DAVID BOWIE – Lodger (RCA)  

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L’interesse e la ricerca di Brian Eno verso le “musiche possibili” influenzano in maniera decisa il più sperimentale e avanguardista  fra i dischi di Bowie.

Lodger è un labirinto pieno di trabocchetti, cunicoli e specchi deformanti.

Bowie si riappropria in maniera del tutto personale ed artificiosa di due canzoni scritte per altri come Sister Midnight o All the Young Dudes, sperimenta con Eno le teorie sugli “incidenti programmati” che costringono i musicisti ad imprigionare la loro creatività secondo le turbolenze emotive del produttore, cede al fascino delle musiche che i Gastarbeiter hanno portato a Berlino assieme alla manodopera che il Wirtschaftswunder richiede, strizza l’occhio a quei nuovi rifugi per gli adolescenti volgarmente chiamate discoteche e approva (ma solo in parte) l’idea di Brian di costruire delle canzoni “in serie” sfruttando il medesimo giro armonico di base e alterandone solo il senso ritmico, nasconde con astuzia piccole parodie (Velvet Underground, Neu!).

David Bowie lascia Berlino e gli anni Settanta con un disco scosceso e sibillino, austero eppure ammiccante, cerebrale senza smettere un solo secondo di mostrare le gambe.

Lodger raccoglie la polvere delle stelle in una polveriera.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Go Cat Go! – The Essential Rockabilly Collection (Salvo)

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L’unico precedente di pari portata fu Rockin’ Bones, pubblicato dalla Rhino quasi dieci anni fa. Come questo, era un cofanetto di quattro CD che passava in rassegna il fenomeno musicale del rockabilly storico, ovvero quello nato a ridosso dei primi singoli di Elvis Presley e che provocò la prima tempesta ormonale della gioventù americana e la prima vera rivoluzione discografica mondiale. “Cat” era, all’epoca, un appellativo adottato nell’area occidentale del Texas per definire la prima fusione fra country e R&B da cui sarebbe nato l’hillbilly prima e il rockabilly dopo e che era stato preso in prestito dallo slang dei jazzisti neri degli anni venti. A farlo diventare un termine alla moda per descrivere con un appellativo adatto ai nuovi “tempi veloci” qualcuno di veramente cool ci pensò Carl Perkins con la sua Blue Suede Shoes. Il termine diverrà di uso comune nell’ambiente rockabilly e verrà usato in decine e decine di canzoni. Quando, nei primi anni Ottanta, i capelli impomatati torneranno a far bella mostra di sè nelle strade, la band che guiderà l’intero revival si chiamerà, guarda caso, Stray Cats. La Salvo fa suo proprio quel monito lanciato da Perkins per intitolare questo tributo al rockabilly storico dei mid-50’s e ci restituisce, in cento canzoni, l’essenza vibrante di quel suono creato con pochissimi mezzi (una chitarra acustica, una chitarra elettrica, un contrabbasso, un kit essenziale di batteria la formula base) ma in grado di trasmettere un’energia erotica così palpitante da scuotere tutta la giovane comunità bianca americana e creare sgomento fra gli adulti. A differenza del rock ‘n roll che traeva origini dal blues e restò infatti una “faccenda per neri” (Chuck Berry, Little Richard, Bo Diddley, Fats Domino, ecc. ecc. tutti “confinati” nelle classifiche di musica black perché ritenute “inferiori”), il rockabilly faceva tesoro della tradizione musicale bianca del country & western e, nonostante gli scandali e le oscenità che si trascinò dietro, fece breccia nel mercato ufficiale grazie alle facce “bianche” di Elvis, di Carl Perkins, di Bill Haley, di Jerry Lee Lewis, di Eddie Cochran, di Gene Vincent e di tutti gli altri “cool cats” che dominarono la musica di quegli anni e che, per la prima volta, diventava una “scena” che impattava non solo sulle orecchie, entrando con prepotenza nelle case americane grazie al rivoluzionario arrivo del nuovo mostro domestico chiamato tv, facendo dei salotti familiari dei campi da guerra dove le raccomandazioni filiali prima e i divieti subito dopo cominciavano a superare di gran lunga la lista delle concessioni e dei permessi autorizzati dai genitori. Il fatto di non rappresentare più una musica razziale ma una musica popolare cantata e suonata da gente bianca rappresentò dunque la rottura della diga che fece riversare il rockabilly nella vita comune di milioni di famiglie creando per la prima volta la “categoria” sociale degli adolescenti. Che non erano più soltanto “figli” ma avevano un proprio gusto, un proprio carattere, un proprio linguaggio. E che di certo non era per nulla uguale a quello dei “padri”. Furono loro, figli del benessere bianco che permetteva loro di spendere le modeste paghe settimanali in beni di consumo di facile acquisto a creare dal nulla, da consumatori, il nuovo mercato discografico. Mercato che, sull’onda di quei supereroi con la chitarra a tracolla, si trovò corrotto da centinaia e centinaia di cantanti e musicisti che a volte durarono una sola stagione (vedi i casi di Buddy Holly e del Johnny Burnette Trio) ma il cui contributo alla svolta decisiva del rock ‘n roll resta ancora oggi impressa nella storia come un’impronta indelebile. Go Cat Go! racconta tutto questo. Senza nemmeno il bisogno di alzare la voce. E senza nemmeno aggiustare gli errori che i musicisti si portavano dietro una volta varcata la soglia della Sun Records. Proprio come allora.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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NAMETESTS – Sii come me (ma prima dimmi come sei tu)

