CASINO ROYALE – Dainamaita (Black Out)  

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Non deve essere stato semplice mettere su un disco come Dainamaita. Coordinare gli umori e i gusti di dieci persone inclini al muso facile, riordinare le idee e tentare di ripartire, rimettersi in gioco scommettendo sul proprio nome e cercando di tirarlo fuori dalla nicchia ska, stipulare un contratto con una grossa distribuzione come quella PolyGram senza deluderne le aspettative di vendita e preservare la propria identità pur puntando su un lavoro che è un azzardo stilistico che può bruciare tutta la fatica che ci sta dietro in un attimo.

Dainamaita è un po’ il lancio nel vuoto per i Casino Royale, artefici loro malgrado di quella gran babele di stili, dialetti, generi e tecniche che si imPOSSEsseranno dell’Italia negli anni Novanta.

Ma se Jungle Jubilee permetteva al gruppo milanese di rischiare pur muovendosi in un porto sicuro, Dainamaita rade al suolo ogni certezza. Col rischio che al prossimo concerto verranno a vederti solo per prenderti le generalità.

Dainamaita si apre con un piccolo frammento di trenta secondi. Uno swing suonato al pianoforte da Michele “De Maestro” Ranauro che richiama Caravan Petrol e il refrain di Casino Royale.

Una intro che è messa lì come rito propiziatorio. Ma che è anche un gesto domestico simbolico. Come quando entri a casa di qualcuno, togli il cappello e lo appendi all’ingresso. E quel posto diventa un po’ tuo, marcando il territorio.

Un disco coraggioso, il terzo Casino Royale. Che ascoltato oggi non è invecchiato benissimo, che adesso riesci a fare roba simile schiacciando per errore un’app del cazzo sul tuo telefonino e se sbagli magari mamma te ne compra un altro.

Ma allora, nel 1993, era tutto sudore e scazzi vari.

Era bestemmiare cento volte dietro una puntina che era saltata per uno scratch più nervoso dell’altro, anche se a farlo era un fuoriclasse come DJ Gruff.

Era dire delle cose. E dire cose che avessero un valore non solo a Niguarda, a Quarto Oggiaro o a Ticinese. E non solo “qui ed ora”. Ma in tutto il pianeta. E sempre.

Come quelle dette in Justice e Metallo giallo.

Era dirle col cuore di Giuliano Palma.

E dirlo con le budella di Alioscia.

E dirlo suonando. E suonarlo su un cavallo che non si è ancora ammaestrato. O che magari non si voleva ammaestrare. Magari dirle e cantarle con una gran confusione in testa. Grattandosi il mento e la fronte. Come i pionieri e come i barboni.

Casino Royale in missione speciale. Facendo della periferia il centro del nuovo mondo. 

Passeggiando per Milano, camminando piano piano…quante cose puoi vedere, quante cose puoi sapere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GUN CLUB – Divinity (New Rose)  

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Pubblicato inizialmente come doppio 12” con un disco registrato in studio e uno dal vivo, Divinity è l’ultimo lavoro dei Gun Club ad immortalare la presenza di Kid Congo Powers tra le fila della band. L’ennesimo e stavolta tardivo rappacificamento fra i due nell’estate del 1995 non potrà infatti concretizzarsi se non con due sole date dal vivo nella sua città di origine con quella che sarà l’ultima line-up della band (Mike Martt e Kid Congo alle chitarre, Randy Bradbury e poi Liz Montague al basso, Brock Avery alla batteria).

