VIVA VERTIGO – Viva Viva (Bad Afro) / SULO – Rough Diamonds (Feedback Boogie) / DENIZ TEK & SCOTT MORGAN – 3 Assassins (Career) / ON TRIAL – Head (Molten Universe)

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Uscita insolita per la Bad Afro, avvezza a pattume di ben altra caratura, quello accreditato a Simon Beck alias Viva Vertigo. Viva Viva è un disco debole e trascurabile con momenti di disarmante bruttezza come Satellite Song o Shade, ballatone cupe da far accapponare la pelle senza nemmeno un’oncia del pathos disperato che necessita in quelle occasioni.

Rough Diamonds  è invece intitolato al solo Sulo (perdonate il gioco di parole) ma in realtà ci sono più persone qui dentro che in tutta la discografia dei suoi Diamond Dogs. Le ragioni stanno nel fatto che a Sulo, oltre che cantare non riesce praticamente neppure il giro di Do sulla chitarra dello zio e che il materiale che sta dentro questo suo debutto solista è il risultato di sei anni di registrazioni effettuate tra una pausa e l’altra della sua band. Il materiale maneggiato è facilmente intuibile: rock tipicamente seventies nell’attitudine e nella forma. Aerosmith, Hanoi Rocks, Rolling Stones. Rispetto ai Diamond Dogs si nota una minore “dipendenza” dal suono Black Crowes ma anche (le cose credo vadano a braccetto) la perdita di quel vigore soul senza il quale un pezzo come Vegas Vamp rischia grosso di somigliare più ad una outtake degli Oasis piuttosto che ad una ballad dei Glimmer Twins.

È una autentica Detroit-connection quella che si celebra dentro 3 Assassins , disco live dove si ritrovano piromani come Deniz Tek & Scott Morgan, i fratelli Pasquini e Stefano Costantini. Quello che viene fuori, se non lo avete visto sui palchi francesi e italiani durante quel tour del 2001, potete sentirlo qui: tre chitarre e una sezione ritmica implacabile che sparano verso il cielo le fiamme dei classici di MC5, Sonic‘s Rendesvouz Band, Stooges oltre che ai minor-hits di Deniz del periodo Outside. Travolgente e superelettrico.

E a proposito di covers, la Molten ristampa in formato full-length il 10” Head degli On Trial approfittando del momento di gloria “riflessa” che la band danese sta vivendo sull’onda di Money for Soul dei paralleli Baby Woodrose. Si raggiunge dunque quota dodici brani con l’aggiunta di masterpieces come Parchment Farm di Mose Allison o Starship di Sun Ra, perfettamente integrati alla psichedelia fumogena del gruppo straboccante di pedali superfuzz e divorata dai flussi del wah wah. So che non renderò giustizia al songwriting del gruppo ma questo rimane il loro capolavoro.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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PERE UBU – Architecture of Language 1979-1982 (Fire)  

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A pochi mesi da Elitism for the People la Fire Records torna a mettere mano nel dizionario di pernacchie dei Pere Ubu obbligando noi a (ri)metterci le orecchie.

Sono i tre album usciti a cavallo tra gli anni Settanta e il decennio successivo: New Picnic Time, The Art of Walking, Song of the Bailing Man con il supplemento di un quarto disco con le chicche del medesimo periodo.

Siamo dentro uno dei parallelepipedi più deformi della storia della new-wave e del rock tutto, in una “replica” altrettanto surreale e molesta della Trout Mask di memoria Beefheartiana con David Thomas intento a parodiare con voce da bertuccia il borbottio del Capitano e la band capace di evocare fantasmi e mostri dalle sembianze disarticolate e scomposte.

New Picnic Time lavora alla completa destrutturazione della forma canzone facendo a brandelli qualsiasi regola compositiva e annientando il concetto stesso di struttura armonica o melodica sciogliendo tutto in una irriverente apologia del disgusto ideologicamente affine al dadaismo dei primi decenni del secolo.     

The Art of Walking assorbe in pieno le smorfie di Mayo Thompson, ormai entrato ufficialmente nello zoo dei Pere Ubu anche se è soprattutto il passo disarmonico del sintetizzatore di Allenn Ravenstine a dare impronta al disco. La follia, lungi dall’essere stata curata, acquista una sua struttura più tangibile che sfocia nel funky animale di Misery Goats e nella piacevole (???) cavalcata dei puledri di Horses, piccole macchinine rumorose innestate dentro una giostra faunistica di rumori, dissonanze, frequenze radio ed animali bionici (Miles, Birdies, Crush This Horn, Arabia).

Song of the Bailing Man è lo sbocco ufficiale negli anni Ottanta, con Aton Fier dei Feelies seduto alla batteria a dare un tocco più “umano” alle cantilene psicotiche dei Pere Ubu. Il suo ingresso in formazione viene celebrato col tappeto di marimba di A Day Such as This, con l’innesco percussivo di Petrified e con le sincopi jazz che spezzano Long Walk Home e West Side Story. La scelta di Fier non è casuale, perché tutto il disco sembra voler in qualche modo percorrere una strada meno dissestata rispetto a quella dei primi cinque album. Tutto pare convergere verso quella fisicità degli esordi, ma in uno scenario che non è più quello apocalittico di The Modern Dance ma piuttosto quello del jazz metropolitano, con la chitarra di Thompson ad aprire intuizioni che saranno presto sfruttate da Marc Ribot per i lavori di Lounge Lizards e Tom Waits.

Le riedizioni, opportunamente rimasterizzate, rispettano il minutaggio di trentasei minuti imposto già all’epoca da David Thomas cosicchè le “bonus” di circostanze sono state raggruppate in un disco supplementare intitolato Architectural Salvage, compresa la versione vocale di Arabia, i singoli dell’epoca e qualche missaggio alternativo a brani come Horses, Rounder, Young Miles in the Basement e All the Dogs Are Barking.

Potreste aver bisogno di un vocabolario così, se siete stanchi di chi vi riempie di belle parole.

     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FIRELP406 Pere Ubu - Elitism For The People BOX LID