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“Quale sarà il tuo lavoro fra 10 anni? Clicca qui per scoprirlo”.

“Lys si fa le pippe. Lys sa cosa pensare quando si fa le pippe. Sii come Lys”

“Cosa rivela la tua foto profilo?” Che sei un cesso, ma io te lo dico dicendoti “Fascino al 75%”

E via così.

Una apparentemente innocua malattia virale, come ce ne sono tante.

Una volta avevamo la gonorrea, la sifilide, l’HIV. Ora che i contatti umani sono ridotti al lumicino abbiamo queste. 

Nulla di strano. 

Lo vedo sulle bacheche dei miei “amici” e subito tento anche io la sorte.

Perchè la furbizia non inquina, la scemenza si.

E’ invasiva più di una sonda per la rettoscopia. 

Scopro che fra dieci anni farò lo scafista.

Che la mia foto profilo rivela che sono intelligente, probabilmente per smentire che se sto giocando in questo modo invece di scoparmi le cento persone che hanno messo il mi piace sono un emerito imbecille, che i miei amici più importanti dell’anno appena trascorso sono quelli che a malapena mi salutano per strada. Alida, Tiziana, Cinzia e non ricordo più chi altri. Dicendomi ancora una volta in maniera diplomatica che non solo sono imbecille ma che il fatto è dimostrabile dagli amici che mi sono scelto. 

Bene. Comunque sia, sii come Lys. Divertiti.

Ovviamente è un gioco (pericoloso, e vedremo poi perché). O meglio: è un test-gioco. Uno di quelli che appaiono regolarmente sui social e promettono di svelarti “quale animale sei”, “quanto ne sai sull’amore”, “qual è il tuo colore” e “quale personaggio storico saresti”. Difficile resistere. In fondo, pensiamo, è un gioco. Una sciocchezza che farà divertire noi e i nostri amici ai quali – sempre via social – invieremo il risultato ottenuto.

Per la verità ne esistono anche di più “seri” (all’apparenza), attraverso i quali possiamo misurare la nostra conoscenza dell’italiano, di una lingua straniera o di un periodo storico.

Ogni volta che clicchiamo sui post che reclamano questi test, veniamo indirizzati in un sito che in pochi secondi ci fornisce un risultato.

Non ci mandano a fare in culo, ci mandano “innocuamente” su un sito.

Ovviamente è una scemenza, pensiamo.

Che però costa cara a chiunque partecipi a questi giochi-test che dietro al loro aspetto ludico nascondono ben altro. Ovvero un algoritmo che lavora come una macchinetta da poker truccata, tanto per rendervi un’idea visiva.

Cosa elabora, esattamente? Più di quello che potete immaginare.

Ma, soprattutto chi c’è dietro?

Restiamo al gioco-test sul lavoro. A lanciarlo, come gli altri citati in questo posto, è un sito tradotto in venti e più lingue denominato nametests.com. È di proprietà dell’azienda Social Sweethearts con sede a Cologna (per scoprirlo bisogna cliccare in basso nella pagina di Nametests, sulla scritta informazioni legali, dove nessuno quasi mai clicca).

