DAVID BOWIE – EART HL I NG (Virgin)  

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A metà del guado degli anni Novanta, la jungle, il drum ‘n bass, il breakbeat sono la “nuova cosa” che sta rivoluzionando la musica mondiale, ridando prestigio alla musica elettronica e conquistando il mondo del rock. Fin troppo ovvio che Bowie, da sempre permeabile alle novità e desideroso di percorrere strade inesplorate e riadattarle alla sua bisogna, ne rimanga affascinato. EART HL ING, frantumato sin dal titolo, è il disco con cui Bowie piega la sua musica alle sincopi frenetiche delle nuove frontiere della musica elettronica.

Buona parte del lavoro (Telling Lies, il “prodigyoso” singolo Little Wonder, Battle for Britain) è intessuto su queste meccaniche di ritmi cibernetici e distorsioni che sembrano frenare o sbuffare come locomotive su questo tappeto ritmico franoso, oppure si dischiude su improvvisi riff di chitarra che spuntano come massi mentre tutto il resto scorre liquido come un fiume ingrossato dalle piogge, ricordando volutamente le rocciose slavine dei Pixies (che erano una fisima per Bowie già ai tempi dei Tin Machine e tale resteranno fino ad Heathen, NdLYS), come succede nella bella Seven Years in Tibet o sulla The Last Thing You Should Do percorsa da un vibrante duello tra batteria e synth con Bowie intento a imbucare la sua voce dentro una bottiglia d’acqua per poterla trasformare in quella di un crooner luciferino e sinistro.

Gli eccessi climatici da coma di 1.Outside sono spazzati via da una bella giornata di sole. Bowie guarda il cielo quasi sgombro di nuvole, impavido e statuario, avvolto nella sua Union Jack.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MOTORPSYCHO & STÅLE STORLØKKEN – The Death Defying Unicorn (Rune Grammofon)

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Nel 2012, su esortazione del prestigiosissimo Festival Jazz di Molde, i Motorpsycho decidono di cimentarsi con quella che è la loro Divina Commedia trovando in Ståle Storløkken il loro Virgilio. Ne esce fuori l’opera più solenne e vanitosa della loro discografia. Il concept è incentrato sul naufragio della baleniera Essex e sull’odissea cannibale del suo equipaggio, un immaginario dunque per certi versi simili a quello narrato da Vinicio Capossela per il suo Marinai, profeti e balene pubblicato qualche mese prima che ha però qui un differente approccio narrativo e musicale. Il matrimonio artistico con i musicisti free-jazz e le orchestre coinvolte fa infatti deragliare il suono in una sorta di alchemico pastiche tra prog, classica e no-wave che ha King Crimson (Mutiny!), György Sándor Ligeti (Doldrums) e Naked City (Through the Veil) come numi tutelari.

Un lavoro complesso, lungo ed articolato, a tratti di una prosopopea insopportabile (il gioioso finale di Into the Mystic è autentico scoppio di petardi P.F.M., tanto per dire su che “mari” stiamo viaggiando, NdLYS) se non si è soliti avventurarsi con lo spirito da argonauti che un’opera simile ci impone  e nel quale pochissimi gruppi contemporanei potrebbero invero cimentarsi, per capacità, inventiva e libertà espressive. Che poi ogni tanto si senta il bisogno di affacciarsi dall’impavesata per tirar giù qualche conato di vomito, è faccenda cui gli ammiragli, accecati dalla caccia al capodoglio, non sembrano interessarsi.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

 

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U2 – Rattle and Hum (Island)  

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Quella di Colombo ci venne raccontata solo dai libri, spesso tacendo della atrocità che ne colorarono la bandiera di rosso sangue. Dunque la sola conquista dell’America cui potremmo assistere in diretta fu quella raccontata dalle immagini e dalle canzoni di Rattle and Hum. Siamo nel 1988 e gli U2 sono stati consacrati da The Joshua Tree come la più importante rock band del decennio, immortalati sulla copertina di Time come era stato concesso ai Beatles e agli Who, altri conquistatori le cui gesta ricevettero però una eco limitata perché limitata era, all’epoca, la forza dei mass media.

Le cose andarono ben diversamente per gli U2.

Erano gli anni in cui MTV dettava legge e pilotava i gusti del pubblico e, sulla sua falsariga, ogni emittente televisiva riservava ai video musicali una parte del suo palinsesto.

L’impatto dello “sbarco” degli U2 venne dunque amplificato a dismisura, tanto da renderlo un evento nell’evento.

Illuminato da mille luci e celebrato nell’austerità di un bianco e nero che è quasi un documento storico dell’Istituto Luce.  

I padrini scelti per garantire sulla loro fede e sul rispetto per la musica americana sono Roy Orbison, Bob Dylan, B.B. King e Robbie Robertson. Sembrano voler dire: ecco qui i nuovi colonizzatori, venuti nel rispetto delle nostre tradizioni. E infatti Rattle and Hum “nasconde” dietro la facciata di un disco live (cosa vera solo a metà), un tributo quasi irreale (confrontato col passato e col futuro discografico della band irlandese) alla musica americana, fino a sprofondare i piedi nel blues di Chicago, nella soul music di Detroit e addirittura nel gospel.

Insomma, un disco di Zucchero, il reggiano che voleva la pelle nera.

Il suono degli U2, qualunque esso sia stato, qualunque esso diverrà, viene raso al suolo dalla produzione di Jimmy Iovine (quello dello Springsteen di Born to Run e The River, tanto per intendersi), piegata al bisogno di diventare nient’altro che un grande circo di citazioni, omaggi, passeggiate con guida per le grandi strade americane.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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