THE STANDELLS – Acque sporche

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L’effetto più immediato della Beatlemania fu quello di trasformare, in tutto il mondo, innocui gruppi di intrattenimento in piccole gang di teppisti.

Successe anche agli Standells. Anzi, a loro più che a tutti gli altri.

Nati nel 1962 a Los Angeles dall’incontro artistico tra Larry Tamblyn (fratello di Russ, il Riff di West Side Story e il Tony Baker di High School Confidential, tra gli altri, NdLYS) e Tony Valentino (al secolo Emilio Bellissimo, giovane emigrante siciliano finito a Los Angeles ad inseguire il sogno americano dopo un’infanzia vissuta a Cleveland, NdLYS), gli Standells (come dire, i disoccupati) sbarcano il lunario suonando musica da ballo nei club di Hollywood e delle Hawaii.

Con loro ci sono Jody Rich e Benny King, presto rilevati rispettivamente da Gary Lane e Gary Leeds. Una band tra le tante che girano nel circuito dei night-club con un repertorio di standard dell’epoca. L’ingresso di Dick Dodd alla batteria e l’interesse dell’impresario Burt Jacobs frutta una serie interminabile di cameo cine-televisivi e temi musicali per svariate pellicole del periodo, da Get Yourself a College Girl ai mitici Munsters passando per Zebra in the KitchenFollow the BoysWhen Boys Meet the GirlsRiot On Sunset Strip. Le testimonianze musicali dell’epoca sono affidate ad un disco registrato dal vivo al P.J.’s di Hollywood, poco fantasiosamente intitolato In Person at P.J.’s e contenente il più classico repertorio da ballo del periodo: R ‘n B moderato, soul su di giri, contagiose filastrocche doo-wop, gli immancabili Beatles. I “ballabili” insomma, per dirla con una lingua non del tutto estranea alla band. Gli Standells sono, all’epoca, un comunissimo e composto gruppo da sala da ballo, stretto nei suoi abiti eleganti, acconciato in ordinarie capigliature da gioventù borghese.

L’anno della svolta è il 1966.

La scoperta di Beatles e Rolling Stones e in generale di una via torbida al beat, unita alla creativa penna del produttore Ed Cobb fa degli Standells i nuovi “bad boys”.

È proprio Ed a portare alla band il primo pezzo del nuovo corso.

Si intitola Dirty Water. Un titolo buono per un blues.

Parla delle acque sporche di un fiume che si trova dalla parte opposta dell’America.

Un posto dove nessuno degli Standells è mai stato: il Massachusetts.

Ciò che è improbabile su carta diventa invece efficace su spartito: l’indimenticabile riff della chitarra di Valentino e la voce insolente di Dodd, assurto nel frattempo al ruolo di lead vocalist pur restando seduto dietro il drum kit della band, ne fanno un immediato inno pre-punk.

Uno di quelli destinati a fare la storia della musica moderna.

Sull’album che, secondo il costume dell’epoca, porta lo stesso titolo del brano-aratro, gli Standells mettono mano ad un repertorio che alterna pezzi originali scritti dalla band o da Ed Cobb a qualche cover sfrontata (19th Nervous Breakdown degli Stones, Hey Joe alla maniera dei Leaves e una Little Sally Tease reduce dalle vecchie notti al PJ‘s di Hollywood).

L’apertura di Dirty Water è affidata a una delle cose migliori degli Standells Mark II, ovvero quella Medication che verrà poi traslocata da Cobb nel repertorio degli altri suoi super-protetti californiani Chocolate Watch Band. Avvolta da un basso rotolante, da un perpetuo e immobile suono d’organo e da un tremolo imparentato con l’effettistica cara agli Electric Prunes, Medication è un ottimo incipit ad un album mutevole per atmosfere e contenuti. There Is a Storm Comin’ ad esempio si muove in prossimità della musica nera che la band ha consumato in dosi massicce nei primi anni di vita e che tornerà a frequentare negli album dell‘anno seguente.

Rari, altro numero di Cobb, è un’espansa ballata psichedelica che vive del bell’arrangiamento di Lincoln Mayorga (compagno di avventura di Ed ai tempi dei Four Preps, NdLYS) mentre Sometimes Good Guys Don‘t Wear White, ancora di Cobb, è un altro incalzante beat da trincea che diventerà una delle palestre più frequentate dai punk di tutto il mondo, dai Vacants ai Minor Threat passando per Sex Pistols e Count Bishops, in parte replicata pochi minuti dopo con Why Did You Hurt Me? scritta da Valentino e Dodd. Pride and Devotion scritta invece da Larry Tamblyn si muove in un più consueto vestito folk-rock vicino alle armoniose piogge dei Byrds.