Social Sweethearts, malgrado il dolcissimo nome da marshmallow, è uno dei più grandi fornitori mondiali di siti Web e video virali, app per smartphone (sia IOS sia Android) e di strategia di marketing digitale tutti volti “a generare nuovi clienti, download e fan alla vostra società”. Ogni volta che clicchiamo sui loro test consegniamo loro i nostri dati e ciò che abbiamo fatto su Facebook ma anche i dati sensibili di tutti i nostri amici di social, compresi i dati usati per in fase di registrazione, i link cui si collegano (grazie a quell’altra trovata apparentemente innocua e moderna di Google+ e del Cloud che fa si che il vostro piccolo mondo privato di privato non abbia realmente NULLA), nonostante poi siamo solerti a coprire le facce dei nostri bambini con degli emoticojon da veri mongoloidi, celando al mondo quello che invece andrebbe mostrato. Dati che l’azienda (e tutte le altre simili che offrono test-gioco) userà per inviarci pubblicità mirate via social ma anche via mail. Basta che decidiamo di partecipare anche a un solo test (per “divertirci” un po’), per dare l’assenso a frugare nelle nostre vite e ad invaderci di pubblicità.

Uno scambio tutt’altro che alla pari. Ma una buona parte di quei dati vengono rivelati a tutti, in maniera così oscena e plateale che è stupido pure spiegarlo. Perchè molti di questi test, quelli che in particolare si riferiscono ai vostri “rapporti” con gli altri, rivelano chiaramente con chi fra loro interagite di più. Anche se lo avete nascosto alla moglie. O al marito. O al compagno gay. O ai figli. O al datore di lavoro. O agli altri amici. O al mondo intero. E’ così che funziona un algoritmo. Un selfie che vi immortala mentre state toccando le cosce alla moglie del vostro miglior amico mentre ve la siete seduta accanto sul seggiolino delle montagne russe, sperando nessuno se ne accorga e che la vostra faccia da coglioni (buffa al 90%, direbbe Nametests) basti a distrarre gli altri. Che invece sono lì nella vostra bacheca proprio per sbirciare (voyeaur al 70%). A meno che non siate un’anaconda o un’iguana. Ma c’è un test anche per quello.
Ragion per cui, se mai dovesse spuntare il mio nome fra quelli dei vostri “amici del cuore” (ma non spunterà), siete pregati di non pubblicarlo. Copritemi con una foto del vostro gattino. 

Ma voi non siate come Lys. Siate quel che hanno deciso voi siate.

Fate i vostri test e fateci sapere cosa sarete fra dieci anni, quali Giuda vi abbracciano e qual è il significato del vostro nome in aramaico, che alla Nametests sono tutte persone sensibili. Come i vostri dati.  

 

                Franco “Lys” Dimauro 

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RC5 – American Rock ‘n’ Roll (Twenty Stone Blatt)  

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L’altra Seattle. Quella di cui alla fine non parla mai nessuno. Canzoni che raramente superano i due minuti di durata. Come i ragazzini carichi di estrogeni che ascoltano i Fall Out Boy. Cosa ci sia dentro questo loro disco dovreste capirlo da voi anche se vi siete lasciati tutto quello che avevano disseminato e che ora la 20 Stone Blatt raccoglie, se avete una qualche dimestichezza con l’immaginario e gli acronimi del rock ‘n roll. In caso contrario, è meglio lasciate perdere e che per voi Seattle rimanga la patria di quel che già conoscete.

Ma se vi può venir d’aiuto, i Robb Clarke 5 si chiamavano Five anche quando erano in quattro. E il Robb che si è intestato il tutto era il leader degli Zipgun, quelli che incidevano su Empty all’inizio degli anni Novanta. Anche quella, una Seattle dimenticata.

Comunque sia, che abbiate dimenticato o meno, che c’eravate o meno, che vi piaccia o meno, American Rock ‘n’ Roll è uno di quei dischi che rimangono lì ad ossidarti il lettore cd scorrendo avanti e indietro in una palude di Motor-City sound e punk che ne basterebbe la metà per tirarvi giù casa.

Riff dopo riff, gli RC5 abbattono lo Space Needle e lo ricostruiscono coi mattoni di MC5, New Christs, Streetwalkin’ Cheetahs, New Bomb Turks, Hot Snakes.

