STIV BATORS – Un angelo in esilio

Sulla copertina c’è l’ennesimo muro. Come era stato per il debutto degli Heartbreakers uscito quasi in simultanea e per quello dei Ramones dell’anno precedente. È l’amata simbologia metropolitana che fa del punk la voce delle strade e delle anime che nelle strade vivono e che su quei muri scrivono le loro giornate. Con la vernice o con le urine. Cheetah Chrome e Johnny Blitz sono venuti dalla loro Cleveland per imbrattare i muri di New York, assieme ad altri teppisti strappati alle tane della loro città e con i quali, finita l’esperienza dei Rocket From the Tombs, hanno dato vita ai Frankenstein che, nella nuova patria, diventano da subito Dead Boys.

Nati e subito morti, quindi.

Nella città che sta bruciando sotto il fuoco punk innescato dai fratelli Ramone. Rispetto a loro, a quella bubblegum music gonfia di chitarre ingombranti, i Dead Boys sono però infinitamente più depravati e degeneri. Nei testi, nell’attitudine, nella musica. Nel contenuto e nella forma, che pesca a piene mani dagli Stooges e dall’hard-rock. Privata, rispetto a quella, dal desiderio infantile di spiagge, amore e cartoni animati. Come gli Stooges, i Dead Boys cantano l’accidia. E non indicano nessuna via di fuga da quella se non quella della perversione sessuale e dell’umiliazione fisica indotta o subìta. Esagerando a volte con l’iconografia estremista fino a rischiare di mandare a monte le registrazioni del loro album provocando la suscettibilità della produttrice Genya “Goldie” Ravan offesa (giustamente, essendo figlia di deportati ebrei, NdLYS) dalle svastiche esibite con orgoglio dalla band.

Young, Loud and Snotty arriva nei negozi nell’Ottobre del 1977 aperto da una incendiaria versione di Sonic Reducer che diventa subito uno dei manifesti di tutto il nuovo rock ‘n roll americano. Non è l’unico pezzo “rubato” agli archivi dei RFTT ma è quello che funziona da aratro, e funziona benissimo. Con quel riff di chitarra che con prepotenza conquista i due canali audio, il basso che picchia deciso, la voce rauca di Stiv Bators e poi ancora le chitarre, elettriche e sfavillanti, che violentano il pezzo attaccando un assolo che equivale ad una smorfia di sdegno e quindi la batteria che rotola portando il pezzo verso quel finale che ha dentro tutto lo sfascio di Search & Destroy.

Poi, sotto di lei, c’è tutto quel paesaggio di morte e di sesso che è il luogo preferito da Stiv. L’unico dentro cui si sente a suo agio. Sangue e sperma, a iosa. Tanto da coprire pure l’apparente candore della Hey Little Girl dei Syndicate of Sound che di candida adesso non ha più solo l’immagine ma anche la malattia venerea.     

Sono canzoni furiose (alcune anche troppo, come il finale proto-metal di Down In Flames) e perverse (Caught With the Meat In Your MouthWhat Love Is), quelle di Young, Loud and Snotty. Del tutto ammorbate dal virus punk. Infette e pruriginose.

Com’era? Nessuno uscirà vivo da qui?

Ecco, proprio così.

Il 19 Aprile del 1978 Johnny Blitz viene aggredito da alcuni teppisti sulla 2nd Avenue di New York e ricoverato in fin di vita. Dal 4 al 7 Maggio, venticinque band si susseguono in un estenuante tour de force sul palco del CBGB’s per sostenere, con gli introiti delle quattro serate, le spese mediche necessarie per strappare Johnny dalle braccia della morte. Per il Blitz Benefit, su invito diretto di Hilly Kristal, suonano i Ramones, i Suicide, i Dictators, i Fleshtones, gli Stilletto, i Contortions, i Corpse Grinders e molti altri. Fra cui, per due sere di fila, i Dead Boys “with guest drummer”. Chi sia stato quel guest forse lo sapete, forse no, ma è giusto ricordarlo comunque, perché si trattava di John Belushi.  

Il mese successivo, per celebrare lo scampato pericolo, i Dead Boys danno alle stampe il loro secondo album.

Registrato negli stessi studi della svolta disco dei Bee Gees, We Have Come For Your Children è il disco con cui i Dead Boys, la Sire e Hilly Kristal sperano di far sfruttare lo squarcio prodotto nella scena punk dal disco precedente per andare, attraverso quello, all’assalto del mercato ufficiale.

