MOTORPSYCHO – Black Hole/Black Canvas (Stickman)  

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La (apparente) pausa discografica tra It’s a Love Cult e Black Hole/Black Canvas porta a risultati prodigiosi. Nel frattempo Håkon Gebhardt ha modo di annoiarsi e lasciare il posto vacante, un “buco nero”. Black Hole/Black Canvas è pertanto l’unico lavoro del terzetto norvegese a non essere registrato in trio.

Ma, nonostante le premesse infauste, è un disco che riporta i Motorpsycho ai fasti del decennio precedente e scioglie gli zuccheri dei dischi che lo hanno preceduto in un (nuovamente) vigoroso impasto di acidi psichedelici e hard-rock proteinico.

Tecnicamente si tratta di un ottimo compromesso tra il furioso grunge dei dischi degli anni Novanta e la visione pop degli ultimi lavori, con l’obiettivo focalizzato sugli elementi chiave della forma-canzone (riff, ritornello, melodia, assolo) piuttosto che sulle sovrastrutture di sostegno e sul climax d’insieme riuscendo quindi a trovare un abilissimo equilibrio fra i due tipi di approccio.

Un doppio album che regala all’antologia della band alcuni tra i passi più memorabili del già fittissimo canzoniere: gli intrecci Sonic Youth di No Evil e Kill Devil Hills, le cavalcate hard raggrinzite come un lenzuolo grunge di Hyena e The Ace, gli spasmi di In Our Tree e L.T.E.C., il brutale passo Blue Cheer di Coalmine Pony, la ballata alla Dinosaur Jr. di With Trixeene Trough the Mirror, I Dream with Open Eyes, la fuga chitarristica di Before the Flood. Concepito senza troppa autoindulgenza, pensando più ad illustri precedenti altrui come Daydream Nation e Zen Arcade che ai propri, Black Hole/Black Canvas diventa la nuova vetta da cui i Motorpsycho guardano il mondo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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LOU REED – Coney Island Baby (RCA)  

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Dopo averla torturata, Lou Reed torna a corteggiare la musica con un album che, nonostante il bianco abbagliante della copertina, sembra prediligere la complicità discreta della penombra.

Uscito lindo e profumato dai liquami di Metal Machine Music, Reed si lascia trasportare da una zattera in un rigenerante bagno lungo la foce dell’Hudson, ad osservare l’isola dei conigli e portare a spasso le sue canzoni, camuffandole come dei trans per avvicinare clienti nuovi. Ecco dunque che Walk on the Wild Side e Sweet Jane diventano una Charley’s Girl percossa come una campana da bestiame, le scudisciate di Lady’s Godiva Operation si trasformano nei calci assassini di Kicks e She’s My Best Friend dei Velvet diventa candidamente She’s My Best Friend di Lou Reed.    

Sistemato in un albergo dalla RCA, senza il becco di un quattrino, devastato nel fisico e nelle finanze, Lou Reed cede alla vulnerabilità dell’amore.

Coney Island Baby è un disco dove i cori sospirano e le pelli vengono accarezzate dalle spazzole. Dove tutto è amaro e dolce come sembra, in una New York dove i grattacieli toccano il cielo e le loro ombre segnano il tempo sui marciapiedi come lancette enormi di un orologio destinato a schiacciarci.   

Mai ascoltare Coney Island Baby con più di due orecchie.

Ma se dovesse capitare, assicuratevi che le altre due siano in perfetta simbiosi empatica con le vostre.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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