DAVID BOWIE – Lodger (RCA)  

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L’interesse e la ricerca di Brian Eno verso le “musiche possibili” influenzano in maniera decisa il più sperimentale e avanguardista  fra i dischi di Bowie.

Lodger è un labirinto pieno di trabocchetti, cunicoli e specchi deformanti.

Bowie si riappropria in maniera del tutto personale ed artificiosa di due canzoni scritte per altri come Sister Midnight o All the Young Dudes, sperimenta con Eno le teorie sugli “incidenti programmati” che costringono i musicisti ad imprigionare la loro creatività secondo le turbolenze emotive del produttore, cede al fascino delle musiche che i Gastarbeiter hanno portato a Berlino assieme alla manodopera che il Wirtschaftswunder richiede, strizza l’occhio a quei nuovi rifugi per gli adolescenti volgarmente chiamate discoteche e approva (ma solo in parte) l’idea di Brian di costruire delle canzoni “in serie” sfruttando il medesimo giro armonico di base e alterandone solo il senso ritmico, nasconde con astuzia piccole parodie (Velvet Underground, Neu!).

David Bowie lascia Berlino e gli anni Settanta con un disco scosceso e sibillino, austero eppure ammiccante, cerebrale senza smettere un solo secondo di mostrare le gambe.

Lodger raccoglie la polvere delle stelle in una polveriera.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Go Cat Go! – The Essential Rockabilly Collection (Salvo)

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L’unico precedente di pari portata fu Rockin’ Bones, pubblicato dalla Rhino quasi dieci anni fa. Come questo, era un cofanetto di quattro CD che passava in rassegna il fenomeno musicale del rockabilly storico, ovvero quello nato a ridosso dei primi singoli di Elvis Presley e che provocò la prima tempesta ormonale della gioventù americana e la prima vera rivoluzione discografica mondiale. “Cat” era, all’epoca, un appellativo adottato nell’area occidentale del Texas per definire la prima fusione fra country e R&B da cui sarebbe nato l’hillbilly prima e il rockabilly dopo e che era stato preso in prestito dallo slang dei jazzisti neri degli anni venti. A farlo diventare un termine alla moda per descrivere con un appellativo adatto ai nuovi “tempi veloci” qualcuno di veramente cool ci pensò Carl Perkins con la sua Blue Suede Shoes. Il termine diverrà di uso comune nell’ambiente rockabilly e verrà usato in decine e decine di canzoni. Quando, nei primi anni Ottanta, i capelli impomatati torneranno a far bella mostra di sè nelle strade, la band che guiderà l’intero revival si chiamerà, guarda caso, Stray Cats. La Salvo fa suo proprio quel monito lanciato da Perkins per intitolare questo tributo al rockabilly storico dei mid-50’s e ci restituisce, in cento canzoni, l’essenza vibrante di quel suono creato con pochissimi mezzi (una chitarra acustica, una chitarra elettrica, un contrabbasso, un kit essenziale di batteria la formula base) ma in grado di trasmettere un’energia erotica così palpitante da scuotere tutta la giovane comunità bianca americana e creare sgomento fra gli adulti. A differenza del rock ‘n roll che traeva origini dal blues e restò infatti una “faccenda per neri” (Chuck Berry, Little Richard, Bo Diddley, Fats Domino, ecc. ecc. tutti “confinati” nelle classifiche di musica black perché ritenute “inferiori”), il rockabilly faceva tesoro della tradizione musicale bianca del country & western e, nonostante gli scandali e le oscenità che si trascinò dietro, fece breccia nel mercato ufficiale grazie alle facce “bianche” di Elvis, di Carl Perkins, di Bill Haley, di Jerry Lee Lewis, di Eddie Cochran, di Gene Vincent e di tutti gli altri “cool cats” che dominarono la musica di quegli anni e che, per la prima volta, diventava una “scena” che impattava non solo sulle orecchie, entrando con prepotenza nelle case americane grazie al rivoluzionario arrivo del nuovo mostro domestico chiamato tv, facendo dei salotti familiari dei campi da guerra dove le raccomandazioni filiali prima e i divieti subito dopo cominciavano a superare di gran lunga la lista delle concessioni e dei permessi autorizzati dai genitori. Il fatto di non rappresentare più una musica razziale ma una musica popolare cantata e suonata da gente bianca rappresentò dunque la rottura della diga che fece riversare il rockabilly nella vita comune di milioni di famiglie creando per la prima volta la “categoria” sociale degli adolescenti. Che non erano più soltanto “figli” ma avevano un proprio gusto, un proprio carattere, un proprio linguaggio. E che di certo non era per nulla uguale a quello dei “padri”. Furono loro, figli del benessere bianco che permetteva loro di spendere le modeste paghe settimanali in beni di consumo di facile acquisto a creare dal nulla, da consumatori, il nuovo mercato discografico. Mercato che, sull’onda di quei supereroi con la chitarra a tracolla, si trovò corrotto da centinaia e centinaia di cantanti e musicisti che a volte durarono una sola stagione (vedi i casi di Buddy Holly e del Johnny Burnette Trio) ma il cui contributo alla svolta decisiva del rock ‘n roll resta ancora oggi impressa nella storia come un’impronta indelebile. Go Cat Go! racconta tutto questo. Senza nemmeno il bisogno di alzare la voce. E senza nemmeno aggiustare gli errori che i musicisti si portavano dietro una volta varcata la soglia della Sun Records. Proprio come allora.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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