Il tono minaccioso dell’opera è quindi disinnescato dal tentativo di rendere la loro musica meno eccessiva e straziante. Se dunque su Young, Loud and Snotty i Dead Boys sembravano svuotarci addosso chili e chili di spazzatura e merda accumulata nel loro rifugio della Bowery, su questo nuovo disco Stiv e compagni sembrano invitarci a visitare le stanze finalmente sgombre di ogni eccesso ma, ovviamente, non esattamente quel che potreste rischiare di scambiare per una linda stanza d’aspetto di una clinica privata. Nonostante il lavoro di smussatura operato da Felix Pappalardi, lo storico produttore dei Cream, l’album resta infatti un ottimo lavoro di artigianato punk-rock che stringe leggermente la forbice stilistica con i “cuginetti” Ramones (presenti in spirito su Don’t Look Back e in carne ed ossa su Catholic Boy) stemperando, stilisticamente ma anche esteticamente, certi eccessi oltraggiosi che erano loro stati necessari per aggredire la scena e che si adombra di inquietudine e brutti presagi quando tira fuori un’altra vecchia perla dei Rocket From the Tombs come Ain’t It Fun e la ficca in coda al disco, quasi a chiudere idealmente il cerchio aperto dalla Sonic Reducer sul disco dell’anno precedente.

Mordendosi la coda, come dei cani bastardi.

 

Nell’Aprile del 1979 Stiv Bators incontra Greg Shaw. I Dead Boys non sono ancora ufficialmente “morti” ma sono tenuti in coma farmacologico da un contratto discografico che prevede un terzo disco che Stiv decide di registrare dal vivo a microfono spento, rendendo inservibili gli acetati consegnati alla Sire. E’ storicamente l’ultimo atto ufficiale da punk per Stiv che, arrivato a Los Angeles, ha voglia di confrontarsi con roba nuova, molta della quale scoperta proprio nella discoteca di Greg Shaw. Assieme, i due lavorano alla ridefinizione dell’immagine di Bators: chitarre Vox e Rickenbacker in bella mostra, beatle boots e zazzeroni lunghi alla Blues Magoos erano il nuovo look sfoggiato sulla copertina del primo singolo in proprio realizzato appena un mese dopo: guarda caso la cover di una sixties band della sua città, Cleveland.  

L’album viene registrato invece ai Perspective Studios nell’Agosto dell’anno successivo dopo sei mesi di tour in cui la band di Stiv ha modo di spappolarsi. Quando varcano la soglia dello studio californiano, dietro a lui ci sono George Cabaniss, David Quinton e Frank Secich, l’amico che lo ha seguito da New York in questa sua avventura californiana alla ricerca del successo.

 

Tutto Disconnected, pur senza regalare nessun pezzo veramente memorabile, è saturo di questa sua nuova passione per le chitarre jingle jangle sporcate dalla merda elettrica di quegli anni, così come lo sono tutte le restanti sessions che verranno raccolte su L.A. Confidential, dove brillano standards come Louie Louie Have Love, Will Travel. E’ qualcosa di inspiegabilmente simile a quanto prodotto in Inghilterra dai Barracudas, con l’unico paradosso che mentre quelli sognano di esibirsi con le tavole da surf in una spiaggia californiana, Stiv che si trova proprio lì dove gli altri fantasticano di essere, preferisce esibirsi nella pratica ancora tutta sua del car surfing sotto anestesia tossica.  

La fuga di Stiv Bators dalle fogne americane si conclude con l’arrivo a Londra. Nella metropoli europea Stiv ha modo di allacciare altri burrascosi rapporti con i reduci del punk locale, fra cui gli ex-Sham 69 Dave Tregunna, Dave Parsons e Rick Goldstein. I quattro si erano conosciuti a Los Angeles durante le registrazioni per il disco solista di Bators e il desiderio di lasciarsi alle spalle le brutte storie dei Dead Boys e degli Sham 69 per provare a fare qualcosa di nuovo si concretizza sotto una nuova sigla. Nascono così i Wanderers, curiosa creatura mutante che ruba il nome all’omonimo film del 1979 e autori di un album ispirato alle teorie cospirazioniste bolsceviche di Peter Beter da cui Bators è enormemente affascinato. Uno dei brani viene dedicato direttamente a lui e incapsula estratti dalle audiocassette che il Dottore usa per propagandare il suo messaggio ma tutto l’immaginario di Only Lovers Left Alive è invaso da visioni di complotti tramati dentro i Palazzi dove si muovono le macchine religiose e politiche mondiali (il Vaticano e la Casa Bianca). La musica scelta per sottolineare questo clima da pellicola di controspionaggio è tuttavia meno apocalittica di quello che si potrebbe supporre. Non siamo infatti di fronte a un assalto sonoro come quello operato dai Discharge nello stesso periodo o a sinistri e cupi deliri post-punk. Ne’ tantomeno ci sono legami con lo sfasciume tossico dei Dead Boys e l’orgoglioso punk da strada degli Sham 69 alza la “cresta” solo in sporadiche occasioni (la cover di The Times They Are A-changin’ ad esempio). La musica dei Wanderers è piuttosto un blando combat-rock sul modello che stanno sperimentando nel Galles gli Alarm, incuneato fra il pugno chiuso di Springsteen e quello dei Clash ma con arrangiamenti sovrabbondanti che sono già il cantiere per la discoteca gotica dei Lords of the New Church che sta per aprire.

