dei Whiskey Daredevils e di Buddy Akita dei This Moment In Black History e le stesse bacchette di Steve Mehlman dei Pere Ubu che erano già state usate per Barfly.  

Il missile stavolta atterra in un pianeta più buio del solito. Molto presumibilmente il nostro. Copertina e titoli non lasciano spazio al colore.

Sono dieci originali (tra cui due riletture a carta carbone di Sonic Reducer e Read It and Weep) e, nonostante l’avversione dichiarata di David per le cover-version che causò la prima frattura con Peter Laughner, una cover dei Sonics.

Nessuna di loro salverà il pianeta, ovviamente. E nessuno permetterà a David Thomas di scrivere nuovi classici. Anche se canzoni come Nugefinger o Coopy ci vanno davvero vicino.

Il suono sfilacciato degli esordi è adesso rivestito della pelle dura che gli anni ci concedono come scudo all’avanzare del tempo e questo non piacerà ai punk.

Ma Thomas continua ad essere, assieme a Mark E. Smith, Jello Biafra e John Lydon, l’unico in grado di cantare su un disco rock come se stesse presentando una sfilata di mascherine in ludoteca. O come un maiale sotto castrazione, come ebbe a dire un collega più ricco e famoso. E questo non piacerà ai metallari.

Ha più di sessant’anni. E questo non piacerà ai ragazzini.

Ha la faccia da orco. E questo non piacerà alle mamme.

Non veste cool. E questo non piacerà alle agenzie pubblicitarie.

E odia le interviste. E questo non piacerà ai giornalisti.

Un gruppo scomodo che fa dischi che scontentano tutti.
Gente senza nessuna divisa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

news-15-09-rftt

SIMON AND GARFUNKEL – Bridge Over Troubled Water (CBS)  

2

L’ingresso di Simon & Garfunkel nel nuovo decennio è sottolineato dalle note di un pianoforte che non è ne’ dell’uno, ne’ dell’altro. È Larry Kenchtel, il bassista aggiunto dei Doors oltre che pregiatissimo session man aggiunto per un nugolo di artisti, dai Byrds (sarà lui assieme alla sua Wrecking Crew a suonare quasi per intero sul primo album della formazione di Los Angeles, NdLYS) ai Beach Boys passando per Chet Baker ed Elvis, ad aprire quello che diventerà l’ultimo lavoro discografico del duo americano. Il disco che li consegna definitivamente alla storia della musica moderna non come folksingers ma come autori di raffinatissimo pop. Bridge Over Troubled Water , il pezzo che intitola e apre il loro quinto album, è una struggente ballata gospel che simula speranza ed ottimismo ma lascia intuire che qualcosa ha intorbidito le acque su cui Paul e Art scivolavano veloci fino a pochi mesi prima.

Il segno dissimulato che qualcosa quel treno della metro che passava veloce sulla copertina di Wednesday Morning, 3 A.M. sia arrivato alla fine della sua corsa.

Nessuno tuttavia, a parte le persone coinvolte in quelle sparute ma pesanti sedute di registrazione, sembra averne la reale percezione. Perché Bridge Over Troubled Water, nella sua complessità che non è più artigianale, è un disco che porta a compimento le ambizioni creative che Simon & Garfunkel hanno già manifestato sul precedente Bookends. Un album che si riaffaccia sul passato remoto (lo skiffle di Why Don‘t You Write Me, la cover dei sempiterni Everly Brothers) e prossimo (il folk autunnale di The Boxer) dei due ma che si apre anche alle contaminazioni con la musica etnica (la reinterpretazione del classico andino El Condor Pasa con il supporto dei Los Incas, i pattern ritmici di Cecilia) che faranno la fortuna, anni dopo, di un disco come Graceland. Un album che nella sua complessità risulta molto più confidenziale e diretto rispetto all’introverso Bookends.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

download

THIN WHITE ROPE – Moonhead (Frontier)  

0

A due anni dal debutto, i Thin White Rope hanno già una solidissima base di fans (gli Swinging Danglers) e hanno perfettamente definito i contorni di un suono che Exploring the Axis “esplorava” già in maniera personale ma ancora sfocata.