Aspettando la prossima rivoluzione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SICK ROSE – Blastin’ Out (Teen Sound)

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All’inizio fu il Texas di Faces, quindi le giungle urbane di Shaking Street e Renaissance. Questo progetto in cantiere dal 2002, stava per trasformarsi nell’Eldorado dei Sick Rose. Ma ora eccola, questa folgore di chitarre e organi chiamata Blastin’ Out!. Dom Mariani lo produce e gli da una impronta fortissima. Non c’è vera recisione col loro passato: affiorano richiami al suono pop metropolitano dei Real Kids o Knack che già su Shaking Street e Floating erano stati esplorati (Can‘t Get Enough o la cover di I Give You Lies dei Dixies p.e.) ma Dom ha come “sbucciato” il suono dei Sick Rose lasciando intatta e offrendo al mondo la loro polpa: un power rock vigoroso, sottilmente feroce e modernissimo malgrado si cibi delle interiora di bands come Stems o Smithereens. Un disco dall’impatto fortissimo, con le radici ficcate nel concime del suono pre-punk e carico delle prime gemme di questa primavera ’06. Blastin’ Out, Go & Ask Your Mother o Wait Until Next Summer sono dichiarazioni di un amore infinito per quel Dio che ci compiaciamo di cercare dentro le canzoni della nostra vita. Grande, grande, grande lavoro.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE LONG RYDERS – Final Wild Songs (Cherry Red)    

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Negli Stati Uniti avere i beatle boots ai piedi al posto dei camperos non ti salva dal pestare lo sterco di vacca, neanche se vivi a Los Angeles e non nella grande provincia agricola americana.

Accade così che Sid Griffin, mentre percorre col suo amico/nemico Shelley Ganz il Sunset Strip, mette il piede nella merda. Sid abbassa gli occhi, poi li alza al cielo imprecando. Si piega per pulire ed è in quel preciso momento che decifra il segnale.

Saluta in fretta Shelley con cui sta avendo un diverbio sulla direzione musicale da dare alla loro band e corre a casa. Si sfila gli stivaletti ancora sporchi di concime già secco come biada, mette sul piatto Sweetheart of the Rodeo, telefona agli altri suoi amici degli Unclaimed, Steve McCarthy e Greg Sowders e li convoca a casa sua. Ha avuto una folgorazione. Ora sa cosa vuole: abbandonare Ganz ai suoi deliri psichedelici e dedicare la sua vita alla musica rurale americana, secondo i vangeli di Gram Parsons, Gene Clark, Stephen Stills. Nascono così i Long Ryders, la più tradizionalista tra le band restauratrici che stanno risanando il rock americano e riappiccicando una ad una tutte le stelle sulla Old Glory statunitense.

Pubblicano dapprima un EP (10-5-60) e poi un intero album (Native Sons), agganciano prima Steve Wynn e quindi Gene Clark in persona, che regala la sua voce su Ivory Tower. Poi sganciano entrambi, mentre il loro nome si impone all’attenzione del grande pubblico. Sono queste le incisioni del primo biennio che, assieme a un bel gruzzoletto di cover dello stesso periodo (una incredibile Masters of War dominata dalla lap steel, Where Did You Sleep Last NightThe Rains ComeYou Can’t Judge a Book by the CoverFurther Along), occupano il primo dei quattro cd di questo box che copre tutta la carriera “ufficiale” dei Long Ryders (ad esclusione quindi del bootleg Metallic B.O. e dei live postumi), quelle in cui Griffin sta tracciando, proprio come i vecchi pionieri americani, il solco della propria identità artistica. Orgogliosamente patriottica, volutamente e fortemente avvinghiata alle radici della musica americana. Ed infatti è così che verrà ribattezzata, esattamente dieci anni dopo: Americana. All’epoca del debutto dei Ryders invece viene coniato il termine cow-punk come a voler sottolineare la natura contadina, sanguigna, passionale di questi giovani eroi del rock in fuga dalle metropoli che del punk conservano l’irruenza ma non i tratti urbani. Che probabilmente sarebbero cacciati da un raduno country come era successo vent’anni prima al Dylan elettrico durante il Folk Festival ma che invece vengono accolti con entusiasmo nel circolo del  dopolavoro per i restauratori statunitensi del Paisley Underground grazie al tiro di pezzi come Join My Gang10-5-60Final Wild SonWreck of the 809Still Get ByRun Dusty RunIvory Tower piene di arpeggi byrdsiani, lampi power-pop scaricati dalla nube Flamin’ Groovies, veloci assoli di mandolino e banjo nella più classica tradizione bluegrass, truci hoedown da epopea western che inscenano un rodeo polveroso e avvincente che fa dei Long Ryders i migliori mandriani della stagione.