Il disco venderà pochissimo. Bators accuserà la Polygram di aver volutamente oscurato l’uscita di un disco “scomodo” e profetico. “La gente non sa che ho fatto quel disco”, dirà qualche anno dopo “semplicemente perché è questo che la nostra etichetta voleva. Che non fosse mai esistito”.

Ma anche quei pochi che lo sapevano, lo avrebbero dimenticato in fretta.  

Nella primavera del ’77 i Damned sbarcano in America.

Sono la prima punk band inglese ad essere ospitata dentro il tempio fariseo del C.B.G.B.‘s.

Restano lì dentro dal 7 al 10 Aprile, fianco a fianco con una band di junkies chiamata Dead Boys. Erano piovuti da Cleveland fin dentro il buco del culo della Grande Mela a portare sul palco il loro spettacolo osceno fatto di svastiche naziste, pornografia e droga. Tanta droga.

È in quelle notti tossiche che Brian James e Stiv Bators si incontrano per la prima volta. Notti che verranno replicate quando, alla fine dello stesso anno, i Damned chiederanno ai Dead Boys di andare a trovarli in Inghilterra per un tour lungo un intero mese. I due sognano di poter suonare insieme, un giorno.

Magari quando tutto quel tendone di sputi, creste e spille da balia sarà stato abbattuto e il circo avrà lasciato la città.

Poi le cose andarono giù veloci, com’era giusto che fosse nella stagione punk: l’anno dopo Brian è già fuori dai Damned. L’anno successivo è la volta di Stiv che distrugge i Dead Boys e decide di fare un bagno rigeneratore nel power-pop e nel sixties rock per disintossicarsi da ogni scoria. Nell’inverno del 1980, quando è il momento di portare in giro il suo set fatto di cover garage rock e canzoncine di scintillante pop, in un raro momento di lucidità, Stiv si ricorda di Brian e lo recluta come chitarrista per il tour.

Ecco, quello è il momento in cui si concretizza il sogno di Brian e Stiv di mettere su una band.

Di più! Quello è il momento di portare a casa qualche soldo, dopo essere stati crocefissi a retribuzione zero come i profeti del punk.

Hanno bisogno di grana per soddisfare i propri bisogni alcolici e tossici.

E hanno bisogno di tirare su un nuovo tempio per lo spettacolo sacrilego, narcisista e necrofilo di Stiv Bator(s).

Brian e Stiv, dopo aver provato con altri reduci come Glen Matlock, Steve Nichols, Terry Chimes e Tony James, trovano in Dave Tregunna (l’ex-Sham 69 con cui Bators aveva messo su per mezza stagione i Wanderers nel 1981, NdLYS) e nell’ex-Barracudas Nicky Turner gli altri signori della nuova chiesa, i Lords of the New Church.

L’idea è quella di esasperare i contenuti peccaminosi della sua musica e di darla in pasto agli orfani del punk che stanno transumando dal Roxy al Batcave, sempre più mascherati dietro tonnellate di cerone e make-up.

Costruire il combat rock per le piste da ballo.

New ChurchOpen Your EyesLivin’ On Livin’Lil Boys Play With DollsRussian RouletteHoly War sporcate di chitarre epiche, sintetizzatori, sassofoni e batterie amplificate sono i primi sermoni sputati sui nuovi discepoli, carichi di parolacce e blasfemie assortite.

Stai zitta e siediti, mangiati il tuo cuore da ricca puttana ammonisce Stiv.

All’uscita della chiesa il maestro di cerimonia ha sostituito l’acqua benedetta dell’acquasantiera con il suo sperma. Uscendo ogni fedele immerge le dita e si fa il segno della croce.

« Il Signore gli disse: “Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono” »  (Ezechiele 9,4). E così fu fatto.