Moonhead, l’album che li riconsegna alle scene, mostra un gruppo all’apice della sua forma, totalmente conscio delle proprie abilità, assolutamente capace di manovrare con estrema destrezza un suono che è erede diretto della psichedelia malvagia ed espressionista dei Television. La solitudine psicologica di Kyser lo spinge in un deserto ancora più disabitato, che non è più quello terrestre.

È l’isolamento cui Kyser si abbandona nello spazio acustico di Thing, disturbato solo dal crepitio elettrico della sei corde di Roger Kunkel che lo affianca come uno spirito negli ultimi secondi di una country song ridestando lo spirito sinistro che incombe implacabile sul resto dell’album e sull’intera discografia della band californiana. E’ questo velo sciamanico a rendere la musica dei Thin White Rope così unica e distante sia dal resto delle formazioni Paisley cui vengono accostati più per comodità che per affinità spirituale, sia dal rampante indie-rock che sta conquistando la scena (Pixies, Dinosaur Jr. in primis) e che da lì a breve diventerà un affare colossale da cui i TWR non trarranno però alcun beneficio.

Moonhead non tenta un’operazione di restauro delle radici ma si sviluppa proiettando ombre scure sul terreno della musica tradizionale americana. Quello che viene fuori, pur sotto un vero turbine di chitarre acide che lavora alacremente per modellare le sagome di questo canyon che il suono dei Thin White Rope sembra disegnare, è un paesaggio inquietante e spettrale che ha più di un ponte di collegamento con certo post-punk inglese. Una tensione che resta sempre accesa, come se la band suonasse circondata da branchi di coyote inaspriti dalla fame e che Kyser si guarda bene dallo smorzare, giocando piuttosto proprio su questo senso di perenne minaccia che la sua musica sembra portarsi addosso e che viene sventolata con fierezza, come un vessillo di fede, uno stendardo di luogotenenza allo sconfinato esercito dell’inquietudine.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

thin_w10

THE FUZZTONES – Lysergic Emanations (30th Anniversary Edition) (Hound Gawd!) / Psychorama (Easy Action)  

0


Rudi Protrudi ha sessantatreanni “suonati”.

Di cui più della metà spesi a diffondere e poi difendere un’IDEA di rock ‘n roll.

Trentacinque anni dedicati a curare la sua creatura, il suo non unico ma più longevo figlio legittimo: The Fuzztones!

Nati nella New York buia del dopo-punk e costretti a suonare per poche decine di persone che quando passano davanti al palco si grattano la patta e finiti per diventare l’icona stessa del rock più viscerale e privo di compromessi, in trenta anni i ‘tones non hanno prodotto un disco men che buono, sfiorando il capolavoro con Lysergic Emanations e continuando a sputare sangue e sudore finendo per suonare più a lungo di qualsiasi altra band cui si fossero ispirati.

Più dei Love e più degli Shadows of Knight, più dei Sonics e più degli Stooges, più dei Godz e dei Doors, sicuramente più dei Gonn, dei Music Machine, dei Bold o degli Haunted. Piccoli e grandi monumenti diventati lapidi su cui scrivere qualche scarabocchio delirante.

Ma loro sono lì, da sempre. Feroci come bestie che non hanno ancora avuto il loro pasto.

Come un crocefisso monitorio appeso alle pareti nelle aule del rock ‘n roll.

Solo che loro sono carne viva, sangue che pulsa, liquido genitale fecondo e generoso.

I Fuzztones emergono dalle umide cantine newyorkesi per portare in dono il loro rock’ n roll primitivo e grezzo, cucito con gli stracci delle Pebbles quando ancora pochissimi sanno cosa siano, lo sporcano con le scorie di carbonio Detroitiano quando tutti credono ancora che gli Stooges siano troppo osceni per poter essere digeriti, si sciolgono, si riformano, si celebrano, conquistano il mondo e fanno figli, tanti.

Non c’è una band garage punk venuta dopo di loro che non ne riconosca la paternità.

Perchè i Fuzztones sono un serpente che muta pelle pur rimanendo un covo di fiele e veleno.

Difficile dar loro torto, pur quando sbagliano. Perchè quelle due Vox incrociate come due tibie non sono solo impresse sui bicipiti di Rudi Protrudi ma sulla carne di quanti hanno affidato al brivido del rock ‘n roll il proprio bisogno di energia.

