CCCP FEDELI ALLA LINEA – Matuška Rossija  

Al principio era il Verbo, al principio era Pravda.

E prima del principio c’era la musica dei CCCP, padani bolscevichi Fedeli alla Linea.

Nati nel 1981 sotto le volte del Kreuzberg di Berlino e morti al compimento del secondo piano quinquennale nelle campagne reggiane che li avevano accolti per la stesura e la registrazione di Epica Etica Etnica Pathos. Il 3 Ottobre 1990 non a caso, il giorno in cui le Berlino Est e Berlino Ovest disgiunte protagoniste della loro Live in Pankow diventano una cosa sola.

In mezzo, c’era stato di tutto: dagli sputi dei primi concerti all’Armata Rossa sull’attenti durante l’esecuzione di A Ja Ljublju SSSR in una Mosca d’altri tempi, dalle shockanti esibizioni televisive al passaggio,  inaudito all’epoca per una band con tali requisiti sovversivi, da una minuscola label punk di periferia ad una major come la Virgin, collaborazioni talmente out da rasentare l’oscenità (Amanda Lear) e performances musical-teatrali che lasciano sgomenti e turbati non solo i servizi d’ordine ma gli stessi spettatori.

I CCCP nascono dall’unione di un cantante non-cantante e di un chitarrista non-chitarrista affascinati dall’iconografia sovietica, dalle musiche mediterranee, dalla destrutturazione del punk radicale e della scena industrial-punk tedesca, dalle arie da balera della loro terra di origine e dalle musiche liturgiche e partigiane.

Una ricetta apparentemente indigesta che diventa un piatto esplosivo quando esordiscono con Ortodossia: vinile rosso socialista e copertina sfogliabile che traccia, assieme alle epistole martellanti di Live In PankowSpara Jurij e Islam Punk, il perimetro dentro cui si muove la prima musica dei CCCP: chitarre-grattugia, voce salmodiante, batteria elettronica fredda e incalzante, nomi, slogan, citazioni e proclami glaciali di fede al Partito e al Patto di Varsavia. Una scenografia ripercorsa con analoga convinzione su Compagni Cittadini Fratelli Partigiani: sono Stalingrado e la pianura padana ad affacciarsi l’una sull’altra e a regalare tra l’altro una delle tracce storiche dei CCCP: Emilia Paranoica. E’ l’altra faccia dell’Emilia moderna, efficiente, organizzata e progressista, quella più cruda e reale afflitta dalla noia e totalmente incolore, illuminata solo dalle insegne rosse delle cooperative di sinistra. Un immaginario che diventerà il tracciato dell’Emilia cantata negli anni ’90 da Massimo Volume e Santo Niente e negli anni zero da Offlaga Disco Pax e Le Luci della Centrale Elettrica.

Non a caso Emilia Paranoica, con leggere modifiche (come l’intro reinciso in reverse) sarà riutilizzata per chiudere la scaletta del primo disco “adulto”: 1964-1985 – Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi, del conseguimento della maggiore età  ha, già dal titolo, quell’imponenza da architettura commemorativa, da monumento storico, da ara venerabile e maestosa che fanno parte dell’iconografia multimediale dei CCCP. E tale diventerà, nel corso degli anni: un mausoleo del punk italiano.

Il NOSTRO Never Mind The Bollocks.

Con la faccia austera di Palmiro Togliatti al posto di quella della Regina Elisabetta.

Un disco che si agita tra rigore e delirio, con i piedi ben piantati in Padania e gli occhi che guardano oltre il muro di Berlino, impregnato di un’ ironia caustica che la voce vitrea di Ferretti rende inaccessibile al sorriso.

E d’altra parte c’è, in queste dieci canzoni, una disumana impassibilità davanti allo scorrere della vita, l’ibernazione delle emozioni, l’ipotermia dei sentimenti, l’atrofizzazione del muscolo cardiaco ben rappresentato dal passo marziale della drum-machine che sottolinea le parole meccaniche della lingua ferrettiana.

Non potendo più scegliere di morire giovane Ferretti decide di non vivere affatto, negando a se stesso il brivido di ogni emozione condivisa (sessuale, amorosa, affettiva, relazionale) o azzerando ogni esigenza e soffocando ogni virtù privata con un’abnegazione da monaco zen.

Non c’è scontro, dentro il punk dei CCCP Fedeli alla Linea.

Non ci sono barricate.

