TALKING HEADS – Cogito Ergo Funk

Fra i tanti dischi di debutto della scena punk e new-wave nata in seno al CBGB‘s, quello dei Talking Heads fu probabilmente il meno chiassoso e il più bizzarro. Quello che sceglieva di essere punk senza tuttavia esserlo neppure per un nanosecondo. Quello che, mentre i Ramones inseguivano i Beach Boys, i Television i Velvet e Patti Smith i Doors, si lasciava attraversare dal battito vitale della musica nera.

Funky e soul, soprattutto.

Messi ad asciugare sulle terrazze di Manhattan fino a renderli secchi come pale di stoccafisso.

Chi comprò il debutto dei Talking Heads attratto da un titolo lapidario che celebrava il furore del ’77 e credendo di poter strappare coi denti il detonatore che chiudeva la sacca di glicerina dentro cui era compressa la rabbia del punk, rimase probabilmente come un piromane cui si è bagnato il cerino.

Nessun anthem da guerriglia urbana lo illuminava. E mentre tutto quello che contava pareva provenire dalla strada, 77 sembrava invece scritto ed interpretato da quattro impiegati disperati usciti da un qualsiasi corridoio di uno dei tanti uffici dei quartieri finanziari della Grande Mela. Undici canzonette pervase da una demenza nervosa che tocca livelli infantili su Don’t Worry About the Government e vertici da psicopatologia assassina su Psycho Killer, arricchite da una strumentazione policroma che include guiro, sassofono e mandolino usate per dare sapore caraibico o mediterraneo agli accenti frenetici e funky della chitarra e alla voce stizzita di David Byrne, sorta di incrocio inverosimile tra Anthony Perkins ed Enzo Jannacci.

Un album che inietta resina nera dentro i lineamenti ariani della new-wave americana.

 

Di More Songs About Buildings and Food colpisce subito l’apertura sfacciata di Thank You For Sending Me an Angel: un fiume in piena che sembra travolgere tutto, una marcia funky che anni dopo i Talking Heads avrebbero replicato con Road to Nowhere quando erano già un’istituzione.

Ma nel ’78 la reputazione della band newyorkese è ancora tutta da costruire, nonostante l’impatto sulla scena locale sia già stato destabilizzante.

Brian Eno, inghiottito allora dalla pazzoide scena funky della metropoli americana, è il primo a credere nelle vere potenzialità della band, l’unica del giro che potrebbe ambire a delle reali velleità commerciali. Brian si mette al servizio del gruppo per la produzione di questo secondo album tirando fuori quello che sull’esordio restava latente.

Senza rinnegare la fantasiosa e ironica follia dell’esordio, More Songs About Buildings and Food infatti enfatizza la trascinante forza ritmica del gruppo.

Gli stacchi spastici della chitarra, gli allucinati spasmi vocali, il galoppante basso funky, le tastiere disco e le sincopi di batteria creano una singhiozzante e paradossale messinscena della babele musicale del dopo-punk, in cui le nevrosi ordinarie stanno per essere canalizzate tra le luci stroboscopiche delle sale da ballo per essere spurgate nel rituale collettivo della danza. Che nelle mani dei Talking Heads diventa epilessia corale e catartica, come nei quattro minuti e mezzo di I‘m Not In Love o sulla frenetica With Our Love, due dei capolavori della band.

L’isterismo si stempera solo alla fine, nella cover di Take Me to the River e nella conclusiva The Big Country, presagio dei Talking Heads adulti di Little Creatures e True Stories. Tutto il resto è una caricatura straordinariamente attuale delle nostre angosce quotidiane, talmente familiari da conoscerne il profilo, come per i palazzi che soffocano l’orizzonte dalle finestre di casa nostra. O da riconoscerne il sapore, come il cibo che ingombra i nostri tavoli di benestanti uomini occidentali.

Altre canzoni sui palazzi e sul cibo al tavolo quattro, per favore!!!! 

 

 

Quando nel 1980 uscì Sandinista! non mi turbai più di tanto.

Io il mio Sandinista! lo avevo già avuto l’anno prima.

Fear of Music, si intitolava. Non faceva esattamente paura.

Ma soggezione, alle mie orecchie da ragazzino ancora troppo occidentalizzato, ai miei timpani che erano stati educati a giudicare un disco di musica rock dalla quantità di rumore elettrico che conteneva, quella sì.

Un disco che si apriva con una cassa dritta e che si chiudeva con una sorta di dub rattrappito come la pelle di una mummia. Un disco anomalo.