L’esperienza maturata negli anni passati nelle sale da ballo a far muovere il culo alle sedicenni o ai militari di leva, permette agli Standells di Dirty Water di sfruttare la natura disomogenea della track-list per farne il proprio cavallo di troia per sfondare le porte delle charts.

Bravi ragazzi che non vestono in camicia. Capelloni tra una folla di colletti bianchi.

If you don’t dig this long hairget yourself a crew cut, baby!

 

Seguendo l’adagio che il ferro va battuto finchè è caldo, Ed Cobb e la Tower approntano a ridosso di Dirty Water un nuovo album costruito sulla stessa falsariga. A fare da sutura tra il primo e il secondo Sometimes Good Guys Don’t Wear White, il pezzo uscito tre mesi prima su singolo e accanto al quale ruota la solita giostra di cover (gli immancabili Stones ma pure My Little Red Book di Bacharach alla maniera dei Love), interpretazioni (le belle Black Hearted Woman di Glen Houle e Mainline di Thomas W. Chellis e un altro paio di curiose composizioni di Ed Cobb) e qualche discutibile originale.

Se Larry Tamblyn riscatta infatti la banale Girl and the Moon con la bellissima Mr. Nobody (un brillante classico garage punk screziato di folk come avrebbero potuto suonarlo i Music Machine, NdLYS), Tony Valentino si immerge fino al collo nei ricordi della sua terra d’origine con una terribile Mi hai fatto innamorare cantata in italiano maccheronico su un raccapricciante numero da balera paesana.

La bella foto di copertina con i quattro Standells (adesso al posto di Gary Lane c’é il prestante Dave Burke proveniente dalla Florida dove si era fatto le ossa tra le fila dei Tropics di Charlie Souza, NdLYS) in classica posa e tenuta da selvaggia beat band non mantiene insomma quanto promesso bruciando al prezzo di un raffazzonato mucchio di canzoni quanto invece avrebbe potuto essere concesso da una delle più preparate garage band in circolazione lungo la costa ovest americana.

 

Il flop commerciale del secondo album spinge gli Standells, su istigazione della Tower e di Ray Harris, a tentare l’assalto frontale alle classifiche tirando su The Hot Ones!, un disco costruito integralmente di cover versions di pezzi da classifica. A chiusura del set c’è la loro Dirty Water, ma il resto è un autentico juke-box che mette in fila Troggs, Beatles, Lovin’ Spoonful, Kinks, Donovan, Los Bravos, Ronald Blackwell, Rolling Stones e Monkees. La band giustificherà in seguito questa scelta dichiarandola necessaria per mettere in mostra l’abilità raggiunta nella rivisitazione di diversi generi musicali ma il gioco è invece fin troppo scoperto e marpione: cimentarsi con pezzi di pregio e di sicuro impatto commerciale senza stravolgerne o personalizzarne la struttura può ridare popolarità a una band che la Tower teme possa diventare invisibile.

Tutto viene registrato in fretta agli American Recording Studios assieme al “mago” Ritchie Polodor (ad eccezione di 19th Nervous Breakdown Dirty Water, prese dai master originali, NdLYS) e ad un Ed Cobb un po’ in disparte che prende le distanze da una operazione che trova discutibile e che sente lontana dal suo modus-operandi (che è quello di adattare le canzoni allo stile delle sue band e non viceversa). Le esecuzioni, salvo Eleonor Rigby che necessitava di un nuovo vestito d’ordinanza una volta denudata dai suoi orpelli sinfonici, sono fedeli alle versioni originali con i tre vocalist che si alternano al microfono secondo le peculiarità di ogni pezzo (Dodd ai pezzi più vicini allo spirito punk del gruppo come Wild Thing, Larry Tamblyn a quelli con maggior attenzione melodica come Sunny Afternoon e Burke dove serve meno carisma ma più humour come nel caso della favola di Lil’ Red Riding Hood) a conferma dell’operazione strategica che si sta consumando dietro la “rovente” esclamazione del titolo e che tuttavia non riuscirà a centrare l’obiettivo prefissato.
Nel 1967 gli Standells sono un gruppo allo sbando.