Non indicano il giusto, perché il giusto non esiste (Fedeli alla linea, e la linea non c’è…).

Sceglie solo di allontanarsi dal moderno.

Perché l’ergonomia del benessere rende pigri.

E la pigrizia ci fa diventare vulnerabili e sazi.

 

Affinità-Divergenze crea disordine in una giovane Italia musicale che sta a fatica trovando una sua identità e fa girare il nome dei CCCP fuori dai circoli politici e culturali di nicchia, richiamando l’attenzione della Virgin.

Ne vengono fuori un album e un 45 giri travagliati e aspramente criticati dal nocciolo duro dei vecchi “discepoli” (famosa l’accusa di “fedeli alla lira” mossa da un fan sulle pagine di Rockerilla, lettera a cui i CCCP avrebbero risposto per le rime sull’ album successivo, NdLYS), artisticamente di certo aperto a formule più complesse, sfaccettate, multiformi.

Ci sono gli ennesimi proclami di amore verso la cultura socialista dell’Est Europa (in apertura di ogni facciata e stavolta con toni maestosi da trionfalismo patriottico, NdLYS) ma c’è anche molto altro: il punk incalzante e grezzo degli esordi occupa solo la prima parte del disco (nella nuova tomografia assiale computerizzata dell’Emilia “sazia e disperata” offerta da Rozzemilia, in quella sorta di Mi ami? # 2 che è Per me lo so, nell’atto di accusa verso il punk falsamente militante di Tu menti) mentre per il resto il registro si apre alla musica etnica, alle arie clericali, ai numeri da cafè-chantant, alla tradizione del liscio romagnolo e anche ad una autentica e “barbara” trasgressione tribal-industriale come Stati di agitazione che in realtà riemerge dal primissimo “canzoniere” sperimentale del periodo berlinese dei CCCP.

La musica del gruppo emiliano si sgancia dunque dalla rigida disciplina degli esordi e si fa più permeabile e mediterranea, sfumando gli orizzonti grigio-piombo dell’ Est e delle catene di montaggio verso le tonalità color sabbia, ocra e seppia del mondo arabo che da sempre affascina Ferretti e Zamboni al pari dell’ immaginario sovietico.

Con Socialismo e Barbarie i CCCP Fedeli alla Linea installano il loro rotolo di kebab al centro della Piazza Rossa e ne offrono ai passanti.

Agenti del KGB, fedeli del Soviet, punk, ballerini di balera, leninisti, samurai, mongoli e donne col burka si mettono in fila aspettando il loro boccone di carne.

La babele di citazioni e di musiche circumnavigate con Socialismo e Barbarie viene rielaborata sul successivo Canzoni Preghiere Danze del II Millennio, sezione Europa. Un disco molto critico verso se stessi, verso lo scenario politico e cattolico, verso il proprio pubblico ma anche appesantito da una produzione che snatura la musica del gruppo e fa scempio di altre pagine storiche del primo repertorio (B.B.B. o Svegliami! ad esempio) affogandole in una brodaglia di tastiere e artifici da studio che ne fanno un maldestro tentativo di “vendere” la musica dei CCCP sul menù a-la-carte del mercato pop. 

CPDIIM, sez. E è un disco musicalmente debole ma serve per attuare l’ultimo “assalto” dei CCCP: da un lato la presenza di un’altra invocazione cattolica come Madre  e la scelta di una copertina dal forte simbolismo sacro “sdogana” il gruppo verso il pubblico credente italiano, con tanto di intervista su Famiglia Cristiana, dall’altra la chiusura del disco affidata a Fatur e Annarella Giudici lascia intendere che le due figure teatrali che prima erano state di “corredo” alla musica dei CCCP, hanno adesso un loro ruolo da protagonisti all’interno della vicenda.

La sovraesposizione che ha investito la band emiliana li rende bersaglio fin troppo facile di “fedeli” che si sentono derubati del loro gioiello alternativo.

Critiche cui Ferretti risponde in prima persona sull’invettiva di Fedele alla Lira?, facendo sua (e rilanciandola come un boomerang) proprio l’accusa che veniva mossa loro da un fan disilluso dalle pagine di Rockerilla.

Di fatto, del radicalismo lapidario degli esordi (che risalgono però già a otto anni prima) non è rimasto nulla dentro questi CCCP Fedeli alla Linea.

La necessità di scavalcare il recinto del punk, già manifestata due anni prima, si fa qui ancora più evidente.

