DIAFRAMMA – Boxe (autoproduzione)  

Lo dovemmo chiedere con un vaglia postale, il terzo album dei Diaframma.

Ce lo spediva a casa lo stesso Federico Fiumani, assieme ad alcune sue poesie.

Le cose non erano andate come dovevano andare, con la I.R.A. Records, nonostante le eccellenti premesse.

Boxe segnava dunque una disfatta, in parte iconizzata con lo scatto della bellissima copertina, usato ancora oggi dalla band per i suoi concerti, anche se di quella band non resta ormai quasi più nulla. Boxe era infatti l’ultimo disco con Miro Sassolini alla voce ed era anche, in questa sua severa e orgogliosa scelta di autoproduzione, l’ultimo atto di indipendenza della nuova musica indipendente italiana, se mi perdonate il necessario gioco di parole. Da qui in avanti le formazioni storiche finiranno tutte su grosse etichette (i Litfiba su CGD, i CCCP su Virgin, i Denovo su Polygram, gli stessi Diaframma su Dischi Ricordi), intenzionate a speculare sul fenomeno divenuto intanto fenomeno di massa.  

Un disco scosceso, sulla cui poesia struggente l’apparato Diaframma scivola in quello che sarà il lungo percorso artistico in solitario di Fiumani. Boxe porta a compimento pieno e coerente le intuizioni del disco precedente. Un anfratto di poesia neoesistenziale e Gozzaniana, la balaustra da cui gli ex-ragazzi del punk fiorentino tornano ad innamorarsi di cose dal sapore antico, riaccendendo una memoria che non è neppure la loro ma che è stata in qualche modo loro donata come anamnesi genetica. Concetti e sentimenti semplici ma vividissimi che diventano più dirompenti quanto più sono nudi, come succede nella perla che chiude il disco e che, simbolicamente, segna il passaggio dall’era Sassolini a quella Fiumani nella timeline dei Diaframma: Caldo, con quelle sparute note di pianoforte e quella confessione di un amore costretto a nascondersi come un assassino pur di sopravvivere a se stesso e a sopportare l’umiliazione della rinuncia e dell’oblio dei ricordi, obbligato a soccombere nell’asfissiante canicola di un Agosto rovente e menzognero entra nella storia della musica popolare.

La nuova musica italiana ha adesso una ferita al petto da cui può cominciare a sanguinare.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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