VIOLENT FEMMES – We Can Do Anything (Play it again, Sam)

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Da Freak Magnet in avanti le reunion dei Violent Femmes sono state estemporanee ma costanti.

Alcune su palco, altre negli studi di qualche avvocato, altre volte in studio (pubblicando una cover di Crazy con cui saldano in qualche modo il loro debito con gli Gnarls Barkley che nel 2006 riescono a fare di Gone Daddy Gone un bel tormentone radiofonico). Ma nel 2015 la situazione sembra subire una imprevista accelerazione. I profili ufficiali della band sulle piattaforme social si animano, fra post nostalgici e altri che sembrano un preludio a un ritorno prepotente in scena appesantito da qualche chilo di troppo.

Happy New Year, l’EP pubblicato in occasione del Record Store di quell’anno e We Can Do Anything, l’atteso album del 2016, mostrano un sole basso ma non ancora tramontato.

È un ritorno alla combinazione acustica dei primi anni. Ma in maniera molto, troppo garbata.

Allungando la lista degli incendiari che hanno vinto il concorso dei Vigili del Fuoco.

Finendo per suonare attorno ad un falò orfano di vampe vigorose. 

A battere le pelli dietro dei riconciliati (solo apparentemente) Gano e Ritchie c’è Brian Viglione, anche lui italiano d’origine come Victor DeLorenzo, per dieci canzoni per lo più trascurabili, tirate su con “un piccolo aiuto dagli amici” (Kevin Griffin, Sam Hollander, Cynthia Gayneau), cantate da Gordon Gano con voce più nasale del solito (tranne che per due episodi), accomodate su un senile folk da sofà che solo rarissimamente riesce a suscitare qualche entusiasmo (Travelling Solves Everything e Holy Ghost) e a tirarsi fuori da una mediocrità adatta a questi anni di coscienze assopite.

A dimostrazione che i Violent Femmes posso riuscire davvero in tutto. Anche a farci addormentare.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CHORDS – The Mod Singles Collection (Captain Mod)    

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Nessuno forse se lo aspettava, dopo gli eccessi estetici del punk, ma alla fine degli anni Settanta parka, lambrette, camice Ben Sherman e T-shirts a cerchi concentrici cominciarono a colorare le strade di Londra. È la risurrezione dell’etica mod, la riscoperta di una way-of-life tanto compita ed elegante nel look quanto esagerata sotto il profilo comportamentale. Lo stile prima di ogni cosa. E dietro, feste, anfetamine, raduni, un grosso senso di appartenenza, una devozione ai “padri” Who, Creation, Small Faces, Kinks, Action. In breve decine di bands scelsero di dedicarsi a quel suono “acceso” influenzato dello strumming di Pete Towsnhend e colorato con le tinte black del Motown-sound. Tra i migliori, in assoluto, proprio i Chords. Non un centimetro dietro i Jam, solo con diverse libbre di sfiga in più. Questa è una delle migliori sequenze di singoli su cui vi possa capitare di sbattere il muso, cercate di non perderla.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MATCHING MOLE – Matching Mole / Little Red Record (Esoteric)

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La rottura con i Soft Machine dà il via a un periodo creativamente esaltante per Robert Wyatt che lo porta a suonare in svariati album di amici, a realizzare il suo primo disco solista e ad organizzare una nuova band messa su tra la puzza di fritto del suo garage di St. Luke‘s Mews.

La musica dell’artista di Bristol vola verso il cielo.

Da altezze molto meno celestiali il suo corpo volerà giù solo un paio di anni dopo.

Il nuovo gruppo è un’ altra “macchina molle” che viaggia in fiumi di free-jazz e prog-rock canterburyano. Cerebrale e “macchinosa”, la musica del quartetto (oltre a Wyatt ci sono Phil Miller, Bill McCormick e David Sinclair, sostituito da Dave McRae per il secondo album) si muove come un flusso ininterrotto di improvvisazioni di tastiere (il mellotron di Wyatt sul primo, il sintetizzatore di Brian Eno e il Fender Rhodes e l’Hammond di McRae sull’altro) a volte immalinconite dal canto insolito di Wyatt, più spesso libere di scandagliare gli spazi siderali come un satellite delle astronavi Gong e Caravan. Queste due edizioni “definitive” arricchiscono la resa sonora degli ormai logori nastri originali e aggiungono un secondo disco zeppo di sessions e inedite jam in studio offrendovi la doppia opportunità di farvi due coglioni grandi quanto il dirigibile sulla copertina del primo Led Zep o di accrescere la vostra consapevolezza di essere parte di un grande disegno divino.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimaurorockprog16 

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