THE DAMNED – The Chiswick Singles and Another Thing (Chiswick)    

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Quando firmano per la Chiswick, nel 1979, i Damned si sono già sciolti e riformati, perdendo per strada Brian James.

La fase più appassionata del gruppo è già terminata e il fuoco del punk è già stato domato. Top of the Pops apre le sue porte alla band proprio con il primo dei sei singoli su Chiswick, tutti qui raccolti integralmente. Io non sono mai stato un fan dei Damned post-James, men che meno un devoto di Dave Vanian per cui vi dirò che molte cose, qui dentro, valgono davvero poco.

L’“altra cosa” è rappresentata dall’altrettanto modesto Friday 13th Ep licenziato per la NEMS (con una versione di Citadel da far inorridire l’altro Brian, NdLYS), la Lookin’ for Another registrata al Moonlight Club di Londra e pubblicata fino ad ora esclusivamente sulle rare Moonlight Tapes sotto il moniker di School Bullies, una versione di Anti-Pope disturbata dal violino di Aleksander Kolkowski e il ruggito della dimenticata Over the Top incisa assieme ai ben più feroci compagni di scuderia Mötörhead.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SIMON & GARFUNKEL – Live from New York City, 1967 (Columbia/Legacy)  

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Una chitarra folk e due voci. Questo erano Simon & Garfunkel prima dell’arrivo prepotente del successo de Il laureato, sorta di spartiacque tra le due fasi della carriera del duo folk americano. Prima di passare il guado della sperimentazione dei due album conclusivi della propria carriera, Paul e Art portano sul palco la fragile efficacia di canzoni costruite su pochi arpeggi di chitarra e un’ armonizzazione vocale che ha del miracoloso. Il disco pubblicato nel 2002 e registrato nel Gennaio del 1967 al Lincoln Center della loro città è la cristallizzazione di quel preciso momento. Con la folla già vociante e le loro canzoni che sono larve acustiche che si tardano a lasciare il bozzolo. Una buona metà del Songbook di Simon, che a quell’epoca è ancora il libro liturgico da cui i due estraggono i propri salmi. Il resto pescato un po’ qui e un po’ là dai tre album registrati in coppia e dal fortunato ultimo singolo A Hazy Shade of Winter.  

Ventidue mesi dopo il rimissaggio elettrico di The Sound of Silence. Diciannove mesi dopo l’assalto alle classifiche dei Byrds. Diciotto mesi dopo il concerto di Newport in cui Dylan uccide, per la terza volta il folk acustico, Tom & Jerry si prendono la loro rivincita.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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TUXEDOMOON – The Ghost Sonata (Les Temps Modernes)  

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Per la sua sesta edizione, quella del 1982, il Festival del teatro contemporaneo di Polverigi ospita sul suo palco i Tuxedomoon per uno spettacolo a luci basse. Il titolo è An Opera Without Words, pubblicata su disco quasi dieci anni dopo a band temporaneamente collassata e su DVD nel 2007, a fenice tornata a battere le ali. Morte e vizio sono le protagoniste che si rincorrono sul palco, rese su video con immagini sgranate, gotiche e nebbiose alternate a fotogrammi di altri dolori e musicate con piccole partiture per orchestra, pianoforte e gingilli elettronici con  accenni alla musica concreta e qualche sparuto dialogo che ha il compito di dare un senso narrativo all’opera. Dopo le eleganze esibite lungo la trilogia Holy Wars/Ship of Fools/You, The Ghost Sonata è dunque un (ovvio) deja-vu dei torbidi e decadenti musical per vampiri degli esordi. Musica per camere sgombre di affetti e fantasmi di amici avvolti dentro un sudario, incapaci di riempirle.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE (INTERNATIONAL) NOISE CONSPIRACY – Armed Love (Burning Heart)

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Lo sticker di copertina strilla a gran voce il nome di Rick Rubin. Questione di marketing. Ma anche di target. È infatti facile intuire come all’ acquirente-tipo di un disco come Armed Love possa far più gola avere tra le mani un disco prodotto da chi ha già impastato nei panieri di Danzig, Cult, RATM, Public Enemy, Audioslave, Beastie Boys, Saul Williams, RHCP invece che sforzarsi di sapere su quali ruote paleolitiche aveva messo le mani un tale Billy Preston che si è qui incaricato di prendere il posto lasciato vuoto dalla tastierista Sara. 