Impossibile pensare di essere finiti nel posto sbagliato quando conquistano il palco e lo ghigliottinano con torridi riff di macabro garage rock sciolto nell’ acido di una psichedelia senza più infiorescenze, tetragonale e ferale.  

Perchè quando Rudi affonda i sui denti nel corpo del rock lo fa per tirargli fuori le viscere, non i suoi sogni.  

Perchè ogni goccia che riesce a suggere è una goccia di olio essenziale che ci permette di respirare.

Una goccia che ci salva la vita. Ecco cosa.

Trentacinque anni in cui il culto dei Fuzztones è cresciuto fino a diventare una sorta di fede o qualcosa che alla fede è molto vicina. E come ogni culto ha bisogno delle sue liturgie, dei suoi cerimoniali, delle sue celebrazioni. Eccoci dunque a celebrare il trentennale del loro disco chiave e il trentacinquesimo anniversario della nascita della band con un ostensorio colmo di delizie.

Lysergic Emanations viene ristampato dalla Hound Gawd! in vinile, nelle sue due versioni americana ed inglese con cui arrivò sul mercato nel 1985:

i Fuzztones sono già la più grande garage-band in azione.

Un’abrasione sul culetto liscio dei frocetti che in quegli anni si inzuppano lo slippino con le merdate di Heaven 17, Thompson Twins, Level 42, Go West e ABC. Garage-punk, cultura trash (zombie-movies, fumetti, supervixen e quant’altro), ghiandole surrenali che secernono testosterone, estrogeni, adrenalina, gonadi che lavorano a ritmo esasperato, producendo tutto quello che vi permette di stare a letto con la tivù spenta e con poche coperte.

Chi ebbe la fortuna di vederli dal vivo sa di cosa sto parlando: una macchina di sesso e rock ‘n roll, che scende dal palco a fatica, dopo prolungati e ripetuti orgasmi sul ventre del rock ‘n roll che Rudi Protrudi si è portato a letto per le sue polluzioni giovanili: Seeds, Sonics, Love, Link Wray, We the People, Cramps, Stooges, Haunted, Count Five, Music Machine e quelle centinaia di minuscole bands di cui tutti nel giro di qualche mese ci troveremo a parlare e che allora conoscono in pochissimi: Bees, Bold, Human Expression, Tropics, Chob, Outcasts, Gonn, Calico Wall…..

Lasciate perdere Wikipedia, non vi aiuterà.

Deb O’Nair è una delle ragazze che segue Rudi con costanza e libidinoso interesse, sin dai tempi dei Tina Peel, dei Dognappers e dei Possum Boys.

Rudi se la porta prima a letto, poi nella primissima line-up dei Fuzztones.

Michael Jay ed Elan Portnoy sono reclutati tra le fila dei Monitors, una band strumentale che gira per i locali di New York. Sono loro a convincere Rudi a riformare i Fuzztones dopo il fugace primo tentativo conclusosi nel 1982.

La gente sputava a terra e qualche volta anche sul palco, se suonavi i Sonics nel 1982. E questo è bene ricordarselo.

Ira Elliot viene invece preso “di peso” tra le fila dei Drive-Ins, una band rockabilly tra le cui fila lo stesso Rudi ha suonato per qualche gig in veste di bassista. 

Nascono così, i Fuzztones “storici”.

Fanno tre dischi dal vivo e uno in studio. Se avete inseguito un qualche cazzo di sogno rock ‘n roll nella vostra vita c’ avete sbattuto il muso di sicuro.

Io glielo sbattei quando avevo quindici anni e mi fanno ancora male le gengive ogni volta che lo risento.

Il disco si apre con 1-2-5: brevissimo e incisivo attacco della batteria in 4/4 e armonica che gli si attacca subito alle ossa, bucando le casse, poi si va avanti così, tra ficcanti fraseggi di chitarra fuzz e di armonica.

Io che allora ero ignorantello in materia pensavo fosse un pezzo loro.