 

Sulla scorta di queste piccole zolle di terra americana, nel 1985 i Long Ryders sono fra le prime band dell’underground statunitense a finire sotto contratto con una major. Prima ancora di Hüsker Dü, Sonic Youth, R.E.M.. A portarli alla corte di Dave Robinson (finito alla Island dopo l’acquisizione da parte di quest’ultima della sua Stiff Records) ci pensa Nick Stewart, il cui amore per la roots music statunitense gli varrà il titolo di Mr. Capitan America e lo porterà a fondare un’etichetta dedicata all’“Americana” chiamata Gravity.

Il risultato si intitola State of Our Union.

Registrato nei Chipping Norton Recording Studios con il produttore di area Stiff Will Burch, si apre con quello che, attraverso i richiami al mito della frontiera americana e un riff incalzante, diventa il pezzo-simbolo della band californiana: Looking for Lewis & Clark trascina i cowboys al caldo della Top75 britannica per un mesetto facendoli rientrare in patria trionfanti e carichi di energia per poter affrontare la recensione al veleno che Bart Bull riserva loro sulle colonne di Spin rimproverandoli di essere dei figuranti buoni per fare i sosia dei Buffalo Springfield. E in effetti il secondo album dei Long Ryders abbonda di retorica. Funzionale però alla missione di restauro che loro, e non solo loro (basti pensare a Del Fuegos, Beat Farmers, Blasters o Jason and The Scorchers), intendono divulgare, amanuensi della tradizione country/rock a stelle e strisce. La rivoluzione di cui Bull li rimprovera di sventolare soltanto la bandiera se c’è stata è già stata fatta molti anni prima da gente come Byrds e Flying Burrito Bros. I Long Ryders ne perpetuano la memoria, senza sconsacrarne il sepolcro.

Ancora più bello del primo è però il pezzo successivo, una scintillante ballata power-pop figlia diretta dei Flamin’ Groovies scritta da Stephen McCarthy che più tardi verrà riportata in Inghilterra dai Dr. Feelgood. Sull’album sono messe in sequenza, a dare un senso a tutto il percorso di un disco che, nonostante qualche momento di stanca (WDIAHere Comes That Train AgainTwo Kinds of Love), oscilla abilmente fra le polverose piste dei pionieri e certo pub-rock che i Ryders tornano a respirare durante il soggiorno inglese (Dave Edmunds e Nick Lowe in primis).

 

Il cambio ai vertici della sezione inglese della Island impone ai Long Ryders di chiedere asilo artistico presso la sua filiale americana per la quale pubblicano, concedendosi una bella vacanza a Nassau, un disco fantastico come Two Fisted Tales che era però il triste preludio alla fine del gruppo, silurato dal nocciolo duro dei fans più intransigenti con l’accusa di essersi “venduto” ai grandi industriali della Miller Beer, in una sorte condivisa con i “fratelli” Del Fuegos, Db’s e Cruzados e che non è mai stata digerita e compresa ne’ dalla band, ne’ da me. Ma il fanatismo segue spesso strade imprevedibili. Sotto ogni vessillo. Anche sotto quello apparentemente libertario del rock ‘n roll.

Credendo dunque di essere lì lì per imprimere la propria orma nella Walk of Fame hollywoodiana, mentre camminano col naso che guarda al grande cielo californiano, i Long Ryders pestano la più grande girella di merda che abbiano mai potuto calpestare.

