COLDPLAY – A Head Full of Dreams (Parlophone)  

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Forse non tutti sanno che dietro alcune delle produzioni più premiate del pop internazionale degli ultimi anni (Coldplay, Ed Sheeran, Verve, Alicia Keys, One Direction, Dido, Goldfrapp, Anastacia, Elisa, Giorgia, ecc. ecc.) c’è un piccolo uomo italiano. Si chiama Davide Rossi. Agli esordi violinista per Mau Mau (e ovviamente per le altre band del “giro” underground italiano dell’epoca come Fratelli di Soledad, Africa Unite, La Crus o Afterhours), Davide ha lasciato l’Italia per l’Inghilterra, finendo per diventare uno degli arrangiatori più richiesti dalle star di mezzo pianeta.

Davide collabora con i Coldplay dai tempi di Viva la Vida. Ovvero dal momento in cui hanno deciso che la vita è bella e andava celebrata con magniloquenza. E che la malinconia poteva essere indossata con eleganza, esibita come trofeo di un esistenzialismo giovanile da cui si è usciti salvi e trionfanti, agghindata come un manichino e travestita da Charlie Brown, da fantasma, da scimpanzè, renderla innocua, disinnescarla. Davide Rossi torna a lavorare con Chris Martin su questo disco, nascosto nell’ombra di collaborazioni più altisonanti (Beyoncè, Nole Gallagher, Gwyneth Paltrow, addirittura Barack Obama). È il disco che completa il ciclo vegetativo dei Coldplay trasformandoli definitivamente in una moderna, euforica, sgargiante macchina da classifica.

Investimenti stellari e ospiti stellari.

Per vendere un pacchetto di ottimismo colorato e posticcio come l’entusiasmo Renziano.

Con introiti stellari.

Perchè un buon venditore deve proporci quello di cui abbiamo bisogno.

E Chris Martin lo sa. Lancia l’amo e lo scaglia in un mare pescoso.

Benvenuti, signore e signori. Il mio nome è Martin. Chris Martin. E ho barattato le stelle con i sogni. E sono qui per venderveli. Prendete posto.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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MARK LANEGAN – I’ll Take Care of You (Sub Pop)  

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L’uscita dal tunnel dell’eroina e la canalizzazione emotiva del dolore sgorgato in seguito alla scomparsa di due animi affini come Kurt Cobain e Jeffrey Lee Pierce hanno un effetto dirompente per la creatività di Mark Lanegan. Da quel momento il flusso artistico del cantante di Ellesnburg si disincaglia dagli abissi della depressione e diventa una corvetta che procede senza più soste nel mare della produzione discografica. Se fra il primo e il secondo lavoro solista erano trascorsi tre anni e fra quest’ultimo e il seguente ben cinque, lo spazio tra Scraps at Midnight e I’ll Take Care of You si restringe ad appena quattordici mesi. Nessuna canzone è firmata da Lanegan, ma l’intensità con cui rilegge il repertorio di alcuni dei suoi “uomini in nero” ridefinendone i contorni fino a regalarci il miraggio che fosse il frutto prelibato ed amaro di una sola mente (con un risultato emotivo e stilistico molto vicino alle operazioni tentate con grande fortuna da Johnny Cash sulle sue “registrazioni americane”) è del tutto analoga a quella impiegata per sfogliare le pagine vergate con le sue stesse mani.

L’apertura è affidata al primo fra i tanti omaggi che Lanegan tributerà lungo la carriera all’amico Jeffrey Lee Pierce con cui ha condiviso gli ultimi mesi prima della sua morte, al suo ritorno a Los Angeles (Mark è ancora oggi il custode delle demo da cui venne fuori Pastoral, Hide and Seek, NdLYS) e del cui fantasma non è mai riuscito a liberarsi, marcendo nella stessa ossessione inflitta da Debbie Harry allo stesso Jeffrey. La voce segue, cavernosa, l’arpeggio asciutto della chitarra acustica di Mike Johnson, avvolgendo ogni nota, riempendo la nudità che ogni accordo lascia intravedere a quello che gli segue. Da un altro capolavoro del roots rock come Well Done Blue Highway è tratta Creeping Coastline of Lights, totalmente trasfigurata in una eterea, delicatissima ballata illuminata dal rintocco dello xilofono. Sono le uniche due concessioni agli anni Ottanta, in un album che setaccia il cuore tormentato di Lanegan come uno specchio shintoista fino a profondità inaudite, tra piccole cattedrali disadorne che furono dimorate da gente bianca e nera come Fred Neil, Tim Hardin, O.V. Wright, Tim Rose, Eddie Floyd, Buck Owens che si inginocchia a chiedere assoluzione per i propri peccati. Per aver ucciso o per essere morti d’amore, sostituendosi a Dio, prostituendosi al demonio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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WOUNDED LION – Wounded Lion (In the Red)

