WOLFMOTHER – Victorious (Universal)  

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I Wolfmother avevano iniziato con grandi fuochi d’artificio.

Poi, la festa è finita. E attorno è rimasto solo tanto fumo.

Andrew Stockdale ne raccoglie un po’ dentro un barattolo e lo infila dentro questo nuovo Victorious che accontenta da un lato i vecchi fan con qualche classico riff da Guitar Hero, come i due che aprono il disco e dall’altro cerca di far voltare la testa a qualche altro nuovo ascoltatore distratto, con una banalità pop degna degli Imagine Dragons come Pretty Peggy, una City Lights che sembra voler incrociare i Cult con gli Strokes, qualche intermezzo alla Muse, una roba da hair band come Best of a Bad Situation o una hot-rod song copiata sui riff dei Fu Manchu come Gypsy Caravan.  Un disco che spegne, oltre ai fuochi d’artificio, le aspettative che il loro album omonimo aveva alimentato ormai troppi anni fa.

E del fumo che non fa neppure bruciare gli occhi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE JIMI HENDRIX EXPERIENCE – Axis: Bold as Love (Track)  

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Il 23 Dicembre del 1967, sulla copertina del settimanale Record Mirror un Hendrix agghindato da Santa Claus porge i suoi auguri di Buon Natale al pubblico inglese.

Da pochissime settimane è sulle vetrine dei negozi il suo secondo disco che il contratto con la Track lo obbliga a consegnare entro la fine dell’anno, imponendo una scadenza fiscale al genio del chitarrista di Seattle.

Dopo l’incandescente spettacolo al Festival di Monterey Hendrix è del resto una santabarbara di fuochi psichedelici che è necessario far brillare il più possibile, disseminando le classifiche delle sue polveri.

Pur ripristinando i ponti con il rhythm ‘n blues e il doo-wop più di quanto non facesse Are You Experienced e mostrando quindi un animo conservatore, seppur deformato dalla forza orgiastica e visionaria del trio in grado di approcciarsi alle forme basiche della musica nera con uno stile tormentato assolutamente fresco e moderno che evoca, su almeno un paio d’episodi (Wait Until Tomorrow, She’s So Fine), lo stile beat impregnato di vernice black del team mod di Shel Talmy (Who, Kinks, Small Faces, Eyes, Creation).

Ricco di suoni liquidi e stellari insieme, carico di nastri registrati a rovescio e di altre bizzarrie, Axis: Bold as Love è il vero, seppur frettoloso, manifesto psichedelico della Experience.

È su questo disco che Hendrix sperimenta per la prima volta il wah-wah a pedale ad esempio (sul disco precedente quello che fa capolino è un rozzissimo e artigianale crybaby manuale, NdLYS), così come Redding fa sfoggio di un basso ad otto corde o Eddie Kramer decide di filtrare col phasing la voce di Jimi rendendola acquatica.  

Nulla viene rivelato da Jimi ai suoi comprimari prima di mettere piedi nello studio. Mitchell e Redding si trovano dunque ad arginare o assecondare ogni suono partorito dalla mente di Hendrix sul momento, travolti da una giungla di rumori che sono una eco cosmica dell’urlo terrestre del blues e indotti ad adattare il loro mood secondo le indicazioni astratte della “”tavolozza” visionaria del leader (“un’esplosione viola”, “un abisso blu”, “una distesa rossa”, “un ondeggiante campo di fiori giallo ocra ed arancio”).   

Su esplicito desiderio di Chas Chandler il disco “economizza” sulle fantasie surreali di Hendrix riducendo drasticamente il minutaggio delle canzoni per favorirne i passaggi radiofonici. Si assiste così a clamorose troncature che smorzano quella sorta di misticismo che pare avvolgere il disco, come quella impietosa sfumatura su Little Wing che è da annoverare fra i peggiori crimini contro l’umanità mai operati in ambito pop o quella non meno efferata di Spanish Castle Magic

Ciò nonostante la chitarra di Hendrix prosegue senza sosta nel suo viaggio visionario ed ascetico trasformandosi ora nel suono di un’astronave, ora in quello di un sottomarino, ora di un elicottero, ora in quello dell’intero Grande Carro che scivola lungo le traverse di un rock-blues dalle cui rotarie sono stati rimossi tutti i sistemi di ancoraggio.  

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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CLEAR LIGHT – Clear Light (Big Beat)  

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Chissà come sarebbe andata la loro storia se non avessero deciso di insubordinarsi alle ferree regole imposte da Paul A. Rothchild, il produttore divenuto famoso per essere l’uomo dietro la macchina discografica dei Doors e di Janis Joplin piuttosto che di altre magie californiane del periodo. Chissà se sarebbero usciti dallo status di cult band cui sono stati relegati nelle enciclopedie rock o da quella di one shot band cui sono finiti dentro l’omonimo bel libro di Paolo Gresta pubblicato proprio a ridosso di questa attenta ristampa da parte della Big Beat.  

Sarebbero diventati un’ordinata folk band? Una rivoltosa gang di profeti hard-rock? Una blanda formazione di ordinario rock blues? Chi può dirlo.

