BAD BRAINS – Bad Brains (ROIR)  

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L’unico vero precedente storico erano stati i Death di Detroit.

Per il resto, nonostante personaggi come Jimi Hendrix, Sly Stone o George Clinton che avevano addirittura imposto al rock un’accelerazione creativa assolutamente straordinaria pur rivendicando in ogni caso delle forti connotazioni “black” (il blues per Jimi, il soul per Sly, il funk per George), nessun’altro gruppo di colore si era impossessato con prepotenza del lessico di musiche tipicamente bianche.

Il debutto dei Bad Brains, pur destinando buona parte del proprio minutaggio ai ritmi in levare del reggae (in rispetto della fede rastafariana dei loro componenti), era dunque un esordio destinato se non a fare scuola, perlomeno a tracciare un solco, non solo nell’ambito hardcore in cui va curiosamente a ficcarsi.

Curioso perché la fulminazione con il punk e il metal fu per la band di Washington talmente folgorante da indurla nel giro di pochi mesi ad abbandonare drasticamente la musica fusion in favore di uno dei capitoli più violenti di tutta la stagione hardcore americana.

Curioso perché pubblicato, come vuole la tradizione della ROIR, solo in cassetta.

Curioso perché, nei quindici brani che vengono raccolti, l’hardcore e il reggae convivono fianco a fianco senza integrarsi. Che potrebbe sembrare una cosa banale ma che invece è un chiaro messaggio politico.

E così ecco da un lato proiettili come Sailin’ On, Attitude, Pay to Cum, Don’t Need It, Supertouch/Shitfit, Banned in D.C., I subito deviati da pezzi come Jah Calling, Leaving Babylon, I Luv I Jah.

Tutto suonato con una perizia e una precisione di tiro che il passato di musicisti jazz ha lasciato loro in dono.

Voi lì, seduti nel vostro divano cammellato, è meglio vi scansiate.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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R.E.M. – Collapse Into Now (Warner Bros.)

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È capitato anche a me, e diverse volte, di dover registrare una raccolta dei R.E.M. e di non riuscire a metterci dentro tutto quello che avrei voluto, di rischiare di lasciare fuori almeno una delle tante facce che il gruppo georgiano ci ha mostrato lungo i suoi trent’anni di carriera.

Ora, ci provano loro stessi.

E devo dire che Collapse Into Now riesce a sintetizzare efficacemente la vicenda artistica dei R.E.M. mettendoci dentro praticamente tutto, tranne la voglia di rischiare.

Collapse Into Now è un disco nato già vecchio.

È un vecchio signore che si aggira per la sua casa, circondato dai suoi soprammobili e dai suoi canestri di frutta secca.

Alla sua porta i vicini hanno smesso di bussare e quelle mura da cui pendono inclinati vecchi ritratti ingialliti dal tempo non vivono più degli strilli impenitenti di nipotini che crescendo hanno scordato di essere stati felici.

Ogni canzone che risuona qui dentro ha un sapore che abbiamo già masticato e che talvolta abbiamo anche sputato (Uberlin e It Happened Today suonano così domestiche e addomesticate che non ti fermi più nemmeno a salutarle, NdLYS) e l’unica vera novità stavolta è stata quella di affidare ai loro stessi ascoltatori lo sforzo di voler imprimere un taglio nuovo dando loro l’opportunità di poter modificare a loro piacimento alcune delle tracce in modo e diffonderle sul web.

Collapse Into Now è un album che rassicura i milioni di fan lobotomizzati che “collassano” davanti al nuovo e che invece ci metteranno come al solito non più di mezza giornata per ingoiare e mandare a memoria le nuove dodici canzoni e trovarsi da subito pronti per la nuova tourneè trionfale.

Ma è anche un disco che preoccupa perché evita qualsiasi rischio.

È come il Michael Jackson che camminava con la mascherina in faccia, terrorizzato da ogni malattia, atterrito da ogni bacillo.

Un patetico tentativo di dimostrare di essere ancora vivi cercando di nascondere le assi di legno che sorreggono le sagome della più grande rock band americana. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

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