MOTORPSYCHO – Here Be Monsters (Rune Grammofon)  

Credo sia un problema di spazi. E non mi riferisco soltanto a quelli che la band norvegese ci impone fisicamente di riservarle sui nostri scaffali di dischi con pubblicazioni e riedizioni mastodontiche del loro catalogo ad un ritmo che le formazioni attuali sconoscono (nove album in studio, quattro live, una raccolta, un libro e tre riedizioni in edizione quadrupla nei soli ultimi dieci anni dovrebbero dare il senso di questa creatività strabordante che fatica ad adeguarsi ad ogni supporto discografico conosciuto. E non è detto non mi sia sfuggita qualcosa. NdLYS).

Mi riferisco proprio ad uno spazio mentale e ad un adeguata ambientazione paesaggistica che permetta ai mostri dei Motorpsycho di volare senza sbattere il muso da qualche parte.

Adeguatezza, ecco. Ora mi sovviene il termine esatto.

Here Be Monsters è uno di quei dischi che richiede spazi adeguati. Che potremmo storicamente individuare nella fattoria di Max Yasgur, i 600 acri di terra dove la generazione hippie sognò un mondo senza mostri. Perché, fra tutti i colossi cui i Motorpsycho hanno dato vita, questo è quello più vicino all’anarchia bucolica di quegli anni.  

Coglierne lo spirito negandogli la vastità che esso reclama non è affatto semplice. La lunga cavalcata cosmica di I.M.S. così come le distese arcadiche di Lacuna/Sunrise, Running With Scissors e Spin Spin Spin o l’infinita saga del grande cane nero che conclude il lavoro sembrano fecondare i vuoti arcaici del Ginnungagap dando vita alla reincarnazione del primordiale Signore vichingo Ymir, nato ancora una volta dall’unione del ghiaccio col fuoco.

Lunghi movimenti dove i sogni psichedelici si trasformano in incubi prog prima di venire inghiottiti da un wormhole da cui è impossibile risalire.  

Dentro questa maestosità si muovono le ombre di Jethro Tull, H.P. Lovecraft, Pink Floyd, Genesis, Byrds. Ora su una gamba sola, ora su due, su cinque, su sette.

Schiacciati dal cielo norvegese. Lasciando impronte deformi sulla neve.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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