I grandi esperti dell’epoca invece mi fecero sapere trattarsi di un pezzo degli Haunted. Scoprì poi che molti degli esperti erano tali solo perché lavoravano dentro grandi negozi di dischi. Avessero lavorato in un salumificio avrebbero saputo tutto sui salamini Negroni.

Io invece dei salumi Negroni conoscevo solo la musica dello spot.

Del garage punk avrei imparato tutto negli anni successivi, senza lavorare nei negozi di dischi ma scavando con la pala. Scoprendo tra l’altro che gli Haunted facevano pure una bella cover in francese di Purple Haze e che avevano inciso questo pezzo con un testo leggermente diverso rispetto a quello dei Fuzztones.

E anche rispetto al loro, a dirla tutta: lo avevano dovuto spurgare per non incappare nelle maglie della censura.

Jurgen Peter concederà il testo originale ai Teeny Boppers, 43 anni dopo.

Ma questa è una storia che non vi riguarda.

A ruota seguono altre due covers. Anche queste rese con una forza impressionante.

Perché i Fuzztones non sono i Chesterfield Kings. A loro non interessa suonare COME una garage band del ’66, a loro serve APPROPRIARSI di quell’energia, e sboccarla sul pubblico.

Il primo pezzo originale è Ward 81, in assoluto il primo brano dei Fuzztones ad essere documentato su disco. Esce infatti nel 1983 su The Rebel Kind, la compilation su cui debuttano al fianco di Unclaimed, Slickee Boys, Nomads, Miracle Workers, Plasticland e qualche altro bel nome dell’epoca.

È un pezzo sottilmente influenzato dalle fughe chitarristiche dei Television che parla di case di cura, accompagnato da un video eccezionale che i Ramones avrebbero più tardi saccheggiato per Psychotherapy.

A chiudere la prima facciata altre due covers: Strychnine è il primo dei due omaggi ai Sonics. Introdotta dall’organo Vox di Deb, è un assalto al rock ‘n roll lercio dei ragazzacci di Tacoma.

Radar Eyes è uno spiritato pezzo dei Godz, una delle più misconosciute bands di rock eccentrico degli anni Sessanta, provenienti proprio da New York.

Una martellante litania psichedelica, marziana e psichiatricamente instabile.

Sono di nuovo i Sonics ad accoglierci, sulla seconda facciata: è una versione devastante di Cinderella con l’armonica di Rudi spinta in un assolo micidiale.

Il secondo originale del gruppo ha ancora un numero nel titolo: si chiama Highway 69, un pezzo dilatato e morbidamente psichedelico che nasce col titolo di Fabian Lips e un ingenuo pigiamino di fiati, ai tempi dei Tina Peel e che adesso, dopo essere passato per le mani di Mike Chandler (il leader degli Outta Place e dei Raunch Hands che per i ‘tones avrebbe scritto alcune delle canzoni più belle, NdLYS) diventa una tossina allucinogena.  

Il pezzo successivo è una cover a metà. O un originale a metà, se preferite.

Rudi lo ruba ad una minuscola band della Pennsylvania che ha conosciuto ai tempi dei Tina Peel.

Si sono battezzati Punk Rock Janitors su suggerimento dello stesso Protrudi e hanno scritto una manciata di pezzi. Just Once è uno di questi. I Fuzztones se ne appropriano e ne fanno la loro versione. Onirica, avvolgente.

Si apre come The Killing Moon di Echo & The Bunnymen. E prosegue come… The Killing Moon di Echo & The Bunnymen. Ma io adoro quel pezzo e non posso non amare Just Once, comprese le nacchere che ogni tanto arrivano a spezzare l’aria.

She‘s Wicked è l’ultimo dei pezzi scritti dai Fuzztones, l’unico elaborato (ancora una volta con l’ausilio prezioso di Mike Chandler) proprio per l’album, avvolto in quest’aria macabra da horror-movie di serie-Z evocata dalla copertina disegnata dallo stesso Protrudi.

Un classico tra i classici, per il garage rock degli anni Ottanta.

A chiudere, altre due covers sconosciute: As Time‘s Gone è un pezzo dei Tropics, la band della Florida che spaccò il culo a più di 1000 bands durante l’ International Battle of the Bands di Chicago nel 1966, Tommy James And The Shondells compresi. A me la versione dei ‘tones piace più dell’originale. Credo che basti.

