DAVID BOWIE – ★ (ISO)  

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Nutro il massimo rispetto per Bowie.

Uno che quando aveva diciassette anni pubblicava già il suo primo singolo, che quando ne aveva 25 si preparava al grande assalto di Ziggy Stardust, che a 38 cantava al Live Aid, che a 65 prendeva un taxi a New York e che a 78 probabilmente sarà un astronauta merita devozione assoluta.

Il suo arrivo, questo 8 Gennaio 2016, ha oscurato anche quello della Befana di un paio di giorni prima. Ed è giusto che sia così. La sua stella nera (che in realtà nera non è, ma questo lo lascio scoprire a voi, NdLYS) è destinata a diventare uno dei simboli più postati in rete e il contenuto del suo disco uno dei più dibattuti. “Con cosa ci stupirà?” la domanda più diffusa.

Perché c’è gente che si stupisce ancora con un disco di Bowie. E questo è di una bellezza e di una poesia disarmanti.

Personalmente, da quando ho “agganciato” i dischi di Bowie in sincrono con la loro uscita (ovvero da Scary Monsters) nessuno di loro mi ha stupito se non in maniera negativa. Ma questo non fa statistica. Anche perché il valore assoluto dei suoi dischi degli anni Settanta non ne viene scalfito. Quel valore però altera spesso il giudizio di quanto è successo dopo. È una sorta di assicurazione sul capitale investito che inquina ogni giudizio che si sforzi di non essere arbitrario.

La premessa era lunga, ma necessaria.

E ora veniamo a disco n. 26 della lunga carriera del musicista caduto sulla Terra. Un album che contiene al suo interno tanti tasselli del Bowie che già conosciamo, soprattutto quello di Heathen ed EART HL ING ma anche di Station to StationBlack Tie White Noise e certi sperimentalismi della trilogia berlinese, rivisti con l’occhio intellettuale del Bowie settagenario. Sassofoni svolazzanti su tapiroulant ritmici a velocità variabile, concessioni al pop rase al suolo e un senso di inquietudine reso manifesto già dai dieci interminabili minuti della liturgia propiziatoria di Blackstar e ben replicato più avanti su Lazarus o Girl Loves Me.

★ è un album pieno di brutti presagi e di angoli bui, incline al jazz nella stessa maniera trasversale, ambigua, disarcionante in cui potevano esserlo i Thievery Corporation, Eric Mingus, i Massive Attack di Blue Lines o i Talk Talk degli ultimi dischi, mostrando il coraggio di chi, alla soglia dei settant’anni, sente più la necessità di far quello che gli pare più che assecondare la voglia di stupore dei suoi fan e dei loro figli.

Stupiti? Bene.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DAVID BOWIE – Young Americans (RCA)  

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Al giro di boa degli anni Settanta, David Bowie inganna il pubblico americano con una perfetta replica dei dischi soul che dilagano su radio e televisioni. Lo fa senza preoccuparsi di perdere il suo accento britannico e infilandoci dentro i Beatles in spirito (la cover di Across the Universe ma pure la citazione dei versi di A Day In the Life che vengono fuori dal barattolo della title-track, lasciati fluttuare al vento come farfalle assieme al sax di David Sanborn e le conga che vibrano sotto le dita di Larry Washington) e in carne ed ossa (quelle di Lennon, ospite del disco). Young Americans, canzone e album, si lasciano sedurre dalla morbosa sensualità della musica nera anticipando di qualche mese l’analoga infatuazione dei Rolling Stones per le forme morbide del soul e quelle ammiccanti della disco-music.

È la prima vera “cotta” di Bowie per il successo, arma insidiosa ben descritta nella Fame cointestata, più per ispirazione trasversale che altro, con John Lennon e alle cui lusinghe però è difficile sottrarsi. E da cui David Bowie non si sottrarrà. E il successo arriva infatti. Immediato. Proprio sull’onda del ritmo funky di Fame, una nemmeno troppo brillante variazione sul tema di Footstompin’ che Bowie ha suonato negli studi della ABC durante un Dick Cavett Show di qualche mese prima. Bowie colonizza gli americani regalando loro nient’altro che la loro stessa musica, spendendo i loro dollari in cocaina, sesso e tabacco. Ziggy era morto per questo, dopotutto. Non è così?

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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TUXEDOMOON – Vapour Trails (Crammed Discs)  

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Interamente composto in Grecia, Vapour Trails arriva a coronamento di trenta anni di carriera dell’ensemble californiano e dopo più di un centinaio fra dischi collettivi, solisti, collaborazioni e comparsate varie. A celebrazione dell’evento la Crammed lo pubblica separatamente ma anche integrato dentro un cofanetto intitolato 77o7 Tm assieme a una raccolta di inediti, un live dello stesso periodo e un DVD di video e installazioni visive. Nonostante il “vapore” respirato durante la realizzazione del disco sia quello dell’antica civiltà ellenica, Vapour Trails si apre con un omaggio a quella che è la nuova patria di Steven Brown, ovvero il Messico già “esplorato” su Joeboy in Mexico esattamente dieci anni prima. Mucho Colores si poggia infatti su un languido tappeto mariachi e sui vocalizzi in lingua spagnola di Reininger che è invece l’unico componente del gruppo ad aver fatto della Grecia la sua fissa dimora. Il suono si sporca e si contamina nella successiva Still Small Voice, finendo per assomigliare curiosamente ai “mostri spaventosi” di Bowie (altra curiosità, a disegnare la copertina è Jonathan Barnbrook, autore delle peggiori copertine dell’ex-Duca Bianco, NdLYS). La lunghissima piece strumentale Kubrick riporta la band nel suo habitat più naturale, sospesa come polvere siderurgica su una musica che flirta col jazz, l’astrattismo colto della musica contemporanea, l’elettronica impalpabile. L’epica ellenica ispirata dal Partenone diventa invece influenza tangibile nella quiete con cui viene descritta Atene su Big Olive, nel paludoso e anfibio dispiegarsi di Dark Temple e nel mantra in greco antico di Epso Meth Lama che si piega alle ricerche trascendenti di Lygeti e Bartòk.            

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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