DAVID BOWIE – The Man Who Sold the World (Mercury)  

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Il 22 Febbraio del 1970 sul palco della Roundhouse, fanno il loro ingresso quattro supereroi armati di strumenti: Space Star, Hypeman, Gangsterman e Cowboyman.

È l’entrata in scena degli Hype, la band che presto si trasformerà negli Spiders from Mars. Ufficialmente, è in quel preciso momento che il glam-rock si affaccia alla ribalta cortocircuitando la scena folk da cui lo stesso Bowie proviene mescolandola con la sottocultura omosessuale e del travestitismo. Già il mese successivo Bowie è iconizzato come nuovo idolo gay sulle pagine di Jeremy.

Quando la Mercury deciderà di pubblicare anche per il mercato europeo il frutto di quella esperienza, chiederà a Bowie di posare in abiti da vecchia signora, speculando sulle capacità del suo autore di trasformarsi in quel che vuole e nella sua innata volontà di creare scandalo. The Man Who Sold the World è in effetti il primo dei dischi di Bowie a cogliere con puntualità le scommesse che la ruota del tempo gli ha destinato in sorte. Le chitarre di Mick Ronson agganciano il ronzio del moderno timbro sabbathiano e lo innestano in una corposa struttura acustica, strappandone le fibre (The Width of a CircleShe Shook Me Cold) così come la natura schizofrenica e gli innesti di sintetizzatore di molte canzoni (Black Country Road, con Bowie che gorgheggia parodiando Marc Bolan, Saviour MachineThe Supermen) scivolano con gran dignità verso il prog, dimostrando la scaltrezza del musicista inglese nel costringere il pubblico a girare comunque lo sguardo verso di lui.

I ragni cominciano a tessere la loro tela. Space Star, col suo sguardo eterocromatico, sceglie chi sarà la prossima vittima.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ELECTRIC PRUNES – California (PruneTwang)

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Toh chi si rivede!!! Dopo il passo propedeutico di Rite of Return le vecchie Prugne tornano con un disco nuovo incelofanato dentro una copertina griffata Rudi Protrudi. La competizione con “quelle” Electric Prunes non si regge però neanche in piedi: il loro suono ha oggi subìto gli effetti devastanti dell’AOR americano perdendo la visione mind-expanding delle loro pagine storiche cosicchè la rabbia di pezzi come Get Me to the World On Time o Train for Tomorrow è un ricordo lontano sbiadito tra le maglie di un suono senza artigli. California scivola senza grosse scosse verso una forma accomodante di rock anemico e banale peggio che i Floyd di Delicate Sound of Thunder. Pochissimi i momenti da salvare, forse più per rispetto alla loro folle memoria che alla loro appannata vivacità.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

California_(The_Electric_Prunes_album)

THE BASEMENT BROTHERS feat. THE KITCHENETTES – Speak Up (CopaseDisques)    

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Ancora Svizzera. Lontani dalla dottrina fangosa e malfamata della Voodoo Rhythm, però. Anzi, qui siamo al cospetto di una band dai riferimenti estetici e musicali fin troppo curati, forse anche pedissequi. Il genere di riferimento è la soul music, riadattata con una pulizia e una cura (l’equipaggiamento usato è quello analogico dei Konk Studios di Londra, aperti da Ray Davies nel ‘73 e celebrati dai Kooks sul nuovo album, NdLYS) da manuale deontologico. Il disco suona bene, anzi benone, ma manca quella profondità che le voci nivee delle Kitchenettes non potranno mai elargire. Neanche a brani nati già vincenti come Tearing Me Apart, In Love With a Man o Porcelain Faces. Un esercizio di stile. Un grande esercizio di stile che quando allenta il tiro (Slowly Fading Away) mostra però la sua cagionevolezza e orfano di quella peccaminosità senza la quale la soul-music diventa roba per donne chic.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BOSS MARTIANS – Move! (Dionysus)  

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Proprio mentre il Northwest  americano consumava tragicamente gli ultimi spasmi della sua più famosa rivoluzione musicale, i Boss Martians venivano fuori con un suono coloratissimo e spumoso, fatto di chitarre riverberate e organi beat, figlio di Surfaris, Paul Revere and The Raiders e Sir Douglas Quintet, esatta antitesi del cupo grondare metal-psichedelico di quegli anni.

Grandi!

Oggi che il grunge è un ricordo lontano loro sono ancora qui con l’ennesimo disco carico di dinamite surf e beat.

Move! mette fuori le consuete e rodate doti del quartetto nel cimentarsi con splendidi strumentali figli di Shadows, Dick Dale e Davie Allen e con grandi numeri di beat energico e solare ottenendo analoghi risultati di coinvolgimento.

Personalmente sono questi ultimi quelli che preferisco: l’iniziale She‘s In, You‘re Gone che si apre come Makin’ Time dei Creation e si infiamma subito in un beat sparatissimo solcato dal grande organo di Nick Contento, la fuoriclasse I Want More degna dei migliori Yard Trauma, il boogaloo della title-track, il furioso punk nascosto in fondo alla scalettta. Ma la classe che esce fuori da titoli evocativi come The Last Ride, Trouble On 2 Weeks, Chiuahua Del Diablo o Pandilla En Motocicleta è ugualmente contagiosa.

Uno dei dischi più divertenti dell’anno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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