A chiudere una pepita delle Pebbles, un malatissimo pezzo dei Calico Wall che i Fuzztones rendono esasperandone il tono raccapricciante e condendolo con un pianto di donna che penetra dentro le viscere mettendo a disagio l’ascoltatore.

La ristampa della Hound Gawd! (così come quella digitale inclusa nel cofanetto Easy Action) gli aggiunge cinque pezzi (Cinderella, Epitaph For a Head, She’s WickedBad News Travels FastGreen Slime) da una session radiofonica per John Peel del 1985.

Lysergic Emanations resta l’insuperato e bruciante testamento del Sixties-punk.

Per gli anni Ottanta, per gli anni Novanta, per gli anni Zero, per il decennio che ci siamo lasciati alle spalle e per tutti gli altri che verranno.

Psychorama, il cofanetto destinato a diventare uno dei migliori regali per il Natale che si appressa, fa ancora molto molto di più, inscatolando oltre a quel seminale debutto altri quattro album, un DVD e la ristampa in sette pollici del live con Screamin’ Jay Hawkins.

Leave Your Mind At Home, il disco registrato dal vivo a Pittsburgh e pubblicato per la Midnight è il primo dei cinque CD audio che ci trovate dentro.

L’invito a lasciare la testa a casa è di quelli irrinunciabili: i Fuzztones nel 1984 sono una delle band più chiacchierate del giro underground americano in virtù di un paio di pezzi pubblicati su altrettante compilation (Ward 81 su The Rebel Kind e Green Slime sul primo volume delle Battle of the Garages, NdLYS)  che documentano i primi fermenti garage e di uno strabiliante singolo intitolato Bad News Travels Fast che era pura dinamite biker-punk. Tutti i brani sono qui inclusi come bonus assieme ai primi demo di 99th FloorThe WitchFabian Lips, Don’t Do It Some More e Riot On Sunset Strip già pubblicati su Creatures That Time Forgot del 1989.

Accantonata la ricetta bubblegum dei Tina Peel, Rudi sembra aver trovato la formula giusta per la miscela esplosiva che renderà i Fuzztones una delle formazioni più mitizzate dell’intera scena garage e non solo: musica spiritata e psichedelia doom da un lato, feroci cover di oscure gemme proto-punk dall’altra, una eco dei Doors e una dei Cramps, una distorsione alla Sonics e un accenno ghoul alla Screaming Lord Sutch, un look perfetto costruito mescolando sottoculture beat, biker e dark.

Lasciate il vostro cervello a casa, quindi, ed infilatevi in questa macchina del tempo che è il primo album dei Fuzztones.

Un dischetto veloce, al fulmicotone: sette pezzi registrati dal vivo.

Sette oscure cover che all’epoca conoscono in pochissimi e che ben rappresentano la devastante furia dei primi concerti dei Fuzztones.

Pochissimo spazio per respirare, qui dentro.

Tutto corre concitato e veloce, senza soluzione di continuità, sovrapponendo i solchi delle Nuggets fino a simulare una rapidissima giostra spiroidale di rifrazioni beat-punk.

I Fuzztones sono in forma brillante, accesi dagli ormoni, vibranti di quella giovane passione che i dischi successivi via via sacrificheranno in favore della ricerca di atmosfere più elaborate.

Qui invece è tutto fast ‘n furious.

Come la prima scopata.

Una sconcia cavalcata tra le cosce aperte del primo punk americano.

Lasciate la testa a casa: è l’unica cosa che non serve ad un concerto rock ‘n roll.

