DADDY LONGHEAD – Classic (Man’s Ruin)

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Uscire con un prodotto targato Man’s Ruin è un po’ come andare in Ferrari: nessuno sa “chi” siete ma tutti immaginano “cosa” siete.

E così se vi siete persi le prime due puntate della saga Daddy Longhead vi risparmieremo inutili pistolotti riassuntivi da fiction televisiva e vi diremo solo che Classic, nuovo episodio del terzetto guidato da Jeffrey Pinkus dei Butthole Surfers è rock ammorbato da un’attitudine stoner molto texana e quindi in parte figlio delle visioni distorte e out of mind che furono di Red Crayola, Moving Sidewalks ed Elevators o, perchè no, degli stessi surfisti del buco del culo.

Ma non solo, siccome in Carne Refritas si ha per un attimo la sensazione che Chris Cornell sia tornato a vestire jeans sdruciti e a trascurare la chioma o Can’t C# indugia nei toni dimessi delle ballate lunari di marca Earthlings?.

Brown Sabbath è invece un furto agli archivi (vocali, ma non solo) osbourniani votati al culto di un sabba d’altro colore vestito.

Il peggio arriva laddove il chitarrista Jimbo Yongue da fondo al suo arsenale tecnico eccedendo in virtuosismi che zavorrano pericolosamente il disco, come succede in Mind Erase (la parodia stoner dei Red Hot Chili Peppers stanchi di One Hot Minute) o nella temibile Viqueen che zoppica sui gradini di scale quasi Primusiane di dubbio gusto come le mutande posticce sulle ennesime pin-ups di corredo grafico al disco.

Le vie maestre dello stoner sono altre, ma a volte non vi viene voglia di scoglionarvi il bacino sullo sterrato di stradine dissestate?

 

Franco “Lys” Dimauro

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(ALLMYFRIENDZARE)DEAD – Black Blood Boom (Overdrive)

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Tutti gli amici dei Turbonegro sono morti.

Quelli di Francesco Villari pure. Tranne quattro.

Tarantiniani quanto basta per non diventare una statua di sabbia di Tito & Tarantula e figli di puttana quanto serve per trasformare la loro terra nel Messico della Repubblica Italiana, gli (Allmyfriendzare)Dead ribadiscono le buone impressioni dello scorso Hellcome con un disco dove affiorano le loro principali fonti di ispirazione. Che sono il rockabilly marcio dei Mɘtɘors (Donnie B. Good), le chitarre surf di Duane Eddy e Dick Dale (Funeral Blowjob), certo garage psicotico e doorsiano di marca Fuzztones/Misteriosos (The Man In to the Cave), il rock ‘n roll impomatato dei Blasters (Goodbye Clever) e quello lercio dei primi QOTSA (Arramo Lincoln).

Basso slappato, chitarre twang e, quando serve, una sborrata di Farfisa, una sbuffata di sax o una imprecazione in dialetto calabrese, come quelle urlate su We Kill X.    

Perché dove non arriva la musica, arrivano le sberle.

Gli amici di Francesco Villari sono morti, tranne quattro.

I miei pure. Tutti.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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ALICE DONUT – Ten Glorious Animals (Alternative Tentacles)

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Alcune reti aziendali non accedono al sito della AT.

Provateci. Magari riuscirete ad accedere a Bangbros o Pirate Bay ma non all’etichetta del pipistrello che frantuma le icone del potere politico ed ecclesiastico.

Non chiedetemene il motivo, ma è una certificazione di qualità: l’ISO 14001 della sovversione eletta a modello di vita.

Gli Alice Donut sono una fetta di storia della AT, quella con qualche sparuta candelina di popolarità in epoca grunge e di cui rimane ancora qualche scoria (da quant’è che non sentivate un basso suonare come quello di Wide? NdLYS) immersa in un disco pieno di suggestioni familiari: i Jesus and Mary Chain, i Bauhaus traslucidi di Mask, i Pixies del “trombone” Frank Black, le Hole, i Three Johns, i Sonic Youth di Dirty fino ai Camper Van Beethoven flippati di Key Lime Pie evocati da Prog Jenny. Un disco soavemente inutile, che finisce per metterti a tuo agio e a farsi scegliere malgrado tutto come complice.

                      

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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