THE STAIRS – Mexican R ‘n’ B (Go! Discs)

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Quando nel ’92 comprai l’unico LP degli Stairs attratto più da quel “monaural” strillato dalla cover che dalla foto di copertina (ancora oggi una delle più brutte della mia collezione), non immaginavo ancora che quel disco sarebbe diventato il mio disco inglese del decennio.

L’eco della acid summer si era spenta e la sua bara viaggiava ora dentro una sacca di R ‘n B lascivo e sborroso. Finite le scorte delle pillole della felicità, si tornava a chiamare la marijuana per nome (Mary Joanna) o per sinonimo (Weed Bus), a raschiare accordi rubati a Brian Jones e Jeff Beck.  

Gli Stairs, come i concittadini La’s, erano completamente fuori dal tempo e dalle mode, pericolosamente vicini alle navi corsare di Chocolate Watch Band e Shadows of Knight. A differenza del gruppo di Lee Mavers e della stragrande maggioranza della scena Liverpooliana e dell’Inghilterra tutta non amavano però prendersi troppo sul serio.

Forse proprio per quello snobbati da tanti.

Forse proprio per quello diventati una vera band di culto.

Forse proprio per quello dimenticati in fretta.

Mexican R ‘n’ B resta un disco pieno di grandissime meraviglie e di alcuni dei più memorabili riff usciti dalla giovane Inghilterra degli anni Novanta (Mundane Mundae, Weed Bus, Mr. Widow Pane, Mary Joanna, Out in the Country, Wrap Me Round Your Finger, Woman Gone and Say Goodbye, Right in the Back of Your Mind, Sweet Thing) solcati da una voce che lascia strisce di bava erotica ad ogni vocale.

Perfetto anello di congiunzione tra Out of Our Heads degli Stones e Safe as Milk di Captain Beefheart.

Grazie Stairs, per aver lasciato le caverne di Liverpool vestiti con poncho, sombreri e tuta da astronauti. E aver suonato dentro uno dei più bei dischi di rock ‘n’ roll di sempre senza pretendere di diventare nient’altro che un’indie band.

Finiti per caso nella più bella storia mai raccontata, quella del r ‘n’ r.

E subito tirati via, prima che le enciclopedie che contano si accorgessero di voi.

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

The Stairs - Mexican R 'n' B - 1992

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MOTORPSYCHO – Here Be Monsters (Rune Grammofon)  

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Credo sia un problema di spazi. E non mi riferisco soltanto a quelli che la band norvegese ci impone fisicamente di riservarle sui nostri scaffali di dischi con pubblicazioni e riedizioni mastodontiche del loro catalogo ad un ritmo che le formazioni attuali sconoscono (nove album in studio, quattro live, una raccolta, un libro e tre riedizioni in edizione quadrupla nei soli ultimi dieci anni dovrebbero dare il senso di questa creatività strabordante che fatica ad adeguarsi ad ogni supporto discografico conosciuto. E non è detto non mi sia sfuggita qualcosa. NdLYS).

Mi riferisco proprio ad uno spazio mentale e ad un adeguata ambientazione paesaggistica che permetta ai mostri dei Motorpsycho di volare senza sbattere il muso da qualche parte.

Adeguatezza, ecco. Ora mi sovviene il termine esatto.

Here Be Monsters è uno di quei dischi che richiede spazi adeguati. Che potremmo storicamente individuare nella fattoria di Max Yasgur, i 600 acri di terra dove la generazione hippie sognò un mondo senza mostri. Perché, fra tutti i colossi cui i Motorpsycho hanno dato vita, questo è quello più vicino all’anarchia bucolica di quegli anni.  

Coglierne lo spirito negandogli la vastità che esso reclama non è affatto semplice. La lunga cavalcata cosmica di I.M.S. così come le distese arcadiche di Lacuna/Sunrise, Running With Scissors e Spin Spin Spin o l’infinita saga del grande cane nero che conclude il lavoro sembrano fecondare i vuoti arcaici del Ginnungagap dando vita alla reincarnazione del primordiale Signore vichingo Ymir, nato ancora una volta dall’unione del ghiaccio col fuoco.

Lunghi movimenti dove i sogni psichedelici si trasformano in incubi prog prima di venire inghiottiti da un wormhole da cui è impossibile risalire.  

Dentro questa maestosità si muovono le ombre di Jethro Tull, H.P. Lovecraft, Pink Floyd, Genesis, Byrds. Ora su una gamba sola, ora su due, su cinque, su sette.

Schiacciati dal cielo norvegese. Lasciando impronte deformi sulla neve.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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