L’album che chiude la storia del gruppo vive invece, nonostante gli stessi puristi balordi di cui sopra o i loro parenti stretti ci possano trovare sicuramente qualche indizio di compromesso, in perfetto equilibrio fra quelle che sin dagli esordi sono le due anime della band: quella sanguigna e impetuosa di Sid Griffin e quella più docile, introversa, tranquilla di Stephen McCarthy mentre la ricerca delle radici si risolve adesso in un suono forse meno grezzo che Ed Stasium contribuisce a rendere più energico, vivo, tagliente. Con meno sabbia, meno odore di terra e fieno e più polveri metalliche. I due estratti sono proposti nella sequenza iniziale: Gunslinger Man apre l’album come una delle classiche porte basculanti da saloon. A fare irruzione è il tipico pistolero da pellicola western armato di Smith & Wesson. Dopo di lui, a coprirgli le spalle, entrano gli NRBQ: I Want You è il brano che i Long Ryders scelgono, con la complicità delle Bangles, per assecondare l’imposizione della Island di realizzare una cover version da dare in pasto al nostalgico pubblico americano che compra i dischi della band. Tom Stevens contribuisce con una A Stitch in Time che ha lo stesso profilo di The One I Love dei R.E.M. seppur con un’aria più contadina. Tutto il resto è farina pregevole del sacco di Griffin (l’urlo elettrico di Prairie Fire, l’omaggio alla Guerra Civile di Harriet Tubman’s Gonna Carry Me Home) e McCarthy (la ballata popolare di The Lights in the Way sottolineata dalla fisarmonica di David Hidalgo dei Los Lobos, il mulinello byrdsiano di Man of Misery). Belle altrettanto le bonus che completano il cd dedicato a quest’annata, con le out-takes dello stesso album e qualche provino per il successivo e irrealizzato terzo album per la Island e che i fedelissimi conoscono già grazie alla raccolta Polygram del 1998 o sui successivi dischi solisti di Stevens che sarà il primo ad abbandonare il ranch, seguito a ruota da McCarthy, decretando nei fatti la fine dell’avventura dei Long Ryders. Che torneranno di tanto in tanto a proiettare le loro ombre, sempre meno asciutte, lungo le strade ormai asfaltate della lunga pianura americana.                                                                        

La chicca vera del cofanetto è ad ogni modo rappresentata dal quarto cd con la documentazione di un concerto olandese del 1985. Non perché l’esibizione, con gli strumenti che suonano più come delle cigar box che come bufali al trotto,  goda di particolare pregio o perché il repertorio offra chissà quali brividi inediti ma in quanto si tratta di materiale altrimenti irreperibile e che, buffo a dirsi quando si parla di gente che nella polvere sembrava davvero poterci resistere per sempre, valeva la pena rispolverare.

Questo è il racconto dell’ultima guerra di secessione americana.

Non ve ne saranno altre.

 

                                                                         Franco “Lys” Dimauro

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R.E.M. – Up (Warner Bros.)

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La nebbiolina che sembra addensarsi sugli orizzonti creativi dei R.E.M. con Monster e New Adventures in Hi-Fi  diventa una nebbia fittissima con l’addio di Bill Berry. Meditato da tanto e ufficializzato nell’Ottobre del 1997, l’abbandono di Bill coincide con il crollo artistico della band. Up, quasi a spregio del titolo, è un disco in picchiata la cui chiave di lettura sta racchiusa proprio nel singolo scelto per annunciarlo con due settimane di anteprima: Daysleeper.

Difficile anche per i meno letargici non assopirsi in questa lunghissima, interminabile sequenza di canzoni narcolettiche e, malgrado il virile logo maschile che campeggia nella brutta copertina, prive di ogni vigore.

La mascolinità di Up è pari a quella di Antonio Magnano e chi entra qui dentro rischia di uscirne come Barbara Puglisi: intatta!

A nulla serve rifugiarsi dentro pattern elettronici per vestire di nuovo un’ispirazione già agonizzante o cercare riparo dietro un Leonard Cohen qualsiasi per mascherare l’entrata di questa caverna dove risuona solo una pallida e debolissima eco di quello che i R.E.M. erano da vivi. Con tanto di elegia funebre finale.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro    

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I WALK THE LINE – Black Wave Rising! (Boss Tuneage/Rookie)

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Non diverte granché il nuovo lavoro dei finlandesi I Walk the Line.

L’uso delle tastiere, che rappresenta il tratto distintivo del loro combat-rock, diventa in molti casi sgradevole, con quel sapore di plastica tipico del più irritante synth pop anni Ottanta. È il caso di The Metro o Monster, terribili canzoni dark-punk che vorrebbero suonare come i Lords of the New Church e invece finiscono per somigliare agli Orchestral Manoeuvres in the Dark. Aggiungete a questo poca fantasia vocale (nel senso che Ville non è proprio quello che si dice un gran cantante e viene lasciato solo a farsi carico di tutte le parti vocali, quando invece servirebbe un po’ di enfasi corale per dare grinta e credibilità agli anthems) e il gioco è fatto, non fosse che si sbadigliasse sovente. Il che, diciamocelo, per un disco punk-rock non è un gran complimento. Tanto più che per sbadigliare, e peraltro senza scucire soldi dalla tasca, basta accendere la tele su MTV.