Dave Burke torna da dove era venuto e un nuovo cambio di bassista porta in formazione John Fleck (coautore della bella Can‘t Explain durante la sua precedente esperienza accanto ad Arthur Lee nei suoi Love, NdLYS) mentre Dick Dodd persegue il suo obiettivo di “diventare il nuovo Ray Charles” (come dichiarerà tempo dopo un risentito Valentino) affidando la musica del gruppo a Donald Bennett e Ethon McElroy con l’obiettivo di tingerla di nero, rifiutando i consigli di Ed Cobb e rigettando gran parte del materiale da lui scritto per il disco tenendo per loro soltanto la bella Barracuda scelta per aprire la B-side di quello che sarà destinato a diventare il loro ultimo album.

A creare interesse per l’uscita dell’album contribuisce in maniera determinante la decisione di Gordon McLendon, proprietario di un gran numero di stazioni radio americane, di bandire la messa in onda del singolo che anticipa il disco a causa delle sue forti allusioni sessuali. La censura radiofonica viene scelta per veicolare il lancio dell’album con tanto di dicitura “banned!” in bella vista ma suo malgrado non è sufficiente a far vendere quanto sperato. Try It tuttavia, nonostante il suo contenuto schizofrenico dove convivono soul music (Ninety Nine and a HalfCan‘t Help But Love You), sofisticata pop music da salotto (Trip to ParadisePoor Shell of a Man), blues (St. James Infirmary), psichedelia (Did You Ever Have That FeelingAll Fall Down) e vecchie sporcizie punk (BarracudaTry It che intanto esplode in America e Inghilterra nelle versioni di Ohio Express e Attack e soprattutto la bellissima Riot On Sunset Strip forse in assoluto la più bella canzone scritta dal gruppo) rimane a mio avviso un gran bel disco, certamente non inferiore a quel Dirty Water che aveva imposto i “nuovi” Standells all’attenzione del grande pubblico.

L’abbandono di Cobb e le velleità soliste di Dick Dodd nel Maggio del ’68 scriveranno tuttavia, dopo la pubblicazione di un ultimo singolo, la parola fine ad una delle più brucianti vicende del garage punk americano dei mid-sixties.

Tamblyn e Valentino cercheranno inutilmente di rimettere in piedi le travi di un solaio che gli sta franando in testa. Quando ci riusciranno, alla fine del 1999 e poi ancora dieci anni dopo, sarà solo per rimettere in piedi una casa di fantasmi.

 

Quando alla fine Tamblyn riuscirà, grazie all’elemosina legalizzata di Kickstarter, a tirare il culo in uno studio il nome degli Standells riappare, appena cento giorni prima della morte di Dick Dodd, su un nuovo album intitolato Bump che, come per giusta vendetta divina per i fan che decidono di finanziare progetti simili, che della band di Boston porta solo il nome.

7 and 7 Is, Help You Ann e Pushin’ Too Hard, le tre cover scelte per l’occasione, sono belve punk cui sono stati estratti i denti e le cui carcasse sono esposte per attirare allodole e mosche.

Non va meglio quando si tratta di sfoggiare il nuovo materiale inedito, costretto ad adeguarsi ai tempi e finendo per suonare come certe merdate dei Foreigner (She’s Just 18) o del nostro Vasco Rossi (Boston’s Badass). Rock da sagra del culatello, con le zanzare che si suicidano nel tuo bicchiere di vino e qualche anziano che indica al nipotino quale si la forma di una chitarra, mentre il nipotino guarda il culo all’hostess scosciata davanti lo stand del bidone aspiratutto.    

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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CAPTAIN BEEFHEART AND HIS MAGIC BAND – Safe as Milk (Buddah)  

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I grandi album li riconosci dai primi 30 secondi e i grandi artisti dai titoli delle loro canzoni. Safe as Milk si apre con una slide e una voce da cane randagio e porta un titolo come Sure Nuff ‘n Yes I Do: dislessico quanto il suo autore ovvero Mr. Don Van Vliet, il profanatore del blues. Accreditata a se stesso, in realtà si tratta di una versione sconcia di Rollin’ & Tumblin’ di Muddy Waters. Una prassi che i Led Zeppelin avrebbero adottata fino a farne consuetudine.