La new wave del terzo mondo. In un disco dell’altro mondo.

Fear of Music arriva a suggello di un decennio inaugurato simbolicamente dall’apertura del Club 27 e concluso con l’inaugurazione dello Studio 54. E alla fine del ’79 o stavi con Tony Manero o stavi con Patti Smith.

Ma se decidevi di stare in mezzo, allora stavi con i Talking Heads.

E c’era da divertirsi ad esplorare il mondo racchiuso tra lo sgangherato tribalismo di I Zimbra e dei koala che lo abitavano e gli angosciosi deliri di Drugs (che gli Art of Noise cannibalizzeranno  per cagare Paranoimia, senza che nessuno se ne accorgesse, NdLYS) in cui ogni singolo strumento veniva vivisezionato per esporne solo piccolissimi frammenti, come quando ti esplode in mano un caleidoscopio.  

Prendete il cannocchiale e mettere il berretto che si parte per un safari tra le dune africane di Fear of Music.

 

                                                                                       

Qual‘è il suono di un attacco epilettico?

Non le urla di chi resta intontito a guardare.

Intendo il suo suono “dall’interno”. Il rumore di mille piccoli nervi che si muovono come vermi dentro una boccia di vetro fino a tendersi come corde di contrabasso.

È il suono di Remain in Light, il disco che consegna definitivamente i Talking Heads alla storia dopo gli spigoli funk di 77, le marce nervose e irrequiete di More Songs e i ritmi africani di Fear of Music.

Remain in Light è un angolo di giungla keniota al Central Park di New York.

Non è più solo il ritmo della foresta che si agita dentro la musica dei Talking Heads ma il suono delle sue piante, dei suoi animali, dello scorrere delle acque, del crepitare dei rettili che la abitano e del saltellare giocoso delle sue scimmie, il suono dei suoi cicli naturali. Dagli avatar di tucano che si muovono dentro le gabbie di Born Under Punches fino agli insetti equatoriali che si lasciano trasportare da Listening Wind passando per il barrito di elefante che risuona tra le liane di Houses in MotionRemain in Light è abitato da questo tribalismo che si sposa con le movenze spastiche del funky bianco delle Teste Pensanti e di Brian Eno, qui per l’ultima volta quinto membro della band. Se ne è innamorato talmente tanto da dedicar loro una delle sue più belle canzoni (King‘s Lead Hat) e da elaborare con David Byrne un concetto di musica etnica d’avanguardia che confluirà pure, come già detto, nella musica degli Heads. Nessuno meglio di loro riesce a far convivere la frenesia della città ultramoderna e dell’alienazione delle ordinarie ma disperate vite che la abitano (il testo di Once in a Lifetime è rivelatore in questo senso, tracciando un ennesimo spietato profilo da Psycho Killer protetto dal suo perbenismo di facciata: “puoi trovare te stesso dentro una casa bellissima, con una moglie bellissima. E potresti chiederti: ‘che diavolo ci faccio qui?’”) con le sincopi ritmiche della musica nera tirandone fuori un ritratto nervoso e schizzato mimato dalle movenze spastiche e meccaniche di un Byrne assurto a Pinocchio dell’era new-wave.

Geniale ritratto di una società che si appresta ad elevare lo stress e le malattie psicosomatiche a propria condanna a morte, i Talking Heads restano tra le cose più mostruosamente innovative e beffarde uscite dall’America del ’77.

Una smorfia, un ghigno che ci ricorda che siamo carne e sangue ma, soprattutto, fasce di nervi.

Dopo la trilogia More Songs/Fear of Music/Remain in Light i Talking Heads si svincolano da Brian Eno e licenziano il quinto album in studio della loro carriera.

Il titolo balbuziente ben si adatta alla dislessia nevrotica di David Byrne, deciso ad addomesticare da solo la furia funky della sua band. Sp eak in gi n to ngu es riesce nel tentativo di trasportare la musica dei suoi Talking Heads fuori dai circoli intellettuali e di conquistare le stesse platee sudate dei concerti dei Funkadelic.

