DANIELE SILVESTRI – Acrobati (Sony Music)

La prima acrobazia che salta alle orecchie è quella sui versi.

Un po’ come Scialoja su quelli del senso perso, ritrovandone invece il senso in una visione apparentemente leggera ed enigmatica e invece perfettamente consapevole delle derive totalitarie del sistema politico che ci sta divorando.

Quali alibi, il singolo che potrebbe benissimo finire nei testi di lettura delle scuole dell’obbligo per far sciogliere le lingue sin troppo assopite dei nostri ragazzini. Quelli che sono bravi con gli emoticon, gli acronimi e le foto su Retrica e faticano a raccontare la filastrocca dei trentatre trentini, anche qualora diventassero ventidue. E che pure noi faremmo bene a provare a sillabare, facendo schioccare la lingua dove il dente duole ma divertendoci, proprio come fa Silvestri.

Un tormentone che porta a compimento gli esercizi logopedici portati in tour sotto lo striscione di Stizzisciti e che hanno dato per frutto questo riuscitissimo balocco pop. Una di quelle robe cui non puoi sfuggire, se hai un minimo di vita sociale, ma da cui puoi sempre scegliere di scappare. Giochi di sillabe e accenti ripetuti più avanti, in solfa differente, su Pochi giorni e Bio-Boogie.

L’altro gioco di equilibrio è sulle memorie personali del suo stesso autore, soffiando la polvere dei ricordi sulle vecchie foto di famiglia, sulle rovine delle stanze che hanno visto crescere sogni e “pronostici” destinati in parte a fallire, sui propri spartiti (ricoprendo di “sale” Salirò, ad esempio). È l’equilibrio sbilanciato verso la malinconia e il rimpianto tipico della mezz’età, l’età che ci stanno obbligando a dimenticare con la promessa solenne e fallace di una giovinezza eterna, allungata a dismisura dai tentacoli e dai tranelli della rete, resi immortali da foto in cui non invecchiamo mai.

E ovviamente c’è un grande gioco di acrobazia fra i generi, come è sempre stato per Daniele Silvestri, figlio di quell’ultima stagione del “cantautorato di regime” che avrebbe poi ceduto il passo alla generazione dei cantautori indie-pendenti. L’artista capitolino sembra voler abbracciare tutto senza restare davvero imprigionato in nulla, finendo per adottare soluzioni sonore sovente così distanti tra loro (alcune squisitamente retrò, come il jazz da Cotton Club di La verità o i languidi tappeti beatlesiani di Un altro bicchiere, altre volutamente esposte a ritmi più moderni ed accesi, come nella bolgia di rime e fiati di La guerra del sale) da rischiare di distrarre l’ascoltatore, soprattutto quando ci si parano dinanzi ben diciotto canzoni.

Un disco pieno zeppo di musiche e parole, Acrobati.

Di suggestioni.

Di fastidio, pure.

Che a volte, tutto quel che si chiede è di poter morire in silenzio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

daniele-silvestri-acrobati

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