FATSO JETSON – Flames for All (Man’s Ruin) / ALABAMA THUNDERPUSSY – River City Revival (Man’s Ruin)

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Il polverone attorno alla scena stoner rischia di tapparci le narici e il pericolo di ingolfare i nostri scaffali di dischi costruiti su un unico, mastodontico riff potrebbe mettere un brusco freno ad una scena che invece ha seminato solo in parte il suo potenziale.

Orecchie aperte dunque e, per un paio di minuti, anche gli occhi: l’offensiva stoner griffata Frank Kozik arricchisce di due nuovi mammuth la propria galleria di mostri.

Fatso Jetson altri non sono se non la nuova creatura dei fratelli Lalli nata dalle ceneri degli Yawning Men (ricordate la Catamaran che stava sull’ultimo Kyuss? Bene, era loro. NdLYS) e recenti avventori al bancone del saloon di Palm Springs sotto la corazza dei Green Monarchs. Il loro album è un disco che R.E.S.P.I.R.A., se capite ciò che intendo. Mentre buona parte del fenomeno pare soffocare sotto le polveri d’amianto, Fatso Jetson è un polmone che si allarga e si comprime, una tavola che domina le onde invece di affondarci dentro.

Ascoltate Let’s Clone e ditemi in quanti sarebbero in grado di scrivere un pezzo dove i Wall of Voodoo si dividono la sdraio con i Deltones. Le dune di Palm Springs che si trasformano in flutti spumosi.

E anche i momenti più intensamente stoner vivono di intuizioni brillanti, vicine allo spirito dei Queens of the Stone Age. Riffs che schizzano via impazziti e “scivolosi”: gli Electric Peace compressi in un vortice fuzz e catapultati in orbita. Diverso il discorso per i Thunderpussy ai quali difetta l’ironia (mal) sana dei Fatso. Un neo condiviso con gran parte della scena stoner.

Alabama Thunderpussy si agganciano all’ala meno “progressiva” e lunare della scena.

Riff monolitici e spaccaossa che si chiudono su se stessi, doomati e potenti. Classici quanto basta per essere retrò e impermeabili a dilatazioni suggestive. Ahimè, forse un po’ troppo autocompiaciuto e celebrativo per risultare affascinante.

 

            Franco “Lys” Dimauro

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THE FLESHTONES – Brooklyn Sound Solution (Yep Roc)

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The Fleshtones goes 35!!!

La più longeva garage band del mondo torna a lanciar petardi dal suo quartier generale con un disco che farà felici i maniaci della band newyorkese.

La “soluzione” cui accenna il titolo è quella di stabilire un compromesso tra le diverse idee del gruppo attorno al nuovo disco.

Da un lato la voglia di realizzare un disco strumentale, dall’altra quella di tirare fuori un cover album, dall’altra ancora quella di aggiungere qualche classico pezzo “alla Fleshtones”. Il risultato però sa un po’ di mestiere (qualcuno può ancora nutrire qualche dubbio sul fatto che i Fleshtones possano suonare alla grande pezzi come I Wish You Would o I Can‘t Hide? NdLYS) e alla fine l’incontro con Lenny Kaye non rende quanto ci si aspettava. Il DVD allegato alla copia deluxe è invece una lunga celebrazione con spezzoni di video, interviste, riprese in studio e dal vivo.

Sempre sorridenti. Sempre colorati. Sempre Fleshtones.

Lunga vita agli Dei Romani.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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NEU! – Neu! (Brain)

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Ai tempi a passarli in radio era solo John Peel, usando una copia d’importazione di questa misteriosa “nuova” band tedesca.

Poi gli ascoltatori e i deejay si sono emancipati e a passarli in radio…è rimasto solo John Peel. Usando una copia d’importazione di questa misteriosa “nuova” band tedesca.

È andata così almeno fino alla metà degli anni ’00. Ovvero fino a quando, dopo un trentennio di stampe illegali, e dieci anni dopo la pubblicazione del Krautrocksampler di Julian Cope e la storicizzazione del movimento post-rock che li erge a paladini e muse ispiratrici dell’intero fenomeno, la Astralwerks e la EMI decidono sia giunta l’ora di rendere disponibile anche ai pagani uno dei testi sacri del krautrock. Che se era “nuovo” allora, rimane attualissimo anche dopo tantissimi anni. Un disco che per suoni, attitudine, iconografia, preannuncia un sacco di cose che verranno e del cui arrivo non si sa ancora nulla. Dallo stile essenziale della copertina che in un solo secondo spazza via decine di opere d’arte sprecate sulle copertine di Genesis e Yes facendo avanguardia su quello che sarà lo stile punk all’industrial che fa breccia nel mondo del rock con il martello pneumatico di Negativland, dai Tortoise che esordiscono con Hallogallo ai lavori di coibentazione acustica di Brian Eno, dalla new wave più solipsista (gli Ultravox!, per carpirne il segreto, prenderanno in prestito il loro produttore) alle amnesie post con cui i Radiohead dimenticarono il rock. Ma anche ispiratrici della tecnica del remix, a dirla tutta, perché le loro cavalcate dove si annidano proto-punk e ambient si prestano benissimo all’arte della manipolazione.  

Dentro c’è il motorik beat che diventerà uno dei marchi di fabbrica del kraut-rock (ma in realtà di battesimo italiano, con un padrino di eccezione come il “nostro” Renzo Restuccia, NdLYS), una pulsazione ritmica pressante che spinge canzoni private di ogni melodia, costrette a correre lungo corridoi senza finestre, senza vie d’uscita. Imprigionate dentro un labirinto da cui solo raramente sarebbero uscite fuori, perché i loro ideatori si rifiutarono più e più volte di riproporle su un palco, sopraffatti dall’astio, dal rancore, dal disprezzo, fino a bersagliare chi di loro aveva fatto degli idoli, con Cope in cima alla lista.

La Germania tornava alle ambizioni espansionistiche del decennio nazista, su autostrade nuove di zecca.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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