Tutto quello che segue serve a presentare al mondo il genio di Capt. Beefheart. Le sevizie al corpo del blues sono qui ancora sopportabili. Sfregiato e maltrattato (come in Electricity, uno dei monumenti al blues elettrico, talmente terrificante da intimorire la A&M che decide di recidere il contratto alla band obbligandola a rifugiarsi nella pagoda della Buddah) riesce ancora, nonostante tutto, a non cedere alle mutilazioni che gli verranno inflitte sui dischi seguenti.

Safe as Milk è ancora un disco “ordinario”, per quanto questo aggettivo sia un evidente ossimoro quando applicato alla nave di folli guidata con mano sicura da Don Vliet, diventato Capitano quasi per caso, dopo che il suo amico Frank Zappa lo ha investito del ruolo di Captain Beefheart nella sceneggiatura di un film che non verrà mai realizzato. Sulla falsariga dell’altro teatro degli orrori pubblicato proprio da Zappa con le sue Mothers of Invention, Beefheart cerca di bilanciare in qualche modo gli acidi con una banalità doo-wop come I’m Glad, una malformazione country come Yellow Brick Road e una comunque bellissima ballata alla Them come Call on Me.  Ma Safe as Milk rimane fondamentalmente una sorta di tenda cilindrica da prestigiatore dentro cui il blues (deviato, come suggerisce lo scatto al fisheye, dalle molteplici tentazioni che stanno venendo fuori dalla California in quegli anni) tenta il suo numero di escapismo per riemergere dopo qualche colpo di bacchetta nudo e privo di catene, per mostrare a tutti le sue deformità, inquietanti quanto quelle del bambolotto usato per promuovere il disco sulle riviste dell’epoca e inizialmente progettato come retrocopertina.

La Magic Band si prepara per le sevizie che verranno, intonando scioglilingua squilibrati e goderecci come Abba Zabba e Zig Zag Wanderer.  

Incredibile pensare come da quel vorace branco di predatori sia poi venuto fuori uno dei più grandi restauratori della tradizione come Ry Cooder.

Benvenuti al Buena Vista Fecal Club.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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MONKS – Black Monk Time (Polydor)  

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Se c’è un gruppo, anzi un disco, che è riuscito a far ottenere il diploma di musica d’avanguardia a una cosa primitiva, maleducata e ignorante come il garage rock, quel gruppo sono i Monks.

Quel disco è Black Monk Time.

Ovvero un demente rosario nei cui dodici misteri vengono recitati anarchici e surreali messaggi pacifisti di cocente attualità (la guerra in Vietnam) e di straordinaria premonizione (la guerra santa cui assistiamo sbigottiti oggi) misti ad apparenti non-sense linguistici (da assurdi giochi di parole a semplici conti alla rovescia) che fanno sospettare i cinque monaci abbiano esagerato col calice eucaristico.   

Siamo ideologicamente dalle parti dei Fugs e dei Deviants, mentre musicalmente è un surreale e deragliante garage-rock a dominare fra le navate da cui i monaci ospiti della confraternita tedesca lanciano i loro sermoni. Musica da capelloni suonata da gente con la chierica. Una esasperazione un po’ folle e spettacolare di quanto, nel medesimo periodo, avviene in Italia con l’introduzione ufficiale della Messa Beat che però ha una funzione ecumenica che non trova riscontro nella protesta della musica dei Monks, definitivi anti-eroi della scena beat mondiale.

Un mosaico dadaista che usa il beat (ma anche le altre musiche bianche fino ad allora conosciute) come pretesto per pisciare fuori dall’orinale del pensiero omologato, ammansito ed esaltato dalle promesse di benessere del boom economico. E sceglie quel linguaggio perché è quello che meglio conosce e che meglio può arrivare alle orecchie del pubblico giovane, nonostante l’irriverenza di cui si fa portavoce e malgrado chi li sta ad ascoltare capisca, di quel messaggio, più la forma che le parole (non dimentichiamo che il disco è stampato all’epoca solo in Germania e che verrà pubblicato negli Stati Uniti, la terra della “libertà di parola”, solo trent’anni dopo, NdLYS).

Fossero nati dieci dopo avrebbero suonato come i Suicide, probabilmente.

O come gli Psychic TV.

O come i Butthole Surfers.

Chi può dirlo?

Qualunque sia la vostra fede e qualunque siano i vostri dubbi teologici e morali, lode ai Monks.

Gli eretici con il saio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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