 

          

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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BARB WATERS – Rosa Duet (Laughing Outlaw)

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Il nuovo disco di Barb Waters abusa del clichè dei duetti d’arte di cui è colma la storia della pop music per adagiarsi sul fondale del mare di produzioni dalla matrice roots che affollano il mercato. Uso non a caso il termine “adagiarsi” perché la musica della ragazza di Melbourne è di quelle che, neppure sfruttando la grinta di qualcuno dei personaggi coinvolti (vedi il grande Kim Salmon con cui dipinge uno dei più bei pezzi del disco, ovvero quella Make It Count appena solcata dagli accenti tex-mex dettati dalla tromba di Craig Pilkington e dai campanacci dello stesso Kim), riesce a mostrare i denti preferendo usare i toni dimessi e composti della classica ballata acustica. Rosa Duet non ha quindi impennate stilistiche e variazioni climatiche rilevanti seppur qualche brano si evidenzi rispetto agli altri: la già citata Make It Count, la soffice When You Will Come My Way con quell’organo molto Bad Seeds periodo The Good Son/Let Love In, il brioso country di Further Down the Line impreziosito dal contributo vocale di uno dei migliori gruppi vocali attualmente in circolazione ovvero i GIT, il primitivismo radicale di Make Some Decisions.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

CASINO ROYALE – Dainamaita (Black Out)  

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Non deve essere stato semplice mettere su un disco come Dainamaita. Coordinare gli umori e i gusti di dieci persone inclini al muso facile, riordinare le idee e tentare di ripartire, rimettersi in gioco scommettendo sul proprio nome e cercando di tirarlo fuori dalla nicchia ska, stipulare un contratto con una grossa distribuzione come quella PolyGram senza deluderne le aspettative di vendita e preservare la propria identità pur puntando su un lavoro che è un azzardo stilistico che può bruciare tutta la fatica che ci sta dietro in un attimo.

Dainamaita è un po’ il lancio nel vuoto per i Casino Royale, artefici loro malgrado di quella gran babele di stili, dialetti, generi e tecniche che si imPOSSEsseranno dell’Italia negli anni Novanta.

Ma se Jungle Jubilee permetteva al gruppo milanese di rischiare pur muovendosi in un porto sicuro, Dainamaita rade al suolo ogni certezza. Col rischio che al prossimo concerto verranno a vederti solo per prenderti le generalità.

Dainamaita si apre con un piccolo frammento di trenta secondi. Uno swing suonato al pianoforte da Michele “De Maestro” Ranauro che richiama Caravan Petrol e il refrain di Casino Royale.

Una intro che è messa lì come rito propiziatorio. Ma che è anche un gesto domestico simbolico. Come quando entri a casa di qualcuno, togli il cappello e lo appendi all’ingresso. E quel posto diventa un po’ tuo, marcando il territorio.

Un disco coraggioso, il terzo Casino Royale. Che ascoltato oggi non è invecchiato benissimo, che adesso riesci a fare roba simile schiacciando per errore un’app del cazzo sul tuo telefonino e se sbagli magari mamma te ne compra un altro.

Ma allora, nel 1993, era tutto sudore e scazzi vari.

Era bestemmiare cento volte dietro una puntina che era saltata per uno scratch più nervoso dell’altro, anche se a farlo era un fuoriclasse come DJ Gruff.

Era dire delle cose. E dire cose che avessero un valore non solo a Niguarda, a Quarto Oggiaro o a Ticinese. E non solo “qui ed ora”. Ma in tutto il pianeta. E sempre.

Come quelle dette in Justice e Metallo giallo.

Era dirle col cuore di Giuliano Palma.

E dirlo con le budella di Alioscia.

E dirlo suonando. E suonarlo su un cavallo che non si è ancora ammaestrato. O che magari non si voleva ammaestrare. Magari dirle e cantarle con una gran confusione in testa. Grattandosi il mento e la fronte. Come i pionieri e come i barboni.

Casino Royale in missione speciale. Facendo della periferia il centro del nuovo mondo. 

Passeggiando per Milano, camminando piano piano…quante cose puoi vedere, quante cose puoi sapere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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