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La In the Red ha un catalogo dissestato che il mondo le invidia.

C’è passato il meglio, o il peggio, del crunchy-roll degli ultimi venti anni.

Dirtbombs, Oblivians e JSBX compresi. Sotto di loro, una sfilza di nomi dei quali il resto del mondo si accorge sempre in ritardo.

Black Lips, Jay Reatard o Strange Boys dovrebbero dirvi qualcosa.

Ok, ora segnatevi questo: Wounded Lion.

Il solito rock ‘n roll squinternato che la voce di Brad Ebenhard rende ancora più insolente, con quel tono sghembo da David Byrne in bermuda.

Hanno questo modo istintivo, primitivo di far andare a passo gli strumenti e questa gioia pelvica nel mostrarsi nudi che li fa sembrare gli I’m From Barcelona del garage. Che, badate bene, qui va inteso più come approccio artigianale alla materia che come contenuto specifico.

È una sorta di teatro di strada per buskers cresciuti con l’ossessione per i tamburi di Moe Tucker, le chitarre giocattolo dei B-52’s, le smorfie dei Modern Lovers e che sorridono come beoni nel chiudere in gabbia Ian McCulloch con quel che resta dei Cramps, proprio un attimo prima di chiudere il disco.

 

                                                                                      Franco “Lys” Dimauro

 

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THE LONG RYDERS – State of Our Union (Island)  

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Nel 1985 i Long Ryders sono fra le prime band dell’underground americano a finire sotto contratto con una major. Prima ancora di Hüsker Dü, Sonic Youth, R.E.M.. A portarli alla corte di Dave Robinson (finito alla Island dopo l’acquisizione da parte di quest’ultima della sua Stiff Records) ci pensa Nick Stewart, il cui amore per la roots music statunitense gli varrà il titolo di Mr. Capitan America e lo porterà a fondare un’etichetta dedicata all’“Americana” chiamata Gravity.

Il risultato si intitola State of Our Union.

Registrato nei Chipping Norton Recording Studios con il produttore di area Stiff Will Burch, si apre con quello che, attraverso i richiami al mito della frontiera americana e un riff incalzante, diventa il pezzo-simbolo della band californiana: Looking for Lewis & Clark trascina i cowboys al caldo della Top75 britannica per un mesetto facendoli rientrare in patria trionfanti e carichi di energia per poter affrontare la recensione al veleno che Bart Bull riserva loro sulle colonne di Spin rimproverandoli di essere dei figuranti buoni per fare i sosia dei Buffalo Springfield. E in effetti il secondo album dei Long Ryders abbonda di retorica. Funzionale però alla missione di restauro che loro, e non solo loro (basti pensare a Del Fuegos, Beat Farmers, Blasters o Jason and The Scorchers), intendono divulgare, amanuensi della tradizione country/rock a stelle e strisce. La rivoluzione di cui Bull li rimprovera di sventolare soltanto la bandiera se c’è stata è già stata fatta molti anni prima da gente come Byrds e Flying Burrito Bros. I Long Ryders ne perpetuano la memoria, senza sconsacrarne il sepolcro.

Ancora più bello del primo è però il pezzo successivo, una scintillante ballata power-pop figlia diretta dei Flamin’ Groovies scritta da Stephen McCarthy che più tardi verrà riportata in Inghilterra dai Dr. Feelgood. Sull’album sono messe in sequenza, a dare un senso a tutto il percorso di un disco che, nonostante qualche momento di stanca (WDIA, Here Comes That Train Again, Two Kinds of Love), oscilla abilmente fra le polverose piste dei pionieri e certo pub-rock che i Ryders tornano a respirare durante il soggiorno inglese (Dave Edmunds e Nick Lowe in primis).

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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