TALK TALK – The Colour of Spring (EMI)  

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Dopo il successo stratosferico i Talk Talk cominciano lentamente a cambiare pelle abiurando totalmente dal synth-pop che aveva aperto loro le porte delle classifiche e li aveva sparati nel mondo delle pop-star da copertina dentro cui loro, schivi e bruttini, si sentivano del tutto fuori luogo. The Colour of Spring apre le porte alle grandi aspirazioni artistiche della band e costringe la EMI, sulla scorta di quanto portato alle loro casse con i singoli Such a Shame e It’s My Life a garantire loro un budget esagerato per confezionare a dovere il loro terzo album. Vogliono un disco che suoni quanto più naturale possibile, completamente svincolato dai suoni sintetici. Per quello chiamano a raccolta un numero incredibile di gente a dar loro manforte. Quasi sessanta persone, fra cui musicisti illustri come Steve Winwood e David Rhodes, prestano la loro voce o la loro tecnica al servizio di quella che, fra le tante effimere glorie del pop degli anni Ottanta, si rivela essere una delle formazioni più intelligenti ed ardite del decennio.

Gli ascolti massicci divenuti presto devozione verso la musica orchestrale, gli impressionisti francesi e la musica contemporanea influenzano in termini di approccio Mark Hollis fino a trovare compimento nelle derive isolazioniste di Laughing Stock e del suo primo album solista e che qui fanno capolino fra canzoni dall’arrangiamento ricco come Life’s What You Make It (con un uso originalissimo del pianoforte, piegato al compito di sostenere la ritmica più che la linea melodica), Happiness Is Easy (con un delizioso coro da scuola d’infanzia a fare il controcanto alla voce di Mark Hollis), Living in Another World (con uno straordinario assolo di armonica, strumento ripescato dall’oblio cui il synth-pop lo aveva cacciato), Time It’s Time (con un incredibile e a tratti inquietante gioco di voci femminili a creare ombre cinesi dietro il cantato principale) e Give It Up (con bellissimi contrappunti di piano e dobro ad inciampare su una distesa di organo e un solo di chitarra frippetronica), creando un disco perfettamente in bilico tra pop sofisticatissimo e rarefazioni cameristiche che celebrano l’arrivo della primavera e, soprattutto, la celebrazione del giorno del camaleonte, l’animale cangiante che i Talk Talk stanno diventando.  

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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RITES OF SPRING – End on End (Dischord)

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A convincere Ian MacKaye ad aprire le porte della “sua” Dischord ai compaesani Rites of Spring era stata una demotape di sei brani (pubblicata moltissimi anni dopo in CD per la medesima etichetta) in cui un ragazzo che sfoggiava una curiosa sinonimia lessicale in vece del suo nome sputava sangue dentro un cartoccio di punk violentissimo.

Erano stati fra i primi a far propria quella “rivoluzione davanti lo specchio del bagno” iniziata con Zen Arcade e che avrebbe davvero rivoltato il punk americano come un calzino offrendogli una possibilità di fuga guidandolo verso l’introspezione. Quando va a vederli suonare al 9:30 Club resta folgorato dai loro spettacoli che puntualmente finiscono nel caos più totale.

Che era una costante di tutti i concerti hardcore, certo. Ma per i RoS, quei finali dove tutti gli strumenti venivano spaccati e durante i quali Picciotto si arrampica sugli amplificatori o sull’impianto luci per poi lanciarsi giù, si spoglia di ogni  denuncia sociale e politica e diventa un altro modo per mettersi a nudo, proprio come il petto di Guy, implume e svestito.

Nel 1985, con la pubblicazione dell’omonimo disco di debutto, si inaugura dunque ufficialmente la “stagione” dell’emo-core, del punk che diventa un flusso catartico di emozioni, una cassetta di primo soccorso per le piccole noie della vita.