Tutto ciò che di loro ci resta musicalmente, oltre al primato di essere stata la prima band ad esibirsi con due batteristi in scena, al fatto di avere in formazione Douglas Lubahn (ovvero il “quinto Doors”) e Ralph Schuckett (poi negli Utopia di Todd Rundgren) e di aver suonato come band fantasma su Head dei Monkees, è chiuso qui dentro, compresa la She’s Ready to Be Free con cui fecero una comparsata sul film The President’s Analyst con un baffuto Barry McGuire al comando.

All’epoca dividono il palco con tutti, da Tim Buckley ai Buffalo Springfield, dai Creedence, da Bo Diddley ai Chambers Brothers, dagli Electric Flag ai Pink Floyd, dai Kaleidoscope ai Flamin’ Groovies, dai Blue Cheer ai Grateful Dead ma il concerto più memorabile, quello che paradossalmente dà loro clamore, lo fanno tutto da soli, sul palco dello Scene East di New York, nel Luglio del 1967. Il pubblico è lì ad intossicarsi di cocktails e marijuana e Ralph Shuckett ammonisce la folla per la loro disattenzione fastidiosa e borghese. Il giorno dopo i Clear Light sono la band più chiacchierata della città, preparando il terreno per l’album (e relativo singolo) che verrà pubblicato ad Ottobre. Sulla copertina la line-up si allarga a dismisura ma solo per correggere in qualche modo la foto di copertina erroneamente usata dalla Elektra pescandola dall’archivio senza tener conto dei cambi di assetto che il gruppo californiano ha avuto negli ultimi mesi. Il disco è figlio del suo tempo, vagamente imparentato col rock acido di Seeds e Doors, sia per l’uso della tastiera che per il registro melodrammatico scelto da Cliff DeYoung per tratteggiare piccoli ritratti come quelli di Street Singer o Mr. Blue ma sconfina anche nei territori cari a Love e Moby Grape (A Child’s Smile, con Van Dyke Parks all’harspichord, They Who Have Nothing, How Many Days Have Passed).

Al disco, che è già in sé una piccola gemma neopsichedelica, si aggiungono adesso degli inediti assoluti, altrettanto pregevoli. Come i bellissimi intrecci folk-rock di Dawn Lights the Way e Eastern Valleys, che meritavano una ricompensa.

La vostra.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE EYES – “Blink” (Bam Caruso)  

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Che gruppo fantastico, gli Eyes.

Giovani teppistelli inglesi che si divertivano ad imbrattare le canzoni di Who, Everly Brothers, Beatles e Rolling Stones.

Con un catalogo di canzoni tanto striminzito quanto geniale, perfette nella forma e nel suono, messo a punto da sua maestà Shel Talmy in persona.

Una storia breve, bruciata nell’arco di quattro singoli e di una sorta di “fake album” su cui la band, cambiato nome in The Pupils, mette a soqquadro il repertorio dei Rolling Stones. Ciclicamente appallottolati come carta straccia dalla memoria collettiva finchè quest’ultima non venga riattivata dall’uscita di qualche raccolta del loro materiale.

La prima a farlo è la Bam Caruso nel 1983, raccogliendo la loro scorta di 45 giri e aggiungendo un paio di estratti dal tributo agli Stones con cui chiusero la loro avventura. Se le cover mostrano una band capace, sono gli originali di Terry Nolder a riempire lo spazio con un suono assolutamente capace di confrontarsi con quello di band come Creation e Birds, le formazioni cui il suono è direttamente relazionabile al loro. Asciutto e aggressivo, non può non piacere alle frange più violente dei giovani ribelli inglesi, che infatti li supportano come meglio possono nei gig dove fanno capolino, tra effetti sonori (feedback e l’uso del gong sulla scena) e luci psichedeliche, aprendo per glorie nazionali come i Kinks o telefonando a Radio London quando la stazione radio decide di proporre un loro set in studio.

La progressione verso la musica mod era stata lenta ma inesorabile. Nati come band devota agli Shadows i Renegades si erano buttati, una volta trovato un cantante, in un repertorio buono per i matrimoni e le serate danzanti dei licei londinesi mutando nome in The Hartbeats (un gioco di parole adolescenziale fin troppo evidente col nome d’arte sceltosi da Nolder: Gerry Hart).

Poi, nel 1965, gli Hartbeats trangugiano una bella dose di soul music americana e del nuovo beat che gli Who stanno mescolando proprio a quelle canzoni che stanno infiammando i locali frequentati da giovani elegantissimi e dalle abitudini esasperate. Terry Nolder, disfattosi del suo alter-ego romantico comincia a scrivere le sue prime canzoni proprio rifacendosi a quello stile.

È così che nascono piccole meraviglie come You’re Too Much, The Immediate Pleasure, la sagace risposta a Daltrey di My Degeneration e quella a Jagger di (I Can’t Get No) Resurrection bandita dalla BBC e di conseguenza dalla Mercury, I’m Rowed Out, When the Night Falls, Please Don’t Cry.

Poi, d’un tratto le cose precipitano. Rotolando come le pietre, guarda caso: la Philips offre loro la possibilità di registrare, sottopagati, un disco tributo agli Stones che, nonostante un bell’effetto carta carbone, mortifica le ambizioni della band come musicisti e di Nolder come autore. Gli occhi, già divenuti delle semplici ma miopi pupille, si chiudono. Per sempre. Facendo degli Eyes la cult-band per antonomasia della scena mod londinese originale.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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