E’ proprio a loro che pensa quando scrive Burning Down the House, facendo propria l’istigazione a buttare giù il locale con cui la folla accoglie l’ingresso sul palco di George Clinton e della sua ciurma funky. Ed è sempre ai Funkadelic e ai Parliament che pensa quando decide di aggiungere qualche suono di MiniMoog alle sue canzoni, proprio come quelli che si sentono su Mothership Connection o Funkentelechy Vs. the Placebo Syndrome, i dischi che lui, Chris, Tina e Jerry hanno consumato sul van che li ha portati in giro in America ed Europa nei tre anni precedenti. La navicella spaziale Parliament si è appena disintegrata, così David decide di fare posto a Bernie Warrell dentro la sua, mandando l’ambasciatore Jerry a chiedere udienza. Ricordate l’assolo demente di synth esattamente a metà di Burning Down the House e che torna come un fantasma al carbonio sul finale del pezzo? Ecco, quello è Bernie dietro il suo Prophet 5 collegato a un pedale T-Wah della Boss.

Dopo il P-Funk, ecco il T-Funk. Esattamente a metà strada tra la nevrosi della città più caotica del mondo occidentale ed il tribalismo delle culture primitive del continente nero. Killer seriali e cannibali a passo di funky sotto un cielo marziano.


E il T-Funk è quello che il gruppo mette in scena per il concerto-spettacolo Stop Making Sense, ispirato in egual misura dall’antico teatro Bunraku giapponese, dalle sobrie ma trascinanti coreografie gospel e dal teatro downtown newyorkese. Uno concerto rock atipico quanto piuttosto una perfetta rappresentazione del Talking Heads-pensiero. Nessuna luce colorata, nessun trucco. Solo delle banali luci fluorescenti ad incandescenza, come nel salotto di casa. E delle uniformi da wasp, come dentro gli uffici dell’America più conformista, in perfetta linea con il pensiero guida di Mr. Byrne: apparire normali è la cosa più sovversiva in assoluto. Ti permette di integrarti all’interno di un sistema che diversamente ti emarginerebbe senza averti dato nemmeno l’opportunità di parlare. Puoi far esplodere la bomba all’interno del palazzo, piuttosto che lanciare una granata da fuori. Stop Making Sense mette in scena, la rappresentazione organica, tattile, visiva dello sviluppo musicale della band, dalle scheletriche forme iniziali fino al polposo groove afro degli ultimi anni. Il progressivo ingresso in scena dei musicisti che, dall’iniziale inquadratura su una radio e sul solitario piede di Byrne finisce per sommergere il palco di suoni, strumenti, voci e l’altrettanto graduale aumento di dimensioni dell’uniforme di Byrne ne sono una raffigurazione semplice come un graffito preistorico ma efficace.

Filmato da Jonathan Demme e finito nelle sale cinematografiche il 24 Aprile del 1984, Stop Making Sense rappresentava insieme un po’ il riassunto e un po’ l’epilogo della stagione più creativa della band newyorkese, al termine della quale i Talking Heads si impongono, quasi, di abbassare i toni.    

Del resto, quando sei stato per anni davanti a tutti, puoi anche concederti il lusso di fermarti.

Tanto non ti prenderanno lo stesso.

E, anche qualora fosse, non è il caso di mettersi a piangere.

I Talking Heads, in marcia dal 1977 e in volata da almeno sei anni, si fermano nel 1985: si sono rotti i coglioni di essere considerati una band d’avanguardia.

Succede. Capita di voler mettersi a cantare senza voler dimostrare altro che la propria voglia di divertirsi. Senza doversi sedere davanti a un giornalista che ti chiede del tuo cazzo di incontro con Brian Eno, di come ti sei innamorato dell’Africa, di come ti senti a fare il cazzone intellettuale mentre il mondo vira lentamente dentro lo sfascio. Capita che ti accorgi che per raccontare di un mondo surreale non devi inventarti nulla, basta aprire un qualsiasi giornale e imbottirti di piccole storie quotidiane. Puoi cantare di loro, e puoi farlo in maniera del tutto normale.

Little Creatures celebra l’allontanamento dalle vecchie stradine dei Talking Heads, la band esce dai vicoli e cammina nella luce del mattino lungo la strada principale di una qualsiasi metropoli americana, inghiottita da un marea di gente affannata e perduta.

Un cambio di traiettoria dalle sghembe nevrosi funky al pop ordinario.

Già, ordinario.

Anche banale.

Talvolte idiota, pure.

Se hai scritto delle buone canzoni non te lo perdoneranno subito.

Se hai scritto delle cose come I ZimbraSwampOnce in a LifetimePsycho KillerHouses in MotionBurning Down the HouseThis Must Be the PlaceMindArtists Only non te lo perdoneranno MAI.