Lo si scoprirà solo dopo, quando i Fugazi che saranno il frutto di quella ammirazione di MacKaye per Picciotto ne potranno diffondere il verbo su scala nazionale prima e mondiale subito dopo. I Rites of Spring invece, erano stati solo un affare cittadino, una primavera metropolitana che necessitava dunque di essere nuovamente rivissuta con questa bella collezione che raccoglie tutto quello che ebbero la possibilità di dire, in quei sedici mesi di vita, comprese le piccole mutazioni dell’EP postumo che in qualche modo tracciavano il ponte con il suono fugaziano che verrà.

Benvenuta (di nuovo), primavera.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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TALKING HEADS – Naked (Warner Bros.)  

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Col senno di poi, Naked rivelava al mondo, in maniera inaspettata vista la placida deriva pop dei due dischi che lo avevano preceduto, l’infatuazione per i ritmi tropicalisti che avrebbero segnato l’avvio della sua carriera solista, ormai prossima all’avvio. Lo “scimmiottamento caraibico” è in qualche modo l’ultima dimora creativa per la band americana e fa di Naked un colpo di coda inaspettato, la prova di una fertilità artistica che non si è ancora prosciugata e che ha trovato nuovo vigore e un rifugio ispirativo che David Byrne sentirà presto l’esigenza di approfondire, scavando ancora più a fondo in quello che Naked affronta solo superficialmente ma regalando dei piccoli capolavori come Mr. Jones, sorta di mambo costruito sulle scale a chiocciola dei King Crimson di Discipline, Big Daddy che sembra una saudade caduta dal Black and Blue degli Stones e una rumba hawaiana come Totally Nude che sembra un carosello del Graceland di Paul Simon. A bilanciare il tono del disco due cose come Cool Water (velata di un’ombra malinconica di certe cose dei Violent Femmes) e The Facts of Life, quasi completamente schiacciata dalle macchine.

Cantato da Byrne in maniera totalmente improvvisata e solo successivamente perfezionato con l’adattamento di veri e propri testi che celebrano la giungla come ultimo, definitivo approdo per emanciparsi dalla schiavitù della società occidentale e che si fanno portavoce forse in maniera poco credibile del riscatto razziale delle società semite, Naked mette in mostra un suono carnoso, in esatta antitesi con i bozzetti funk appena schizzati degli esordi di tantissimi anni fa, di cui nel frattempo molti si sono voluti scordare, affascinati dalle lusinghe del carnevale più bello del mondo. 

Dopo la sfilata, David Byrne scende dal carro allegorico, lasciando gli altri a spingere fin dentro il garage dello sfasciacarrozze il telaio di una musica senza più nient’altro da dire.

Nessun’altra canzone sui palazzi.

Nessun’altra canzone sul cibo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Naked

LOU REED – Street Hassle (Arista)  

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Lou tiene un solo accordo per undici minuti. Roba da crampi alla mano.

Alle sue spalle, una piccola orchestra da camera intona un’austera marcia funebre che accompagna il delirante racconto di sesso ed eroina raccontato da Lou Reed.

In studio, due microfoni vengono piazzati simmetricamente a raccogliere le gocce del melodramma che cola giù dalle casse, compresi i bisbigli di Bruce Springsteen che si sovrappongono a quelli di Lou.

Street Hassle, la suite spettrale che occupa quasi un’intera facciata dell’omonimo album, sgombra il terreno di gioco dal soul di cartapesta e dalla gioia posticcia di Rock and Roll Heart  e torna in qualche modo a lambire i toni tragici di Berlin, mentre altrove Reed si fa beffe delle vecchie produzioni di Steve Katz (Dirt) e cerca di disfarsi in qualche modo del suo stesso fantasma (sputando letteralmente su Sweet Jane in apertura di disco e andando a pescare per l’ultima volta dal canzoniere dei Velvet Underground con una ripresa live di Real Good Time Together).

Un disco altamente inquieto, disomogeneo, scostante, greve, malsano.

Pienissimo di parole. Crude, sporche, incrostate. Tirate fuori con un rivolo di sangue, come dopo un buco.

Lou Reed si pulisce dai depositi di scialorrea ai bordi della bocca e non sorride.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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