THE BLACK TAMBOURINES – Freedom (Easy Action)  

Il primo tempo me lo sono perso. Stavo cenando. O, molto più verosimilmente, dormivo. Era il 2 Settembre del 2013, mi dicono.

Ma stavolta sono arrivato puntuale per il secondo atto, girato praticamente nello stesso periodo anche se va in onda solo adesso, a due anni esatti dal primo.

Il riassunto delle precedenti puntate sarà breve e conciso: nati nel 2009 a Falmouth vengono notati un anno dopo, casualmente (e, non so più se casualmente, sempre a Settembre, NdLYS), dalla minuscola Art Is Hard Records di Bristol grazie a una demo pescata per caso tra gli espositori della Jam Records, il negozio di dischi situato al civico 32 della High Street nella stessa cittadina della Cornovaglia da cui la band proviene. È dunque quella l’etichetta che tiene a battesimo il debutto discografico ufficiale per i quattro ragazzoni del sud-ovest britannico. Il resto, è quello che potete immaginare, ovvero la solita trafila di concerti. Alcuni in proprio. Altri, i più affollati, di fianco a gente come Jesus and Mary Chain e Fall.

 

Questo nuovo album esce invece per la Easy Action, label solitamente legata al recupero storico di vecchio materiale glam e punk che molto di rado investe su artisti contemporanei, se non fosse che Carlton Sandercock sia finito un paio di anni fa, quasi per caso, a girare per i pub della Cornovaglia trovandoci dentro tanto di quel rock ‘n roll da restarne ubriaco che, per smaltirne una parte, decide di pubblicare un’intera raccolta di preziose gemme “locali” chiamata Cornwell Calling e di mettere sotto contratto i Black Tambourines per stampare il loro secondo full-length.

 

Dentro c’è lo stesso principio attivo del disco del debutto che nel frattempo ho recuperato: garage-punk smagliato, disadorno, spettinato, essenziale. Come quello dei Black Lips degli esordi. O di altre band meno conosciute come Allah-Las o Frowning Clouds. Oppure, se vi piacciono i paragoni azzardati, la versione da cantina dei Blur dell’indimenticato disco omonimo (ascoltate Look Down e soprattutto Cool Out tirando fuori il cerume, prego) o quella da squat degli Stooges e dei Mudhoney (No Action che nasce proprio come omaggio alla band di Detroit o la conclusiva Ride Hard, Crash Hard satura di chitarre disgustose che dal vivo si allunga fino a diventare una lunga e deviatissima colata di feedback di oltre venti minuti). Lo stesso disordine della cameretta delle mie figlie. La stessa ostinazione  teppista nel muoversi dentro il caos senza cedere alla disciplina.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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