AA. VV. – Shazam! (Ace)  

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Non è la prima volta che la Ace mesce dal canzoniere di Lee Hazlewood.

Non sarà l’ultima.

Quello che l’autore e produttore dell’Oklahoma ci ha lasciato è un catalogo di tutto rispetto. Roba che è entrata nella vita di tutti, porta su vassoi di cucine prelibate e sui banconi di sporchissimi bar malfamati: Vanilla Fudge, Primal Scream, Duane Eddy, Mark Lanegan, Lambchop, Einstürzende Neubauten, Jesus and Mary Chain, Cheater Slicks, Movie Star Junkies, Dark Carnival, Link Wray, Zebra Stripes, Tracey Thorn, OP8, Playground e centinaia di altri.

Tocca stavolta a un esiguo campione delle sue tante produzioni e stesure di musica strumentale realizzate prima che, nel 1964 e travolto dal ciclone Beatles, decidesse di mettersi in temporaneo stand-by a finire dentro questa nuova collezione di ventiquattro hit mute, comprese due versioni strumentali delle storiche Some Velvet Morning e These Boots Are Made for Walkin’ ad opera dell’Afro-Beat Quintet e del texano Billy Strange (ovvero uno dei sei chitarristi che partecipò alla classica versione incisa da Nancy Sinatra).

Sono dunque gli anni in cui la surf music è al suo apogeo e i cui canoni Hazlewood contribuisce non poco a definire, con un uso massiccio della camera d’eco (autofinanziata per l’installazione presso gli studi della Ramsey Recording) e delle piccole diavolerie per strumenti a corda che ne caratterizzarono lo stile e scrivendo piccoli capolavori come Shazam!, The Stinger, Rebel-‘Rouser, El Aguila, Baja, Guitar Man, Muchacho, Bo-Dacious, Stalkin’. Sono gli anni raccontati qui dentro, attraverso questi reperti archeologici protetti dagli sciacalli da un Hazlewood in assetto da gangster. 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LOU REED – Metal Machine Music (RCA)  

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Chissà quanti lo hanno ascoltato per intero.

Forse nessuno, visto che anche Reed ha dichiarato di non averlo mai fatto.

Si sa per certo che dei pochi che si sono avventurati fra i suoi solchi, quasi tutti sono tornati indietro nel negozio di dischi dove era stato comprato, lamentandosi del fatto di aver avuto una copia difettosa, finendo per fare di Metal Machine Music se non un disco di successo, un disco da record.

Metal Machine Music è uno dei tanti dischi con cui Lou Reed decide di farsi odiare.

Lo aveva già fatto in passato e tornerà a farlo in futuro. Ma qui, dentro questi interminabili minuti di rumore assoluto (Metal Machine Music, pur se diviso in quattro psicodrammi praticamente uguali per durata e contenuto, non ha una vera conclusione, visto che il solco finale intrappola la puntina in una spirale senza fine), lo fa con una cattiveria senza eguali.

Lo fa con un disco doppio, perché duplice sia l’inganno.

Lo fa su un’etichetta come la RCA, perché sia un inganno pleateale.

Lo fa mettendo sul retro una posa da rocker, perché sia un inganno consapevole.

È un Lou Reed infinitamente solo, quello che sta sotto la coltre di suono di Metal Machine Music, che diventa davvero il suo primo, unico, disco solista.

Lou Reed lontano dai Velvet, lontano da New York, lontano da ogni altra cosa che non siano i suoi amplificatori, usati per far da specchio alla sua anima da grizzly metropolitano.  

Metal Machine Music, nella sua radicale ed estrema apologia del rumore bianco fa tabula rasa del concetto di canzone, liberando la Bestia che si annidava nel corpo delle prime canzoni dei Velvet Underground, affrancando il rumore dal ricatto di poter essere domato da un qualsiasi costrutto armonico.  

È il riscatto definitivo del feedback ed è anche la sublimazione pop del proprio lato più perverso e masochista. Chiunque, superato lo scoglio del primo ascolto, avverte la necessità di rifugiarsi nuovamente dentro queste spire ha ovviamente una chiara tendenza all’autodistruzione, un’accesissima necessità di straniamento, un bisogno disperato di trovare un’altra dimensione passando attraverso il naufragio in un oceano di perversione cacofonica.

Un bagno elettrico di risoluta, nazista, feroce violenza psicologica, più che sonora.

Quando adesso qualcuno gli chiede cosa ricordi dei trattamenti di elettroshock con cui i suoi genitori volevano ammansire la sua irrequietezza ed arginare i suoi comportamenti ambigui, Lou riesce a fargli sentire sulla pelle quel ronzio che sentiva percorrere i suoi nervi, in quattro sedute da sedici minuti e un secondo ciascuna. Poi, per un tempo infinito.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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