R.E.M. – Up (Warner Bros.)

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La nebbiolina che sembra addensarsi sugli orizzonti creativi dei R.E.M. con Monster e New Adventures in Hi-Fi  diventa una nebbia fittissima con l’addio di Bill Berry. Meditato da tanto e ufficializzato nell’Ottobre del 1997, l’abbandono di Bill coincide con il crollo artistico della band. Up, quasi a spregio del titolo, è un disco in picchiata la cui chiave di lettura sta racchiusa proprio nel singolo scelto per annunciarlo con due settimane di anteprima: Daysleeper.

Difficile anche per i meno letargici non assopirsi in questa lunghissima, interminabile sequenza di canzoni narcolettiche e, malgrado il virile logo maschile che campeggia nella brutta copertina, prive di ogni vigore.

La mascolinità di Up è pari a quella di Antonio Magnano e chi entra qui dentro rischia di uscirne come Barbara Puglisi: intatta!

A nulla serve rifugiarsi dentro pattern elettronici per vestire di nuovo un’ispirazione già agonizzante o cercare riparo dietro un Leonard Cohen qualsiasi per mascherare l’entrata di questa caverna dove risuona solo una pallida e debolissima eco di quello che i R.E.M. erano da vivi. Con tanto di elegia funebre finale.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro    

rem-up

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I WALK THE LINE – Black Wave Rising! (Boss Tuneage/Rookie)

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Non diverte granché il nuovo lavoro dei finlandesi I Walk the Line.

L’uso delle tastiere, che rappresenta il tratto distintivo del loro combat-rock, diventa in molti casi sgradevole, con quel sapore di plastica tipico del più irritante synth pop anni Ottanta. È il caso di The Metro o Monster, terribili canzoni dark-punk che vorrebbero suonare come i Lords of the New Church e invece finiscono per somigliare agli Orchestral Manoeuvres in the Dark. Aggiungete a questo poca fantasia vocale (nel senso che Ville non è proprio quello che si dice un gran cantante e viene lasciato solo a farsi carico di tutte le parti vocali, quando invece servirebbe un po’ di enfasi corale per dare grinta e credibilità agli anthems) e il gioco è fatto, non fosse che si sbadigliasse sovente. Il che, diciamocelo, per un disco punk-rock non è un gran complimento. Tanto più che per sbadigliare, e peraltro senza scucire soldi dalla tasca, basta accendere la tele su MTV.

 

          

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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BARB WATERS – Rosa Duet (Laughing Outlaw)

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Il nuovo disco di Barb Waters abusa del clichè dei duetti d’arte di cui è colma la storia della pop music per adagiarsi sul fondale del mare di produzioni dalla matrice roots che affollano il mercato. Uso non a caso il termine “adagiarsi” perché la musica della ragazza di Melbourne è di quelle che, neppure sfruttando la grinta di qualcuno dei personaggi coinvolti (vedi il grande Kim Salmon con cui dipinge uno dei più bei pezzi del disco, ovvero quella Make It Count appena solcata dagli accenti tex-mex dettati dalla tromba di Craig Pilkington e dai campanacci dello stesso Kim), riesce a mostrare i denti preferendo usare i toni dimessi e composti della classica ballata acustica. Rosa Duet non ha quindi impennate stilistiche e variazioni climatiche rilevanti seppur qualche brano si evidenzi rispetto agli altri: la già citata Make It Count, la soffice When You Will Come My Way con quell’organo molto Bad Seeds periodo The Good Son/Let Love In, il brioso country di Further Down the Line impreziosito dal contributo vocale di uno dei migliori gruppi vocali attualmente in circolazione ovvero i GIT, il primitivismo radicale di Make Some Decisions.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro