AA. VV. – Still in a Dream (Cherry Red)

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A pochi mesi dal box Artifact, Still in a Dream arriva a focalizzare la visione d’insieme su ciò che fra le canzoni di quei primi cinque dischi sarebbe stata la scintilla che avrebbe in qualche modo acceso un’intera scena anche al di fuori dalle culline termiche della Creation Records e anche fuori dalla Gran Bretagna.  

Un cofanetto di altri cinque cd per illuminare di lampi shoegaze i nostri ricordi. Per accendere di colori fluorescenti chi in quella trappola di luci e rumore finì per metterci il piede e forse l’intera gamba stordito dalle rifrazioni di band contemporanee come Black Angels, Warlocks o Black Rebel Motorcycle Club (per tacere delle derive estreme del blackgaze, NdLYS) che a quelle intuizioni devono ancora tutto oppure guardando un documentario come Beautiful Noise alla cui coda stellare sono associati sia Artifact che questo nuovo box della Cherry Red. 

Still in a Dream si muove come una sonda endoscopica nell’intestino di quel movimento, esaminando gli otto anni in cui la musica inglese (ma non solo, vedi qui alle voci Flaming Lips, Luna o Bardo Pond ad esempio) provò a cercare le stelle guardandosi le scarpe. Trovandole.

Siamo negli anni che precedono la solidità e la concretezza del Brit-pop, dentro i confini, seppur labili, di quella che può ancora essere definita come musica “indie”. I contorni sono volutamente poco definiti, estatici, sfumati, nebulosi, sognanti. Sono vapori di rumore che si disperdono nell’aria, drogandone ogni atomo.

Un autentico generatore di melodia e di rumore che amplifica quanto immaginato dai Velvet Underground due decenni prima e lo rende un sentiero praticabile e gremito.       

Ottantasette brani necessari (ma non sufficienti) per setacciare a dovere il fenomeno shoegaze, con almeno due assenze eccellenti poco perdonabili come Breathless e My Bloody Valentine. Per il resto, all’appello non manca nessuno: Swervedriver, Spacemen 3, Jesus & Mary Chain, Ride, Spiritualized, Chapterhouse, Bark Psychosis, Sun Dial, Mercury Rev, A.R. Kane, Cocteau Twins, Cranes, House of Love, Pale Saints, Flying Saucer Attack, Loop, Telescopes e tutto il mondo sommerso che detonava sotto di loro. 

 

                                                                      Franco “Lys” Dimauro

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THE FLYING EYES – Done So Wrong (Trip in Time)

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Tenuto conto che il loro disco omonimo non era altro che una raccolta dei loro due introvabili E.P., quello che gira sul mio stereo è il primo vero album del quartetto di Baltimora domiciliato artisticamente in Germania. Anche questo Done So Wrong si avvale della grafica visionaria e psichedelica di Kiryk Drewinski che ben traduce le visioni psichedeliche della band che si posano ora su scuri riff sabbathiani (Death Don‘t Make Me Cry, Nowhere to Run, Heavy Heart) dominati dalla voce di Will Kelly che suona come un incrocio luciferino tra Glenn Danzig e Jim Morrison, ora su dolcissimi ricami folkedelici (Sundrop, Overboard) che a me hanno ricordato vanti nazionali come Birdmen of Alkatraz e Strange Flowers. La lunga title track tradisce inoltre l’amore per lo space rock degli Hawkwind così come Leave It All Behind chiude all’insegna del rurale pastificio country di Workingman‘s Dead.

                                                                                      Franco “Lys” Dimauro   

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THE CLASH – Black Market Clash (Epic)  

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Don Letts fu un personaggio chiave per l’innesto della musica reggae e della cultura punk. Il suo piglio guerrigliero e teppista e la sua incrollabile fede nel sostegno delle cause della minorità giamaicana nella periferia londinese diventano simbolicamente l’icona di un legame ribelle che unisce le istanze punk e quelle dei diritti civili di cui molta musica giamaicana si fa portavoce. I dreadlocks di Letts sono le funi che legano Bob Marley ai Clash insomma. Le sue liane rasta sono immortalate sulla copertina di Black Market Clash (e della successiva versione ampliata di Super Black Market Clash), il dieci pollici pubblicato dalla Epic tra i due monumentali dischi dei Clash della fine degli anni Settanta. Dentro ci sono i Clash guerrieri degli esordi e i Clash liquefatti nel dub di fine decennio. Sono identici a quelli dei loro album, ma catturati negli episodi “minori” (le B-sides di White Man, English Civil War, Complete Control e London Calling, la Capitol Radio che era arrivata solo ai lettori del New Musical Express), attraverso un inedito assoluto (la cover di Time Is Tight di Booker T & The M.G.’s che i Clash usavano spesso per testare gli impianti dei loro concerti) e quel grandissimo capolavoro di reggae barricadero che è Bankrobber (per cui i Clash realizzarono anche un video durante la session di registrazione convincendo i loro roadies ad aggirarsi con le bandane al volto nei pressi di un’agenzia dell’Allied Irish Bank della città, tanto da provocarne l’arresto-lampo con l’imputazione di tentata rapina) e la sua versione vista attraverso gli specchi deformanti del dub che è Robber Dub. La sua versione “Super”, a parte qualche imperdonabile imprecisione nella scaletta, aggiungerà altra merce rara al già prezioso banco merci del bazar dei Clash che a quel punto era già chiuso da sette anni.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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