Il 19 Dicembre di quell’anno, l’Irving Plaza di New York organizza un concerto di beneficienza chiamato Christmess. Ad occupare il palco vengono invitati i Plan 9, i Tryfles, i Fuzztones, gli A-Bones e Mr. Jay Hawkins. L’occasione è ghiotta per Rudi Protrudi per agganciare il suo idolo e offrire i servigi della sua band per la sua esibizione. Rudi si avvicina a Screamin’ Jay Hawkins e si presenta, proponendogli di accompagnarlo per un paio di pezzi. Jay Hawkins lo ascolta, poi lo fissa negli occhi e risponde: “a me non piace la gente bianca”. Rudi non distoglie lo sguardo e gli fa eco “be’, caro Jay, a me non piace la gente di nessun colore”. Non serve dire altro. I due si sono intesi. Quella sera Screamin’ Jay Hawkins e i Fuzztones suoneranno assieme quattro canzoni. Sono le stesse che vengono messe su disco e pubblicate dalla Music Maniac subito dopo e adesso ristampate in piccolo formato per Psychorama. Il garage-punk viene messo da parte: sono i Fuzztones al servizio di Jay Hawkins, quindi al servizio del blues e della follia necrofila del musicista nero che odia(va) i bianchi. E che intitolerà il suo disco successivo Black Music For White People. Merry Christmas, Mr. Hawkins!

Praticamente disintegrati dopo l’uscita di Lysergic Emanations, i Fuzztones tornano in studio, dopo aver fatto audizioni a centinaia di musicisti, nel 1989 con line-up totalmente rinnovata e un contratto nuovo di zecca. Si dice il più ricco che una band garage abbia mai avuto. 

E anche il più combattuto, con un andirivieni continuo dagli uffici della Beggars Banquet per sottoporre i provini a chi di garage-punk non ha mai capito una mazza e ha preparato un contratto da far firmare alla band fidandosi delle raccomandazioni di Ian Atsbury, uno che di soldi all’etichetta ne aveva fatto guadagnare davvero tanti, con i dischi dei Cult.

Il compromesso porta il nome di Shel Talmy, uno che venti anni prima ha messo mano sui dischi di Kinks, Who, Easybeats, Creation. Non proprio le band che Rudi aveva in mente quando aveva messo su i Fuzztones ma sempre meglio della lista di produttori dark/wave che gli era stata sottoposta in prima battuta, insomma.

Il risultato arriva sugli scaffali nel 1989, ovvero l’anno in cui Glen Allen Dalpis diventa, non solo artisticamente ma anche legalmente, Rudi Protrudi, col titolo di In Heat, altro capolavoro incluso in questo cofanetto con la sua appendice Action di qualche mese successivo.  

Un disco su cui si è detto di tutto, e quasi sempre per dirne male.

Troppo “muscoloso” o troppo “pulito”, troppo “prodotto” o troppo “hard”.

Tutte minchiate.

In Heat mostra un gruppo in perfetta coerenza con la propria linea evolutiva e che si sta scrollando di dosso la pesante eredità di cover-band e che, soprattutto, si sta affermando sul mercato rock senza svendere la propria identità e cercando di smarcare le trappole di un conservatorismo fine a se stesso che hanno già battuto quando il pubblico rideva dei loro caschetti e delle loro collane da cannibali.

I Fuzztones sono, ora, un’altra band. Più dura, senz’altro, ma assolutamente lontana dai cliché del barbaro rock da stadio. E capace di maneggiare riff esplosivi come quelli di In HeatHurt On HoldEverything You Got (queste due ultime con delle MAGISTRALI sborrate di blues-harp ad opera di Rudi Protrudi, NdLYS) o, sul versante più doomy che la band non abbandonerà mai nel corso della carriera, le magistrali visioni gotico-psichedeliche di Black Box o Charlotte’s Remains.

Se la produzione di Talmy mira più a togliere ruggine che a incatramare le canzoni, ciò non impoverisce per nulla la resa esplosiva delle dodici tracce di un disco che mostra un gruppo in grande forma e in grado di spazzare via ogni dubbio sul suo stato di salute, musicale e sessuale. E se proprio di scivoloni vogliamo parlare, forse solo la scontata Nine Months Later ricalcata sulla Wild Man dei Tamrons o l’innocuo beat di What You Don‘t Know possono essere accusate di non lasciare veri ematomi sulla carne.

Per il resto, non fidatevi di nessuno, nemmeno di me.

Solo dei vostri ormoni.

Anche se non è detto che li abbiate.

Il terzo album in studio dei Fuzztones arriva due anni più tardi, ricco di collaborazioni eccellenti come quelle di Sean Bonniwell e Arthur Lee che prestano  le loro voci come guest rispettivamente The People In Me e All the King‘s Horses (curiosamente Arthur non compare come ospite sulla cover dei Love che apre la seconda facciata dell’album). Un’occasione sprecata, visto che le voci dei due prime-movers nulla ma proprio nulla aggiungono al valore, bassissimo, delle due interpretazioni.