CPDIIM, sez. E è il documento, seppur trascurabile in termini artistici, di una transumanza necessaria ed imprescindibile alla ricerca di nuovi pascoli.

Un ultimo viaggio sull’Orient Express con il Ferretti che intona dai finestrini carichi di cenere e pioggia le uniche cose che è sempre riuscito a cantare: salmodie religiose e canti alpini e i suoi compagni che mettono in piedi un insolito cabaret di arie mediorientali, punk consumistico, slogan elettorali, balli caraibici per alcolisti anonimi.

Canzoni, preghiere e danze, insomma.

Senza proclami e senza giubilei, come dice Ferretti su Brucia Baby Burn.

Ma, soprattutto, senza barbarie.

All’alba del nuovo decennio ecco arrivare Epica Etica Etnica Pathos che diventa l’epitaffio della band ed ha tutta l’aria di un disco di un “collettivo”, più ancora che quello di un gruppo.

Alla fine del secondo piano quinquennale, finita l’Unione Sovietica, i CCCP implodono su se stessi consegnando se stessi alla storia e firmando il proprio testamento che è in parte, anche umano. Ringo De Palma, il batterista trasfuga dei Litfiba che è stato accolto dai CCCP (come del resto Francesco Magnelli e Gianni Maroccolo, qui non solo comprimari ma autori, con Zamboni, di quasi tutte le quindici canzoni dell’album) per questo loro nuovo, elaborato, progetto, muore infatti solo pochi giorni dopo aver posato le sue bacchette sul rullante dopo la registrazione di Annarella, stroncato da una overdose.

Muore la Russia e con essa i CCCP e il punk filo-sovietico.

Epica Etica Etnica Pathos è il lavoro che converte definitivamente la musica dei CCCP alla tradizione, convergendo verso la forma-canzone che sarà poi glorificata nei C.S.I. (ma non solo, visto che Amandoti Annarella verranno poi celebrate con grande successo da Gianna Nannini e La Crus).     

Un disco di musica popolare.

Nazional-popolare addirittura.

Nell’accezione dei CCCP Fedeli alla Linea, che citano Caterina Caselli e il Canto dei Sanfedisti e  rielaborano la musica tradizionale delle campagne italiane evocando le immagini e le ombre dei braccianti del Sud e delle mondine del Nord, che sposta il “sole nascente” ad Occidente e apre ai nuovi interessi del gruppo, che prenderanno forma compiuta proprio negli anni successivi nei progetti Maciste Contro Tutti, Matrilineare, C.S.I., Mondariso, P.G.R., Stazioni Lunari.

L’urgenza degli inizi è del tutto mitigata, “sfumata” dalla pace della vita rurale e contadina cui la band si abbandona durante le registrazioni.

Ora, in quella casa colonica perduta nella campagna reggiana, gli strumenti tornano a suonare come dei veri strumenti, senza svendere l’anima.

È un album doppio che di punk non ha più nulla se non nell’intenzione di frantumare il passato, di rompere gli argini, di uscire dagli striminziti limiti del punk “ortodosso”, con pezzi elaborati che sfiorano e a volte addirittura superano i dieci minuti.

Una raccolta di musica bucolica, pastorale, contadina, campestre, etnica e partigiana che se da un lato sembra tradire le iniziali e ormai lontane origini punk, dall’altro si riannoda in maniera abile e adulta alle tematiche da sempre care al gruppo padano (il “maledirai la Fininvest, maledirai i credit cards” rinnova l’immolato sacrificio al Dio capitalista già invocata al grido “Produci! Consuma! Crepa!”, il misticismo soave e gioioso di Paxo de Jerusalem torna alle preghiere di Libera Me Domine Madre, l’individualismo amaro e disilluso riattualizza il sisma affettivo pre-apocalittico del “muore tutto, l’unica cosa che vive sei tu” declamato su Allarme, il pianto arabo di Al Ayam riconduce alle terre di mezzo già raccontate su Radio Kabul e al muezzin di E’ vero così come il “Cittadine, Cittadini” ricorrente su Aghia Sophia non può non richiamare alla mente le chiamate all’adunata sediziosa di Compagni, Cittadini, Fratelli, Partigiani, di CCCP e di Manifesto).

Ci lasciano senza lasciarci davvero, i bolscevici padani.

Un po’ più di carne.

Un po’ più vulnerabili.

Un po’ meno rossi.

Un po’ meno guerriglieri.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CCCP+Fedeli+Alla+Linea+cccp3

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