CASINO ROYALE – Reale (V2)  

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Le due X in copertina ci ricordano che sono passati venti anni di Casino Royale. Approssimati leggermente per eccesso ma descritti con precisione algebrica nell’intro di Royale Sound: 7000 giorni. Ovvero, con una semplice divisione: diciannove anni virgola diciotto.

Diciannove anni e tre mesi scarsi durante i quali i Casino Royale si sono trasformati più e più volte rimanendo fedeli a nient’altro se non a loro stessi.

Dopo i dischi alchemici degli anni Novanta e l’abbuffata drum ‘n bass del progetto RYLZ, Reale torna alla musica interamente suonata e delega ad Howie B il compito di rielaborare tutto in chiave elettronica per lo speculare Not in the Face, pubblicato sull’etichetta personale della formazione milanese un paio di anni dopo.

Reale è il disco della riscossa di Alioscia, rimasto unico capitano dopo l’ammutinamento di parte dell’equipaggio. Una orgogliosa, incrollabile fede nella scommessa Casino Royale ostentata nella Royale Sound citata in apertura e dentro la quale BB-Dai non si esime dal togliersi qualche sassolino dalla scarpa, con classe da poeta urbano e schiettezza da teppista hardcore. Un lavoro che non ha forse la statura “popolare” di Sempre più vicini e CRX, dischi davvero in grado di parlare A TUTTI, animato da una consapevolezza nuova, più adulta, orgogliosa di usare un lessico (musicale e verbale) che può essere compreso da pochi pur avendo una capacità di confrontarsi con le migliori produzioni di settore europee, sfaccettato e labirintico, in grado di reggere ed affrontare le turbolenze che sono vuoti d’ossigeno di chi ancora riesce a volare, nonostante tutto.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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HENRY MANCINI – The Music from Peter Gunn (complete edition) (American Jazz Classics)

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Gli emigranti italiani di prima generazione costruirono l’America.
I loro figli ne montarono l’immagine e ne crearono il suono, facendone la cartolina che di qua dall’Oceano tutti si aspettavano di ricevere.
Enrico Nicola Mancini non fu da meno. Senza di lui non potremmo fischiettare il tema della Pantera Rosa o simulare un’immersione nelle acque argentate del Moon River. E forse senza di lui il matrimonio tra jazz e cinema sarebbe rimasta una sghangherata storiella da due soldi. Chi lo sà.
Invece nel ’58 Blake Edwards gli affida le musiche per un suo nuovo personaggio su cui sta lavorando: si tratta di un investigatore privato di gran classe, che frequenta un club jazz chiamato Mother’s e che risponde al nome di Peter Gunn.
Gli serve un autore sofisticato, elegante e versatile, in grado di rendere in musica ciò che Edwards ha in mente di proiettare sullo schermo. Henry è perfetto: conosce Cole Porter come gli Ebrei la Bibbia ma ha suonato in centinaia di matrimoni per immigrati e fatto tesoro del loro repertorio: ha una musica pronta per ogni situazione. Mancini costruisce delle musiche “su misura”. Come un sarto. O un designer.
Peter Gunn diventa quello che lui suona e ascoltando di filato questo splendido doppio CD pare materializzarsi la sua ombra alle nostre spalle. È la magia di una musica che buca lo schermo prima in un senso, poi in quello opposto. La magia delle nostre memorie.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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