Braindrops, sarcasticamente dedicato alla “memoria” del vecchio amico Gary Wilde, vede in azione una inedita formazione a tre dei ‘tones: Rudi Protrudi, Chris Harlock e Mike Czekaj ovvero i Jaymen, la band di surf con cui Rudi si propone di celebrare e perpetrare il mito di Link Wray e dei suoi Raymen ed è il primo disco a lasciare filtrare le influenze doorsiane che diventeranno una costante del suono dei Fuzztones da lì in avanti.

Una influenza resa manifesta dalla poco brillante cover di I Looked at You ma che permea anche gran parte del materiale autoctono: All the King‘s HorsesSkeleton FarmGhost Clinic non sono altro che divagazioni doorsiane che puzzano di stantio e di mestiere, abbassando ulteriormente il livello di energia già al minimo storico.

Si salvano appena le tracce che vedono l’ingresso in formazione di Phil Arriagada, a sessions ormai quasi ultimate e che infonde nuova energia ad una band in panne: la bella e criptica Rise illuminata dalla dodici corde di Phil, la contorta Blackout e l’energica Look for the Question Mark ricca di ricami di sitar e di un bel giro di piano elettrico suonato da Rudi. Il resto è roba da dimenticare, nonostante la band decida, pur di vendere qualche copia in più, di eleggerlo a proprio Sgt. Pepper‘s.

Una pallida congettura psichedelica senza nerbo e oscurata dall’ingombrante ombra morrisoniana di un acid-rock greve e oppressivo.

Alle “eiaculazioni” psichedeliche di quel disco, Psychorama aggiunge qualche altra spruzzata di seme tratta dalle Lysergic Ejaculations registrate dal vivo l’anno successivo.

All’approssimarsi di Ognissanti del 1992 la quarta line-up dei Fuzztones si congeda dal suo pubblico con le 13 Spook-A-Delic Halloween Hits infilate sulla scaletta di Monster a-Go-Go come grani lungo la catena di un rosario. Una casa infestata in cui la band si muove tra cigolii di catene, ululati di lupi mannari e gemiti di vampiri. Malgrado i ‘Tones siano abituati a tali mortifere presenze, Monster a-Go-Go non è tuttavia uno dei loro dischi migliori.

I cadaveri che sfilano (Roky Erikson, John Zacherle, Screaming Lord Sutch, Kip Tyler, Witchdoctors, Round Robin e compagnia claudicante) hanno il passo più pesante dell’ alito e nessuna rendition eguaglia la follia paradossale e grottesca che si respirava sugli episodi originali. Per la prima volta l’energia della band sembra bloccata e incapace, proprio adesso che si trova nel posto giusto, di veicolare il proprio potenziale splatter/garage finendo per allestire una baracca horror da luna park piuttosto che un autentico film del terrore come sarebbe stato lecito aspettarsi da loro. 

I ‘tones torneranno al loro pubblico dopo una ibernazione lunga più di un decennio, fatte salve le estemporanee reunion con i vecchi compagni di avventura. Ma di questo Psychorama non ci parla, se non nelle note del booklet redatte da Igor Trypnick, lasciandoci con le immagini rubate alla veccia esibizione dei Fuzztones all’Elixir Festival di Brittanny dove i nostri si esibiscono accanto a mostri sacri come Clash e Leonard Cohen, sputando saliva e sudore su classici come Action Woman You’re Gonna Miss Me.

Rudi mi disse un giorno: “continuo a fare rock ‘n roll perché è l’unica cosa che so fare”. E io continuo a credergli. Voi fate come vi pare.

Anche per quest’anno, il Natale è salvo.

A medicine, a medicine to my heart!