Al di là del breve contenuto, ulteriormente ridotto al momento della pubblicazione (verranno escluse la St. John’s Divine che era il pretestuoso brano che voleva essere tema del disco e, nella sezione dal vivo, Cool Drink of Water, poi entrambe incluse nella bella ristampa della Flow Records del 2006, ricca di inediti dello stesso periodo e testimone della fugace collaborazione di Pierce con Tres Manos degli Urban Dance Squad, NdLYS) Divinity è dunque una sorta di testamento spirituale della band di Los Angeles. Una sorta di funereo presagio alimentato da una copertina mortuaria che contrasta con il contenuto invece brillante del disco. Keys to the Kingdom riaffiora dal primissimo repertorio del gruppo ed è un blues dal profilo funky con le radici nel quasi omonimo gospel di Wahington Phillips di inizio secolo. Richard Speck è un flash dell’infanzia di Pierce e dei racconti di sua madre in merito all’omonimo serial killer che seviziò le infermiere di Chicago nella metà degli anni Sessanta. Black Hole è una cover degli Urinals, piccolo gruppo cult californiana che negli anni è stata omaggiata da band come Minutemen, Butthole Surfers, Eleventh Dream Day, Leaving Trains, Halo of Flies e Yo La Tengo, senza che il grosso pubblico andasse a curiosare nella loro storia. La lunghissima Sorrow Knows chiude la facciata in studio con una delle più memorabili cavalcate chitarristiche di tutta la storia dei Gun Club. Lampi hendrixiani accendono le rendition dal vivo di Yellow Eyes e Hearts da Mother Juno mentre Fire of Love chiude il disco sotto quelle palme di Las Vegas che proiettavano ombre con la sagoma di cactus, avvelenate dal voodoo.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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DAVID BOWIE – 1.Outside (Virgin)  

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Se Black Tie White Noise era stato una sorta di ricongiungimento ideologico con Young Americans, 1.Outside è l’ideale ponte sonoro col mondo Orwelliano di Diamond Dogs seppure l’impronta di Brian Eno e il fascino per la cultura cyber e per la musica industriale dei Nine Inch Nails che Bowie coltiva in quegli anni trasportano musicalmente il disco in un’ambientazione sonora del tutto differente.

Probabilmente stimolato dalla libertà artistica che la realizzazione della colonna sonora per The Buddah of Suburbia gli ha regalato, Bowie torna alla voglia di sperimentare e di rischiare. 1.Outside è un disco inquieto laddove il disco precedente era stato un comodo album da salotto, un disco che alle luci confortanti di quello preferisce le ombre, alla fisicità rassicurante l’evanescente dubbio di una presenza che è più avvertita, percepita che manifesta e che, per questo, incute angoscia e tensione. Per rendere credibile il gioco e non abbassare il livello di guardia dell’ascoltatore, Bowie ed Eno tornano alla concettualità che era necessaria, inventando una trama pur difficile da seguire che fa da collante a tutto l’album penalizzato forse da una durata che se è funzionale all’argomentazione e all’ispirazione rivela anche una verbosità che è difficile da arginare e che ha però il bellissimo compito di allontanare chi a Bowie si era avvicinato grazie all’ammiccante presa dei successi radio-televisivi degli ultimi dieci anni.  

Grazie David, per aver osato.    

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE PRISONERS – Rare and Unissued (expanded edition) (Big Beat)

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Nel 1988 Billy Childish pubblicò per la sua minuscola label questa raccolta a suggello della vicenda Prisoners e come perfetto supplemento alla loro discografia,  confermando il valore della band di Graham Day e giustificando il rispetto che il pubblico retrò aveva loro sempre tributato: “avanzi”, scampoli e rimasugli con cui tanti oggi confezionerebbero dei best-sellers. Demo, inediti e tracce dal vivo che documentavano la storia di uno degli acts più raffinati della storia inglese recente.

La sua copia digitale esce ora con qualche “ritocco” alla scaletta dovuto al fatto che nel frattempo l’intero catalogo è stato ristampato e alcune tracce sono andate a rimpinguare la lista di bonus che ne arricchivano la dotazione. Rare and Unissued si modifica quindi. E si allunga. Fino a raggiungere quota 22 brani tra cui qualche inedito assoluto riemerso dai fondali. Chi mi conosce sa che sono colpevolmente di parte davanti ad alcuni nomi e chi ha familiarità con la cura delle ristampe Ace può ben dedurre il resto.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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