Un fatto, quello della defezione della Almgren, non del tutto marginale. Con lei va via, e non credo ciò sia imputabile a pura suggestione ormonale, la parte più sexy del suono della band svedese. Che, a voler dar più forza al proprio messaggio politico, sceglie i colori anarchici del rosso e del nero piuttosto che il bianco/giallo in cui affondava l’artwork del precedente A New Morning. È difatti ancora una volta un duro, deciso susseguirsi di slogan politici quello che Dennis ci sbatte sul muso, sin dai tempi dei mitici Refused che però musicalmente erano molto più avanti rispetto alla Cospirazione del Rumore. Armed Love è, complice la produzione molto straight-in-the-face di Rubin, molto meno sixties-oriented rispetto ai precedenti dischi dei Noise, tutto viene rivisto dalla efficace visione hard del barbuto Rick, reso coriaceo e peso, un ariete pronto a sfondare il mercato delle produzioni rock ‘n roll tanto ricercate oggi. Il tiro di The Dream Is Over è in questo senso la perfetta essenza di quello che è l’effetto Rubin sulla musica del quartetto scandinavo: provatela a immaginare nella sua nudità e a confrontarla con la traccia definitiva che è presente sul disco: basso caricato a palla, organo vintage sugli scudi, ritmica serrata e battente. Gli Iron Butterfly per la fast-food generation, o giù di lì. Nessuna svendita, solo un buon veicolo per sfruttare al meglio, in un momento storico in cui la band svedese rischia seriamente di esplodere, l’appeal commerciale di un suono immerso nel magma del proto-hard dei tardi sessanta e che si fa portavoce di istanze ideologiche che sono si universali ma che hanno causato qualche problema alla band durante le loro date americane. Cioè gli americani saranno pure anti-Bush ma sono, soprattutto, Americani. Ovvero nazionalisti fino alla morte. Bush fa schifo, ma guai a dirlo da Europeo ad un cowboy.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SEX MUSEUM – Fifteen Hits That Never Were (Locomotive)

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E chi si li ricordava più, i Sex Museum? Partiti da Madrid nel 1985 come band garage, ne avevo perso le tracce dopo un primo disco di matrice 60’s come Fuzz Face e un paio di lavori per la Romilar-D che si spostavano, come un po’ dappertutto allora, verso una visione delle “radici” compromessa col punk restando, comunque, sempre roba di seconda classe. Li pensavo seppelliti lì, pace all’anima loro. Scopro adesso grazie a questa retrospettiva che hanno prodotto invece altri otto album e dato un ulteriore giro di vite al loro suono, orientandolo verso un hard un po’ manierato e lezioso. Risultato: era meglio pensarli defunti, soffocati dallo tsunami metal-funk, crossover e grunge che mieté tante vittime nei primi anni ‘90. Quello che resta è invece una versione infame e metal-oriented degli Steppenwolf e degli ultimi, terribili, Deep Purple Mark XXIV con poca grinta e poche cose da ricordare.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CREATION – Our Music Is Red with Purple Flashes (Edsel Classics)

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Un solo album, peraltro pubblicato all’estero, e una serie infinita di raccolte di cui quella ristampata dalla Edsel e pubblicata originariamente nel 1998 è la più ricca e bella. Poi un secondo disco inciso quando hanno tutti addosso trent’anni di più e la follia magica dell’epoca freakbeat è completamente evaporata. Una delle storie più sfortunate della splendida stagione psichedelica inglese si consumava così, soffocando i propri raggi purpurei nel disinteresse discografico verso la band che, già agli esordi come Mark IV, aveva fatto tremare il culo a Pete Townshend e anticipato certi trucchi di Mr. Jimmy Page. Coloratissimi ed eccentrici, con un live show piromane e mozzafiato e un ventaglio di singoli da paura, di cui questa raccolta offre l’intera cronografia relativa agli anni Sessanta, escludendo quanto pubblicato nei tentativi di rientro in scena successivi, bruciati anche questi senza alcuna fortuna.

Magari non è vero, ma mi piace pensare che per ogni canzone dei Creation, al di là della storica etichetta che a loro ha dedicato il nome, sia nata una band. E che se non fossero nate, avremmo comunque avuto le loro larve, dentro questo favo pieno di nettare inglese.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MORRISSEY – “Southpaw Grammar” (RCA)  

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Il disco più anomalo della discografia di Morrissey.

Sin dalla copertina. L’unica in una storia discografica che, in totale spregio a quella Smithsiana, è fortemente egocentrica, Moz concede ad altri (il pugile Kenny Lane).

Un segnale che viene confermato dagli equilibri musicali che contiene, stavolta favorevolmente disposti a concedere alla musica gli spazi (addirittura un solo di batteria) che raramente le parole del cantante inglese elargiscono. Insomma, il meno solista fra i suoi lavori solisti. E anche il meno digeribile e il più presuntuoso, nonostante i buoni propositi.

Destinato originariamente alla produzione di Brian Eno, “Southpaw Grammar” si affida nuovamente alle mani di Steve Lillywhite, pur sperimentando soluzioni inedite come il campionamento ma fornendo al produttore ottime piste di lancio per i voli a lui più riusciti (si ascolti la lunghissima coda di chitarre di Southpaw dove sembrano quasi rivivere i Big Country dell’epoca d’oro. Anzi, dell’acciaio. NdLYS).

Le ballate più o meno laccate cui Morrissey ha destinato buona parte del proprio repertorio sono bandite. E quando il suono sferzante delle chitarre si placa, ad occupare lo spazio è una certa aria fosca e melodrammatica più bristoliana che mancuniana. Ma il cuore del disco è improntato su un suono abrasivo e spavaldo che è figlio di Bowie e del punk cittadino di Buzzcocks e Slaughter and The Dogs.

Meno lacca e più brillantina. Più voglia di fare a cazzotti che di chiedere carezze che non arriveranno se non per blandire la pelle del portafogli.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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