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

download (3)

 

download (2)

THE JAMES TAYLOR QUARTET – Mission Impossible (Re-Elect the President)  

0

Forse fu un po’ per ripagarlo della delusione per le aspettative che il contratto da lui fortemente voluto con la Stiff avevano generato e subito bruciato, forse semplicemente perché lo riteneva in ogni caso uno dei giovani musicisti inglesi più dotati in assoluto. Fatto sta che, dopo il crollo finanziario della storica label inglese che aveva reso irreperibile nel giro di qualche settimana l’ultimo lavoro dei Prisoners e ne aveva in qualche modo decretato lo scioglimento, Eddie Piller si sente in dovere di invitare James Taylor a incidere qualcosa per la sua nuova etichetta dal nome improbabile che ha il vezzo di dedicare i numeri di catalogo ai nomi dei presidenti statunitensi. Il dischetto che Taylor registra mettendo in piedi un quartetto di amici (Allan Clockford dei Prisoners, il fratello David e Simon Howard dei Daggermen) e “lavorando” all’Hammond Blow Up di Herbie Hancock e One Mint Julep dei Clovers ottiene un successo inaspettato e strepitoso legittimando il rientro in scena del bravissimo tastierista britannico e del suo Quartet.

Piller decide di dare un seguito immediato a quel 7”(numero di catalogo Ford1).

Taylor vuole prendersi del tempo per scrivere qualche pezzo.

Piller non gliene concede.

Del resto se due cover sono andate così in alto, forse non è necessario scrivere alcunchè.

E così Mission Impossible, il mini album (numero di catalogo Reagan2) che gira a 45 giri per risaltare la dinamica dei pezzi ma anche con una approssimazione nei titoli che non riuscirà ad essere aggiustata neppure nelle successive ristampe digitali e che dà il via all’ascesa di Taylor e, senza ancora saperlo, a tutto il movimento acid jazz che prenderà il nome proprio dall’etichetta che Piller organizzerà di lì a breve ispirandosi proprio al jazz elettrico riportato in auge dal James Taylor Quartet e dalle formazioni di cool-jazz come Working Week e Style Council, mette in sequenza sei cover e un unico inedito stipato in fondo alla lista ma perfettamente “in stile” col resto del repertorio che fa l’occhiolino ai grandi maestri della musica da film (Lalo Schifrin, Jimmy Smith, Sonny Rollins, John Barry) ma anche alle altre passioni di Taylor per la black music (soul, funky, jazz). Le colonne sonore sono il tema portante del disco, tant’è che la versione promo che viene distribuita ai giornalisti è intervallata da alcuni dialoghi tratti proprio dalle pellicole cui i pezzi sono stati rubati. Un capriccio che darà il via alla riscoperta delle musiche per film aprendo il mercato a un numero infinito di etichette a questo dedicate. Il repertorio è però talmente risicato che la band è costretta, nei concerti di supporto promozionale al lancio del disco, a dover risuonare l’intero set per due volte successive.

La vita da indie-band si sarebbe consumata tutta in quell’anno, con la pubblicazione dell’altrettanto valido The Money Spyder quindi l’approdo alla Polydor e una discografia sempre più laccata e sempre più lontana dallo spirito originale del quartetto. James Taylor si candida alla presidenza per la nuova terra dell’acid-jazz e del nu-soul. E viene eletto. E rieletto. Fino ad oggi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

J00001308

THEE S.T.P. – Success Through Propaganda (Ghoul)

0

Il successo è solo presunto, che di ben altre empietà è piena la classifica italiana.

Gli S.T.P. continuano, semplicemente, a fare la loro cosa. Per loro e per chi li ama. Smaltito così l’entusiasmo per la temporanea reunion degli Stolen Cars, Luca Mattioli è rientrato alla guida degli S.T.P. per mettere mano a un disco che ben rappresenta la summa del percorso concettuale della band lombarda, solidamente ficcata tra i dischi dei Ramones dei medi anni ’80 (periodo Too Tough to Die/Animal Boy per capirci) e quelli glammosi degli Hardcore Superstar. Cori beach-surf (la palma spetta stavolta a quelli di It Ain‘t New York), chitarre sparate che vanno dai Rancid di Why Don‘t You Ever Smile? fino ai Motley Crue di Motorcycle Girl e nemmeno un attimo per prendere fiato. Domani torneremo a parlare del Bunga Bunga, con un po’ d’invidia per chi lo pratica davvero. Ma oggi, oggi lasciateci ballare il Booga Ooga.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

thee-STP-Success-Through-Propaganda