PJ HARVEY – Dry (Too Pure)  

4

Mettere a soqquadro il mondo con una chitarra. Anche se è una porzione di mondo. Anche se quella chitarra è più un vestito per coprirsi che un’arma per mettersi a nudo.

Polly Jean ha un nome da bambolotto. Il nome di una donna in miniatura. Un nome da cartoon del primo pomeriggio. Incidentalmente, un nome che ricorda una delle prime canzoni dei Nirvana, poi finita su quel Nevermind che in qualche modo avrebbe spianato la strada a questo suo primo album in proprio, rappresentato da un labbro spiaccicato sul vetro e da un acronimo chiamato a sostituire il suo nome.

PJ Harvey si presenta al mondo radendo al suolo ogni stereotipo sessuale.

In quelle labbra sfoggiate con così poca sensualità, così “asciutte”, così segnate dal freddo, nell’esibizione cruda, fragile di quel posto di desiderio tramutato in un alloggio scomodo viene in qualche modo annientata, dissimulata, disinnescata ogni passione carnale.

Dry diventa il posto dove viene raccontato l’amore di un corpo disidratato. Un amore che non conosce il tintinnio dei calici. Un amore cui il destino non ha concesso di diventare adulto. Un amore che è un precipitato di polveri, un concentrato di residui fissi, senza neppure un dito di vino dentro cui poter galleggiare. E tutto, qui dentro, ha questo analogo sapore.

Basso, chitarra, voce, batteria un medesimo rumore di detriti e di ruggine.

Di ossa. Di corpi asciutti come rami in un inverno che non ci ha neppure degnati del suo pianto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

pj-harvey-dry-650x650

DAVID BOWIE – Station to Station (RCA)  

0

Di stazioni ne tocca tante Bowie, nel 1976.

Dal 2 Febbraio al 18 Maggio è impegnato nell’estenuante tour con cui porta in scena il fascino elegante e mascolino del Duca Bianco.

Ma le due stazioni più importanti sono quella di Los Angeles da cui parte schifato a pochissime settimane dall’uscita del disco e quella di Berlino dove approda prima di essere passato dal suo rifugio svizzero.

Tra la partenza e l’arrivo ha modo di lasciare qualche foto ricordo ai suoi fan. Come quella famosa scattata dalla Polizia di Rochester con il cartello n. 59640 ad un palmo dal mento. O come quella scattata da Andrew Kent dentro il bunker di Hitler con il Duca intento a fare il saluto nazista.

Sono gli scatti che fanno il giro del mondo e che gli tagliano le simpatie di buona parte di pubblico e critica, offesa dall’ambiguità politica più che da quella sessuale degli anni d’oro. O, più verosimilmente, interessata a presentargli il conto per quella rivestendo l’integrità morale con una scorza di opportunismo ideologico.

Station to Station è il disco lucidissimo di un uomo che è al nadir della lucidità psicologica, completamente schiavo della cocaina, ad un passo dal baratro che lo sta per inghiottire e che Bowie localizza in qualche punto non ben definito fra la spiaggia di Long Beach e le onde dell’Oceano Pacifico da cui quindi scappa a cercare salvezza, lasciandosi dietro un disco incredibilmente bello, ancora permeato di quel soul che avvolgeva l’album precedente ma che sembra già proiettato verso certe meccaniche teutoniche, soprattutto nella scelta di lunghe code o intro con reiterazioni melodiche arricchite da un lavoro di produzione maniacale per definizione e stratificazione del tappeto sonoro che ancora oggi lo rende un disco modernissimo ed affilato, sensualissimo e algido allo stesso tempo, carico di funky (cosa non sono i pattern di batteria di Dennis Davis e la chitarra di Alomar su Stay?) eppure capace di risolvere in stile Broadway un delirio da abuso di droghe come TVC15.  

Lo straniero con gli occhi diseguali siede con la testa coperta da un cappello a falde larghe, nel reparto fumatori. Ogni tanto alza lo sguardo dal libro e sembra accennare un sorriso.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

station_to_station

BIG AUDIO DYNAMITE – No. 10, Upping St. (CBS)  

0

Vedere scritto Strummer/Jones sotto il titolo di qualche altra canzone mette qualche brivido, inutile negarlo. Ecco perché, fra gli orfani dei Clash questo rimane forse il disco preferito dei Big Audio Dynamite. O anche il più odiato. Perché ancora una volta, dopo il Cut the Crap dei primi e il This Is dei secondi, appare chiaro come entrambe le menti dei Clash, separate prima e nuovamente insieme adesso, abbiano voglia di giocare con un suono che è una protesi bionica del melting pot artistico di Sandinista! e Combat Rock, in una metamorfosi artistica che ricorda molto, molto da vicino quella dei Mekons e della loro successiva mutazione in Three Johns.

Nonostante la preziosa firma di Strummer e un tutto sommato incoraggiante inizio (che è memorabile solo grazie al residuo fisso di Eddie Cochran che è presente in ciascuno di noi), non ci sono canzoni indimenticabili dentro questo secondo disco dei B.A.D., come del resto non ce n’erano sul primo.

Una piccola giungla di ritmi, citazioni, campionamenti, omaggi al mondo del cinema infarciti di slang giamaicano e percussioni che vale molto come elemento trascinante di un ancora inconsueto modo di filtrare il rock attraverso le nuove risorse tecnologiche offerte dall’elettronica (e che verrà sdoganato ufficialmente dal Madchester sound e da certo crossover fra musica bianca e nera che arriveranno da lì a breve) ma pochissimo per capacità di lasciare un segno indelebile nella memoria collettiva.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

bad