Is Nothing Sacred?, registrato in soli quindici giorni nei medesimi studi e con lo stesso ingegnere del suono del primo album non appena i Lords sono rientrati da un tour mondiale in cui Stiv Bators ha persino rischiato la vita in una infelice e plateale simulazione di impiccagione, non tradisce il goth-rock del debutto e contemporaneamente lo sposta, grazie all’innesto di fiati, sintetizzatori, chitarre acustiche e basso fretless, verso una sorta di bubblegum punk perfetto per le sale da ballo alternative. I demoni interiori di Stiv (il sesso estremo, la necrofilia, la passione per l’occulto e l’esoterismo, l’eroina) vengono dissimulati dentro una disco-music di plastica che vorrebbe soffocare l’ego suicida del suo autore facendone brillare il disagio dentro una scatola di positività posticcia. 

Canzoni come Dance With Me, il reggae di Johnny Too Bad, la fanfara soul di Don‘t Worry Children, la cover di Let‘s Live for Today o il rock virile alla Billy Idol di Black Girl White Girl creano dunque l’illusione di una musica creata per lo svago fatuo di un sabato sera preludio alla lunga notte di Halloween.

I pipistrelli volano bassi, attirati dalle luci.

Lilith porge il suo vassoio di frutti proibiti.

La sacerdotessa evanescente mostra il suo lungo coltello.

Le candele hanno quasi sciolto tutta la loro scorta di cera.

Cera. E ora non c’è quasi più.    

        

Prodotto da Chris Tsangarides come se si trattasse di una metal band qualsiasi, il terzo album dei Signori della Nuova Chiesa è il disco deputato a far fare il grande salto al supergruppo inglese. Su loro Miles Copeland investe gran parte del guadagno di Talk Show delle Go-Go‘s garantendo una serie di turnisti di lusso (Mike Hugg, Matt Irving, Simon Lloyd, Vicki e Samantha Brown, Rudi Thomson, Jacques Loussier) e un produttore di grido perché crede nell’enorme potenziale del gruppo e perché The Method to Our Madness, nei suoi piani, “deve vendere” (come lui stesso intima al gruppo sul pezzo che intitola l’album, NdLYS) anche a costo di riciclare vecchie idee (When Blood Runs Cold è, nei fatti, una versione Thundersiana della On Interstate 15 pubblicata solo un paio di anni prima dai compagni di etichetta Wall of Voodoo, ma chi vuoi che se ne accorga? NdLYS) e, soprattutto, enfatizzando il volume e il gain della chitarra di Brian James e la presenza della batteria di Nick Turner come vuole la strategia produttiva degli anni Ottanta fin quasi a seppellire il basso di Dave Tregunna e alternando pezzi dalla chiara impronta porno/gotica dei Lords come Fresh FleshKiss of DeathI Never BelievedDo What You Wilt e Pretty Baby Screams ad alcune discutibili fetenzie pop come Murder Style o The Seducer. Intrappolata in questa macchina lanciata per bucare le classifiche, la musica del quartetto finirà per diventare una parodia dark del metal pop di Hanoi Rocks e Mötley Crüe dissipando il fascino macabro delle loro cose migliori.

Per tutti i restanti anni Ottanta Bators non riesce più a scrivere nulla di convincente, totalmente perso nel suo microcosmo tossico che costringerà Brian James a cacciarlo fuori dalla Chiesa a sua insaputa. A rivelargli le intenzioni è un annuncio sul Melody Maker con cui i Lords aprono ufficialmente le audizioni per un nuovo cantante. Il 2 Maggio del 1989, sul palco dell’Astoria, si celebra l’ultima funzione dei Lords of the New Church. Nel concerto più disperato e bello della loro carriera.

Quindi Stiv si rifugia a Parigi, con l’intenzione di mettere in piedi una superband di supersiti del punk newyorkese. Con lui ci sono Dee Dee Ramone e Johnny Thunders. Ma quel 3 Giugno del 1990, su quelle maledette strisce pedonali parigine sulle quali viene investito in pieno da un taxi pieno di persone perbene, c’è solo la sua ragazza con lui. E quando, il giorno successivo, muore per un grumo di sangue che gli soffoca il cuore dopo essere stato dimesso dall’ospedale, c’è ancora Caroline con lui. Gli chiude gli occhi e lo vede finalmente sorridere.

 

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

 

photo21

Annunci

2 thoughts on “STIV BATORS – Un angelo in esilio

  1. Youre so cool! I dont think Ive read anything like this before. So good to find somebody with some original thoughts on this subject. Thanks for starting this up. This blog is something that is needed on the web, someone with a little originality. Good job for bringing something new to the internet!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...