VINICIO CAPOSSELA – Il ballo di S. Vito (CGD EastWest)  

La vista meridionale offerta da Camera a Sud diventa per Vinicio un invito irresistibile a penetrare ancora più a fondo nei misteri e negli odori di cui quel Sud è impregnato. Siamo al giro di boa degli anni Novanta e il percorso artistico e personale di Capossela è ad una svolta. Il ballo di San Vito è il disco con cui il cantautore irpino getta via la scorza intimista dei primi lavori e abbandona la rassicurante penombra dei lampioni per lanciarsi come il pelide alla ricerca delle tradizioni popolari ed etniche e si lascia trasportare dalle correnti della memoria in lungo e in largo per il Mediterraneo, alla ricerca di se stesso, sempre più padrone della sua arte, del suo pretenzioso titolo di Conte che ha attaccato sul muro di casa e con cui è conosciuto nel giro losco del Chiavicone, la contrada di Sant’Ilario d’Enza in cui Vinicio pensa di mettere radici. La visione scostante del disco trasmette questo senso di ricerca, di spaesamento, questo senso di viaggio ancora lontano da ogni approdo. Visivamente, è come se il suo autore avesse messo in acqua il suo natante con la prua verso un sud che non ha ancora ben individuato. Stilisticamente questo si traduce in un’opera disomogenea e priva di un progetto catalizzante per temi o atmosfere. L’album nasce come colonna sonora del deragliamento personale del suo autore che, come  cercherà di far intuire nella presentazione al disco, non si è soltanto fatto raggiungere dalla magia ma si è lasciato sorpassare. Costringendosi a rincorrerla, per andarla a stanare. A sostenerlo, in questa corsa, è il ritmo. Vero collante dell’opera. Ecco perché il Conte sceglie rematori infallibili come Alfio Antico, Marc Ribot, Evan Lurie. Ecco perché, ora più che mai, Vinicio ha bisogno di una ciurma di anime affini, di un rifugio errante ma sicuro. Che siano si, delle Body Guard, ma siano anche i confratelli su cui contare quando l’amore si è trasformato in ricatto emotivo, in case abitate da fantasmi, in rimproveri rancorosi o silenzi abbietti e accusatori.

Vinicio spinge la sua “accolita” di fiancheggiatori a Sud. Di fronte al “vento d’Affrica”, fino a lambire le coste di Capo Verde per impiastricciarsi il cuore e gli occhi nel pianto malinconico della morna. Perché se non è nella pizzica indiavolata, forse è nel passo mesto di un tango che si può lenire il dolore o soltanto dimenticarne il viso che gli si è deciso di dare. Oppure in un blues lussato alla Tom Waits. O forse, meglio, nell’orgia alcolica di un veglione di Capodanno che ci circonda di affetti improvvisati e ci riempie le tasche di coriandoli.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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