E infatti Little Creatures lascerà sconcertati i vecchi fan del gruppo e riuscirà a riscattarsi parzialmente solo quando la band dimostrerà di essere capace di andare ancora più a fondo nella mediocrità incolore di album come True Stories e Naked.

Però onestamente a me è sempre piaciuto fare la marcetta alla Forrest Gump su Road to Nowhere e la marchetta con la protagonista di The Lady Don‘t Mind.

Mi piace farmi la doccia mentre And She Was risuona dalla mia stanza dei dischi e immaginare un disco club che si accenda ancora al reggae idiota Walk It Down piuttosto che con le merdate atroci dei Black Eyed Peas.

Mussolini ha scritto anche poesie.

E i Talking Heads hanno scritto anche canzonette.

 

True Stories trascina un po’ per i capelli il suono pop di Little Creatures.

Vista la natura “rurale” dell’omonimo film di David Byrne da cui trae spunto, potremmo riadattarlo all’adagio “menare il can per l’aia”.

Ormai abbandonate del tutto le suggestioni africane dei primi anni Ottanta, la band newyorkese si ritrova a confrontarsi ancora una volta con la musica tradizionale americana (cajun, gospel, country, tex-mex, R ‘n B, southern-rock ma anche accenni caraibici e sudamericani) che sfiora tangenzialmente un impianto musicale che rimane essenzialmente pop, ovvero privo di intellettualismi o delle indagini più o meno profonde sulla world music che Byrne ufficializzerà di lì a poco con il progetto Luaka Bop.

È musica baldanzosa e disinvolta, quella di True Stories, che ostenta una fierezza da issare su un’asta conficcata proprio a due metri da quella che con altrettanto orgoglio fa sventolare le stelle e le strisce dell’old glory americana.

Nessun vento di guerra la muove, solo un grande desiderio di amore (We don’t want freedom / We don’t want justice / We just want someone to love dichiara Byrne su People Like Us, quasi in chiusura dell’opera).

Musica cordiale dunque.

Priva di pretese. Voi, siate privi di aspettative.

                    

Col senno di poi, Naked rivelava al mondo, in maniera inaspettata vista la placida deriva pop dei due dischi che lo avevano preceduto, l’infatuazione per i ritmi tropicalisti che avrebbero segnato l’avvio della sua carriera solista, ormai prossima all’avvio. Lo “scimmiottamento caraibico” è in qualche modo l’ultima dimora creativa per la band americana e fa di Naked un colpo di coda inaspettato, la prova di una fertilità artistica che non si è ancora prosciugata e che ha trovato nuovo vigore e un rifugio ispirativo che David Byrne sentirà presto l’esigenza di approfondire, scavando ancora più a fondo in quello che Naked affronta solo superficialmente ma regalando dei piccoli capolavori come Mr. Jones, sorta di mambo costruito sulle scale a chiocciola dei King Crimson di DisciplineBig Daddy che sembra una saudade caduta dal Black and Blue degli Stones e una rumba hawaiana come Totally Nude che sembra un carosello del Graceland di Paul Simon. A bilanciare il tono del disco due cose come Cool Water (velata di un’ombra malinconica di certe cose dei Violent Femmes) e The Facts of Life, quasi completamente schiacciata dalle macchine.

Cantato da Byrne in maniera totalmente improvvisata e solo successivamente perfezionato con l’adattamento di veri e propri testi che celebrano la giungla come ultimo, definitivo approdo per emanciparsi dalla schiavitù della società occidentale e che si fanno portavoce forse in maniera poco credibile del riscatto razziale delle società semite, Naked mette in mostra un suono carnoso, in esatta antitesi con i bozzetti funk appena schizzati degli esordi di tantissimi anni fa, di cui nel frattempo molti si sono voluti scordare, affascinati dalle lusinghe del carnevale più bello del mondo.

Dopo la sfilata, David Byrne scende dal carro allegorico, lasciando gli altri a spingere fin dentro il garage dello sfasciacarrozze il telaio di una musica senza più nient’altro da dire.

Nessun’altra canzone sui palazzi.

Nessun’altra canzone sul cibo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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8 thoughts on “TALKING HEADS – Cogito Ergo Funk

  1. Mitici ps so che non c’entra un cazzo con l’articolo .Ho letto i tuoi articoli dei mitici Rocket from the tombs riguardante l’album black record che non sapevo l’esistenza di questo cosa dire (parere personale forse il piu bello ) grande ti seguo come un segugio ps grazie della dritta su lobomotized trovato vinile colored

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