CAPTAIN BEEFHEART AND HIS MAGIC BAND – Safe as Milk (Buddah)  

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I grandi album li riconosci dai primi 30 secondi e i grandi artisti dai titoli delle loro canzoni. Safe as Milk si apre con una slide e una voce da cane randagio e porta un titolo come Sure Nuff ‘n Yes I Do: dislessico quanto il suo autore ovvero Mr. Don Van Vliet, il profanatore del blues. Accreditata a se stesso, in realtà si tratta di una versione sconcia di Rollin’ & Tumblin’ di Muddy Waters. Una prassi che i Led Zeppelin avrebbero adottata fino a farne consuetudine.

Tutto quello che segue serve a presentare al mondo il genio di Capt. Beefheart. Le sevizie al corpo del blues sono qui ancora sopportabili. Sfregiato e maltrattato (come in Electricity, uno dei monumenti al blues elettrico, talmente terrificante da intimorire la A&M che decide di recidere il contratto alla band obbligandola a rifugiarsi nella pagoda della Buddah) riesce ancora, nonostante tutto, a non cedere alle mutilazioni che gli verranno inflitte sui dischi seguenti.

Safe as Milk è ancora un disco “ordinario”, per quanto questo aggettivo sia un evidente ossimoro quando applicato alla nave di folli guidata con mano sicura da Don Vliet, diventato Capitano quasi per caso, dopo che il suo amico Frank Zappa lo ha investito del ruolo di Captain Beefheart nella sceneggiatura di un film che non verrà mai realizzato. Sulla falsariga dell’altro teatro degli orrori pubblicato proprio da Zappa con le sue Mothers of Invention, Beefheart cerca di bilanciare in qualche modo gli acidi con una banalità doo-wop come I’m Glad, una malformazione country come Yellow Brick Road e una comunque bellissima ballata alla Them come Call on Me.  Ma Safe as Milk rimane fondamentalmente una sorta di tenda cilindrica da prestigiatore dentro cui il blues (deviato, come suggerisce lo scatto al fisheye, dalle molteplici tentazioni che stanno venendo fuori dalla California in quegli anni) tenta il suo numero di escapismo per riemergere dopo qualche colpo di bacchetta nudo e privo di catene, per mostrare a tutti le sue deformità, inquietanti quanto quelle del bambolotto usato per promuovere il disco sulle riviste dell’epoca e inizialmente progettato come retrocopertina.

La Magic Band si prepara per le sevizie che verranno, intonando scioglilingua squilibrati e goderecci come Abba Zabba e Zig Zag Wanderer.  

Incredibile pensare come da quel vorace branco di predatori sia poi venuto fuori uno dei più grandi restauratori della tradizione come Ry Cooder.

Benvenuti al Buena Vista Fecal Club.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

Capt.-Beefheart-LP-10-22 (1)

MONKS – Black Monk Time (Polydor)  

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Se c’è un gruppo, anzi un disco, che è riuscito a far ottenere il diploma di musica d’avanguardia a una cosa primitiva, maleducata e ignorante come il garage rock, quel gruppo sono i Monks.

Quel disco è Black Monk Time.

Ovvero un demente rosario nei cui dodici misteri vengono recitati anarchici e surreali messaggi pacifisti di cocente attualità (la guerra in Vietnam) e di straordinaria premonizione (la guerra santa cui assistiamo sbigottiti oggi) misti ad apparenti non-sense linguistici (da assurdi giochi di parole a semplici conti alla rovescia) che fanno sospettare i cinque monaci abbiano esagerato col calice eucaristico.   

Siamo ideologicamente dalle parti dei Fugs e dei Deviants, mentre musicalmente è un surreale e deragliante garage-rock a dominare fra le navate da cui i monaci ospiti della confraternita tedesca lanciano i loro sermoni. Musica da capelloni suonata da gente con la chierica. Una esasperazione un po’ folle e spettacolare di quanto, nel medesimo periodo, avviene in Italia con l’introduzione ufficiale della Messa Beat che però ha una funzione ecumenica che non trova riscontro nella protesta della musica dei Monks, definitivi anti-eroi della scena beat mondiale.

Un mosaico dadaista che usa il beat (ma anche le altre musiche bianche fino ad allora conosciute) come pretesto per pisciare fuori dall’orinale del pensiero omologato, ammansito ed esaltato dalle promesse di benessere del boom economico. E sceglie quel linguaggio perché è quello che meglio conosce e che meglio può arrivare alle orecchie del pubblico giovane, nonostante l’irriverenza di cui si fa portavoce e malgrado chi li sta ad ascoltare capisca, di quel messaggio, più la forma che le parole (non dimentichiamo che il disco è stampato all’epoca solo in Germania e che verrà pubblicato negli Stati Uniti, la terra della “libertà di parola”, solo trent’anni dopo, NdLYS).

Fossero nati dieci dopo avrebbero suonato come i Suicide, probabilmente.

O come gli Psychic TV.

O come i Butthole Surfers.

Chi può dirlo?

Qualunque sia la vostra fede e qualunque siano i vostri dubbi teologici e morali, lode ai Monks.

Gli eretici con il saio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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